SCONFESSATI

IL COMMENTO - Bufera sulle segreterie regionali di Pd e Forza Italia dopo la composizione delle liste. Nel giro di 48 ore Roma ha di fatto commissariato la politica della regione Marche. Ceroni si è dimesso e la posizione di Comi è sempre più debole. Scarse possibilità per Irene Manzi, sorridono solo Corradini e Morgoni. E Ceriscioli apre la resa dei conti con Matteo Ricci
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di Fabrizio Cambriani

“Venghino signori, venghino: tre palle un soldo. Il Circo Barnum della politica offre spettacoli con numeri inarrivabili…” Da quando, per legge, hanno proibito ai circhi le esibizioni dei vessati animali, sembra che intere classi dirigenti di partiti politici abbiano voluto rendersi loro stesse attrazione per il pubblico pagante. Le Marche, in particolare, non si sono fatte mancare nulla. Ha cominciato il Partito Democratico nella notte dei lunghi coltelli al Nazareno. Tra pietose scene da isteria collettiva, è andato in onda lo psicodramma di un partito azzerato e riscritto in solitudine dal proprio leader. Con tanti saluti all’art. 19 del proprio statuto che prevede la selezione con il “metodo delle primarie o altre forme di ampia consultazione democratica”. Non abbiamo fatto in tempo a realizzare il gravissimo strappo che dalle parti del centrodestra ci si offriva la scena della decapitazione dei vertici regionali di Forza Italia. Nel giro di 48 ore Roma commissariava, di fatto, la politica della regione Marche, terra di dolci colline, mare blu, e bianche vette. Ma anche di terremoti catastrofici.

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Remigio Ceroni e Francesco Comi

Le tensioni interne, i malcelati malumori e i disagi latenti esplodevano quasi contemporaneamente con la clamorosa sconfessione delle segreterie regionali dei due partiti a poco più di tre giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste. La vernice di facciata che Comi e Ceroni tentavano di pennellare su di un muro già scrostato e pericolante di suo, non è servita a tenerlo in piedi fino alle elezioni. Tutto è crollato con due tratti di penna. Decisi. Inappellabili. Si ricostruirà – se ci sarà modo e tempo – dopo il 4 marzo. Il dato che però appare evidente e significativo è un eccesso di fair-play tra centrodestra e centrosinistra che, ai più esperti e navigati, suona tanto di tacita desistenza in vista di un accordo post elettorale per un futuro governo di larghe intese. In particolare, nelle varie designazioni sui collegi uninominali. Una situazione che, viste anche le candidature di altre regioni, è presente e spalmata su tutta Italia. A Roma, per dire, nel collegio uninominale, a sfidare il presidente del Consiglio, Gentiloni ci sarà tale Luciano Ciocchetti, centrista della quarta gamba. Sono lontanissimi i tempi in cui Berlusconi vestiva la divisa dell’ammiraglio Nelson e sbarcava – per terra, aria e mare – a conquistare palmo, palmo ogni pur piccolo lembo di collegio della penisola. Oggi assomiglia di più a Capitan Findus che gioca alla guerra con i bambini e, alla fine offre loro bastoncini di pesce e aranciata. In questo caos generale, molto più lineare e coerente è stato il percorso del Movimento 5 Stelle. Se non altro una parvenza di consultazione, tutta interna agli affiliati, è stata fatta. Minima, ma senza strappi significativi. Paradossalmente, almeno nel caso delle Marche, si è rivelato un movimento meno verticistico e leaderistico rispetto ad altri partiti storici. Non è un giudizio, ma solo una presa d’atto.

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I parlamentari uscenti del Maceratese, Mario Morgoni e Irene Manzi

Dentro il Partito Democratico sono saltati in aria gli schemi proposti dalla direzione regionale. L’errore esiziale di Comi è stato quello di non allargare il più possibile la rosa dei nomi dei candidabili. Escludendo, in particolare, un senatore uscente alla sua prima legislatura (Morgoni) e un esponente reclamato a gran voce della società civile, il rettore Corradini. Ceriscioli ci ha messo del suo, imponendo la candidatura della Giannini d’accordo con gli ascolani. Una portata unica e indigesta offerta con il metodo del prendere o lasciare che è stata subito cestinata da Renzi. Nel bunker di largo del Nazareno oramai trasformato in suk, nel frattempo, si squagliava la corrente AreaDem di Franceschini che a malapena riusciva a mettere in salvo sé stesso e cinque o sei fedelissimi. Il tutto mentre il ministro Orlando prendeva a spallate la porta di Fassino, blindatissimo nel suo ufficio. Chi finisce malamente nel tritacarne Pd è Irene Manzi, piazzata al tutt’altro che sicuro secondo posto del listino proporzionale al Senato. Buone, invece, le possibilità di elezione per Morgoni che, pur terzo nel proporzionale Camera sud, con il gioco degli incastri delle pluricandidature di Gentiloni e della Madia potrebbe pure scattare. Più ardue, ma non impossibili, le probabilità per lo stesso Comi che dovrà sperare in un basso resto dei pentastellati e di una scarsa prestazione di Liberi e Uguali nel collegio Camera nord.

Lunedì, 5 marzo avremo le risposte. Dalle parti di Forza Italia, Ceroni ha applicato pari, pari lo stesso copione del 2013. In cambio di un posto sicuro per sé stesso – proporzionale Senato – ha lasciato campo libero alla Lega e Fratelli d’Italia che si sono aggiudicati il grosso de collegi uninominali. Mentre lui dormiva il sonno del giusto, una delegazione di scontenti, con in testa i coordinatori di Ancona, Pesaro e Fermo, si recava a Roma per contestare la lista da lui proposta. Nel frattempo i forzisti di Porto San Giorgio facevano uscire un comunicato nel quale minacciavano di votare in blocco il M5S se solo Ceroni fosse stato candidato. Depennato dai candidati, è stato sostituito dal direttore del Carlino, Andrea Cangini. Stavolta però, a differenza di cinque anni fa, le sue dimissioni sono state accolte ben volentieri dal partito e a seguirlo sono stati, oltre alla vice Cacciolari, solo il sindaco di Falconara e il capogruppo comunale di Fermo. Non proprio la massa, che qualcuno ha descritto.

Adesso bisognerà ripartire da queste macerie per ricostruire prima di tutto una linea politica adeguata a un territorio complesso e plurale come quello delle Marche. Quindi una classe dirigente all’altezza di queste sfide se non vogliamo stare fermi a segnare inutilmente il passo, mentre gli altri vanno avanti. Bisogna farlo pure in fretta. Ogni giorno sprecato è un’occasione persa. Ma mentre nel centrodestra vi sono personalità – penso tra tutti al sindaco di Ascoli, Guido Castelli, capaci e competenti per ricucire un campo largo e inclusivo, temo che, come al solito, nel Partito Democratico prevalgano i personalismi e le vendette del giorno dopo. Non a caso il presidente Ceriscioli, che dovrebbe essere il garante, ma soprattutto il collante di questo nuovo percorso, ha pensato bene di aprire, sin da subito, la resa dei conti con il conterraneo Ricci, sindaco di Pesaro. Dopo i terremoti reali di tutto avevamo bisogno, fuorché del terremoto politico.

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