Nove anni dopo Rigopiano:
«Per i genitori il tempo si è fermato»
Attesa la sentenza in Corte d’appello

STRAGE SULLA NEVE - Oggi la commemorazione sul luogo della tragedia del 18 gennaio 2017. Quel giorno ci furono 29 morti tra cui Marco Tanda, di Castelraimondo, ed Emanuele Bonifazi, di Pioraco. La mamma di Emanuele: «Per noi non è cambiato nulla: è come se fosse successo tutto adesso. Il dolore è lo stesso, in più c’è la rabbia di sapere che non possiamo dire di avergli dato giustizia». Il fratello del pilota della Ryanair: «I più martoriati sono i papà e le mamme. Parlano sempre e solo di quello ed è giusto così». L'11 febbraio attesa la decisione dei giudici

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I soccorsi a Rigopiano il 18 gennaio 2017

di Giulia Sancricca

Nove anni. Eppure, per le famiglie delle vittime della strage di Rigopiano, il tempo non ha mai davvero ripreso a scorrere. Il 18 gennaio 2017 resta una ferita aperta, una data che torna ogni anno con la stessa forza, soprattutto quando le luci del Natale si spengono e il calendario si avvicina a quei giorni di attesa, di telefonate, di speranza e poi di silenzio.

La provincia di Macerata quel giorno perse due figli: Marco Tanda, 25 anni, pilota di Ryanair, ha vissuto a Gagliole e Castelraimondo, ed Emanuele Bonifazi, 31, di Pioraco. Due vite spezzate sotto la valanga che travolse l’hotel Rigopiano, portando via 29 persone e lasciando dietro di sé una scia di dolore che non si è mai dissolta.

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Emanuele Bonifazi

In questi giorni l’attenzione torna inevitabilmente anche sulle aule giudiziarie. La vicenda processuale di Rigopiano è arrivata a un nuovo, delicatissimo passaggio: il 2 e il 5 febbraio la Corte d’appello discuterà a Perugia, con sentenza attesa l’11 febbraio. Un appuntamento che pesa come un macigno sulle famiglie.

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Marco Tanda con la divisa da pilota

A spiegare lo stato della vicenda è Paola Ferretti, mamma di Emanuele: «Aspettiamo la sentenza – dice -, sperando che questa sia la volta buona, che ci siano davvero la volontà e il coraggio di mettere nero su bianco e scrivere una buona pagina di giustizia che finora in Abruzzo ci è stata negata sia in primo grado che in appello. Fortunatamente la Cassazione ha rimesso tutto in gioco e ci ha dato questa possibilità – confida -, ma resta il nodo della prescrizione per alcuni imputati, anche se esistono sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione che allungano i tempi in casi come questi».

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Una delle commemorazioni

Un percorso lungo, logorante, che secondo i familiari non ha ancora affrontato tutte le responsabilità. Gianluca Tanda, fratello di Marco, sottolinea le lacune rimaste: «La Cassazione ha mandato tutto a Perugia per correggere errori di primo e secondo grado. Hanno messo tra gli imputati la Regione che finora era stata la grande assente. Tutto ruota intorno all’organizzazione del rischio valanghe che la Regione aveva l’obbligo di predisporre dal 1992 e che non è mai stata fatta». E aggiunge un interrogativo che, nove anni dopo, resta senza risposta: «La domanda più grande riguarda il prefetto, condannato per falso. Se dichiari di aver aperto il centro operativo il 14 gennaio e poi si scopre che è stato aperto tardivamente il 17, perché vieni condannato solo per falso e non per aver aperto in ritardo la sala operativa?».

E se durante l’anno i riflettori si accendono soprattutto sul processo, in questo periodo emerge un’altra verità. Quella più silenziosa, che vive nelle case, nelle famiglie, nelle stanze dove una sedia è rimasta vuota. «Prima di Natale e poi da oggi (14 gennaio, ndr) inizia il calvario – racconta Paola Ferretti – Emanuele è partito il 14 gennaio e non è più tornato. Da oggi inizio a ripercorrere tutti i giorni, fino a quel maledetto 18 gennaio, e poi fino al 25, quando lo hanno ritrovato. Per noi non è cambiato nulla: è come se fosse successo tutto adesso. Il dolore è lo stesso, ma in più c’è la rabbia di sapere che dopo nove anni non possiamo dire di avergli dato giustizia». Un dolore che si somma allo sfinimento di un’attesa infinita: «È uno stillicidio che dura da sette anni di processo. Se lo definisco disumano non esagero. Durante l’anno indosso una maschera, ma in questo periodo non ci riesco. Un figlio è un figlio. Puoi averne anche dieci, ma se ne manca uno, quello manca».

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Una delle celebrazioni a Rigopiano

Anche Gianluca Tanda parla di una comunità ferma a quel giorno: «I genitori sono fermi al 18 gennaio 2017, parlano sempre e solo di quello, ed è giusto così. I figli cercano di continuare a vivere: qualcuno è diventato papà, qualcuno si è sposato, ma tutti restano legati al comitato. I più martoriati sono i genitori».

E il dolore, nel tempo, ha continuato a colpire: «Non possiamo chiudere il ricordo senza pensare a Gianni Colangeli – dice Tanda -, morto a 50 anni per un infarto mentre tornava da un’udienza a Perugia. Aveva già perso la sorella a Rigopiano ed era una figura centrale per noi. La sua casa era il luogo di tante riunioni».

Questa domenica, nove anni dopo, la speranza è quella di poter tornare ancora una volta a Rigopiano, lì dove sorgeva l’hotel. Le condizioni meteo decideranno, come sempre. «Facciamo una commemorazione raccolta – spiega Gianluca Tanda -. Se il tempo lo permetterà andremo al totem, poi all’albergo per la messa e il nostro rito. Quest’anno siamo riusciti anche a realizzare il giardino della memoria, dove depositeremo i fiori». L’inizio è previsto alle 15 con la fiaccolata verso l’obelisco, poi l’alzabandiera e la deposizione dei fiori. Alle 16,15 la messa in cui saranno ricordati i 29 nomi delle vittime: per loro 29 rose e palloncini bianchi.

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