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Arredi e vini di Rigopiano all’asta:
«Qualcuno vuole cimeli della tragedia,
meglio un museo della memoria»

TRAGEDIA - Bottiglie e oggetti che erano nell'hotel in cui sono morte 29 persone, tra cui Marco Tanda di Castelraimondo e Emanuele Bonifazi di Pioraco, in vendita per saldare i debiti di un vecchio fallimento. Gianluca Tanda, presidente del comitato dei famigliari: «Una forma speculativa inaccettabile»
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I soccorsi a Rigopiano. Nelle foto da sinistra Marco Tanda ed Emanuele Bonifazi

 

I beni dell’hotel Rigopiano all’asta per saldare i debiti di un vecchio fallimento. Dal punto di vista giuridico ineccepibile, dal punto di vista morale un’umiliazione per i famigliari delle 29 vittime, mentre qualcuno arriva a pagare 1.800 euro per una delle bottiglie che si trovavano nell’hotel il 18 gennaio del 2017, il giorno della tragedia. Quindici in tutto i lotti all’asta, valore complessivo 30mila euro. Nessuno ha avvisato i parenti delle vittime, alcuni di loro si sono accorti per caso. Come Paola Ferretti ed Egidio Bonifazi, madre e padre di Emanuele, il 31enne di Pioraco che perse la vita mentre lavorava come receptionist nella struttura di Farindola. Come Gianluca Tanda, fratello di Marco, il pilota 25enne di Castelraimondo, che era in vacanza con la fidanzata, Jessica Tinari, morta pure lei.

Gli arredi dell’Hotel Rigopiano finiti all’asta

La cantina, ma anche specchi e lampadari, vasi e cornici, ceramiche e lettini della spa insomma, quello che è stato risparmiato dalla valanga omicida. Solo le bottiglie più pregiate, per ora, sono state acquistate in un’asta che dai 700 euro di valore di mercato è arrivata a 1.800, tutto per un macabro brindisi. Fra i beni c’è anche il biliardo, che era nella stanza dove si sono salvati i bambini, e la casetta di legno per i giochi dei più piccoli a pochi metri dalla quale è stato trovato il corpo di Marco Tanda. Ed è proprio il fratello, Gianluca, presidente del comitato delle vittime ad esprimere tutto il suo sdegno per l’accaduto e ad annunciare che «Domenica prossima ci riuniremo, per capire come procedere. Tutto verrà deciso insieme, sicuramente parlando tra noi dobbiamo trovare una soluzione. Magari gli arredi che sono rimasti potrebbero essere acquistati da un ente per farci un museo della memoria e ricordare a tutti che tali tragedie non devono più accadere: solo questo può essere uno scopo nobile, tutti gli altri sono speculativi per portarsi a casa un cimelio di Rigopiano, per rubare un ricordo». Tanda sottolinea che «la prima stima dei beni risale al 2010, quindi qualsiasi arredo si è svalutato perché usato. Ora è all’asta allo stesso prezzo. Prende quindi valore per la potenza del ricordo, perché c’è qualcuno che vuole avere a casa il biliardo che si trovava nella stanza in cui si sono salvati i bambini come se fosse la chitarra di un noto cantante».

E’ questo l’aspetto che più tocca il presidente del comitato delle vittime di Rigopiano, per quella che definisce senza mezzi termini «Una forma speculativa inaccettabile. Bottiglie all’asta che, seppure di vino pregiato, non hanno più le etichette, senza alcuna certificazione della loro bontà, rovinate dalle infiltrazioni d’acqua e dal modo in cui sono state conservate non possono valere 700 euro come costavano allora. E sono addirittura arrivate a 1800 euro. Uno scempio. Il ricordo non può essere di chiunque, vantarsi di avere in casa una bottiglia proveniente da quel luogo e come uno sfregio nei confronti delle 29 vittime». L’altro aspetto che Tanda non può fare a meno di evidenziare è quello che riguarda l’iter che ha portato alla perizia dei beni. «Per fare un’asta hanno avuto i necessari permessi per entrare e valutare il tutto. Noi stiamo combattendo da due anni per poter installare una statua con 29 cubi, che ora giace in deposito di Farindola, in una parte dell’albergo non travolta dalla valanga cioè il parcheggio, ma ci dicono che è vincolato all’interno di area sottoposta a sequestro. I nostri cari sono morti per la burocrazia e la burocrazia permette queste cose. Vorremmo che gli arredi fossero acquistati per farci un percorso della memoria, o che venissero distrutti: qualcuno invece ce li ha a casa. E’ inconcepibile che mio fratello e la sua ragazza, per questioni di centimetri, siano morti mentre si trovavano spalla a spalla con una coppia che si è salvata e che i loro corpi siano stati trascinati vicino a quella casetta che è ora in vendita e ha un prezzo – precisa Tanda – Non esiste un caso, esistono le responsabilità. La nostra paura è che ancora qualcuno abbia il coraggio di sostenere che la colpa possa essere del terremoto, che invece li ha avvertiti che da li a cinque ore gli sarebbe piombata addosso la valanga, o dei nostri parenti che hanno deciso di andare lì in condizioni meteo sfavorevoli. Non hanno scalato una parete rocciosa hanno solo percorso una strada che era aperta per andare sulla neve come chiunque vuole andare al mare se c’è il sole. Erano andati in vacanza e hanno trovato la morte per colpa di chi doveva compiere il suo dovere e non l’ha fatto».

(Redazione CM)

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