
Ivo Buccolini e Vivina Ascolani
di Francesca Marsili
«Ogni qualvolta che arrivava la posta per me era una coltellata al cuore. Ciò che ho passato non voglio pensarci più, mi basta solo per ora saperti bene. Tu stai tranquillo, scrivimi, quanto non puoi magari una cartolina con il semplice indirizzo». Era il 17 agosto 1916 quando la giovane Vivina Ascolani, di Colmurano, scriveva queste parole al suo amato Ivo Buccolini, 21enne di Urbisaglia arruolato al fronte nella Grande guerra. Centodieci anni dopo, nel giorno di San Valentino, è Stefano Buccolini ad aprire la lettera dei nonni e regalarci la testimonianza di cosa significhi l’attesa per amore.

Nel 1915 Vivina e Ivo furono separati dalla Prima guerra mondiale. Per quattro lunghi e interminabili anni, salvo sporadici licenze, la panacea alla loro distanza fu l’inchiostro, come filo che univa i cuori. Lettere che i due custodivano gelosamente in attesa del ritorno. «Vorrei stare là per accertarmi di tutto, per riparare tutti i pericoli che ti viene incontro, per vederti ma anche per poterti sollevarti un po’ del lavoro», scriveva Vivì al suo Ivo. Righe in cui non c’è solo l’amore romantico, ma lo spirito di una donna che vorrebbe farsi scudo fisico per il suo uomo, che vorrebbe pulire le macerie di Gorizia con le proprie mani pur di alleviargli la fatica. C’è l’urgenza di chi sa che ogni parola potrebbe essere l’ultima, ma con la fermezza di chi ha deciso di aspettare, costi quel che costi.

C’è il pudore, che era uno degli elementi chiave dell’amore, di chi scrive che ha inviato la stessa lettera anche alla mamma del fidanzato: «Così non penserà che nella mia ci sia qualcosa di male». Vivì racconta al suo uomo in prima linea nella guerra delle «coltellate al cuore» provate a ogni arrivo della posta, temendo la terribile notizia. Per Ivo, ma per tutti gli uomini al fronte, ricevere quelle lettere conservate gelosamente nella giubba, vicino al cuore, quasi potessero fungere da scudo contro le pallottole, significava respirare per un istante l’aria di casa.
Ivo tornò a casa solo alla fine del 1919. Sopravvisse alla guerra, forse anche grazie a quel bacio spedito per posta che Vivina gli prometteva di inviare «nell’ora del pericolo». Se la loro storia, nata tra le colline marchigiane e sospesa tra le trincee di Gorizia, ci commuove ancora è perché in quelle lettere c’è qualcosa che oggi, dove i messaggi viaggiano alla velocità della rete, abbiamo smarrito: l’essenza dell’attesa per amore.
Ecco la lettera integrale scritta oltre un secolo fa da Vivina Ascolani. Nella trascrizione sono state lasciate le “sgrammaticature” presenti, per dare più autenticità al contenuto della stessa.
Colmurano 17. 08. 16
«Ivo carissimo,
Ieri sera con immenso piacere ricevei una gratissima lettera e sulla quale rispondo. Scrissi di nuovo ieri, ma non so se l’ avrai presa perché feci l’ indirizzo vecchio, in tutti i modi oggi riscriverò. Fui contenta sapere buone notizie, però con dispiacere ho appreso ora ti trovi in prima linea. E la raccomandazione che fece Belloni come è andata a finire ? Ti ci trovi bene dentro Gorizia ? c’è pericolo? Vorrei stare là per accertarmi di tutto, per riparare tutti i pericoli che ti viene incontro, per vederti ma anche per poterti sollevarti un po’ del lavoro. La lettera la mandai anche a mia e tua madre così non penserà che nella mia ci sia qualcosa di male. Ti è dispiaciuto?. quante cose vorrei sapere da te , invece quante cose mi nascondi, tu solo lo sai. Quando potrai farmi una lunga lettera per dirmi tutto ciò che hai passato, quanto hai sofferto, tutto ciò che ora ti passa per le mani. Vuoi sapere cosa ci dicono qua, capirai chi dice che la guerra non andrà per le lunghe, chi dice che ci sarà ancora del tempo per la fine, chi una cosa chi l’altra, ma io non credo nulla solo quando è finita e che ti vedrò vicino a me allora si lo credo. Ma con tutto ciò bisogna sperare almeno sempre che le cose vadano bene. Come ti scrissi ieri quanto ho sofferto io non lo sa nessuno solo io ne sono testimone, solo il mio sincero cuore sa quante strette, quanti battiti di meno a dato. Un giorno credevo da morire con le continue intermittenze, ogni qualvolta che arrivava la posta per me era una coltellata al cuore, ciò che ho passato non voglio pensarci più mi basta solo per ora saperti bene. Tu stai tranquillo scrivimi, quanto non puoi magari una cartolina con il semplice indirizzo,
Ciao amore mio, ti voglio tanto bene pensami nell’ ora del lavoro e del pericolo sarà la tua carissima che con un bacio forte quando mi penserai ti manderà. La tua Vivì»


Liduina Ascolani : la cugina di 3grado del mio nonno paterno
Che grande amore bellissima storia
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Ringrazio Cronache Maceratesi e Francesca Marsili per questa pubblicazione che ci riporta ad un passato, la cui mentalità è – credo – impossibile che alberghi nei cuori dei giovani d’oggi. D’altra parte non hanno vissuto un’epoca di guerra. Come io, ed altri ancora in vita, l’abbiamo vissuta con la Seconda Guerra Mondiale. Quando ricevevamo le lettere di mio padre da Tobruk, sulla San Giorgio, o da Zonderwater, prigioniero – ma vivo – in Sud Africa.
Sarà la vecchiaia, ma la lettera pubblicata mi ha commosso fino alle lacrime. Ciò mi dimostra che ancora sono umanamente vivo.
Si resta sopresi di un amore che. nelle intenzioni, rimane casto. E comunque inneggiante all’unico personaggio del suo cuore. Mentre, al di fuori di esso, era solo morte, paura e disperazione. Eppure con la fiduciosa speranza che questo amore non si sarebbe spento con una morte. Scopriamo che personaggi di cento anni fa, privi del benessere fisico, erano realmente e decisamente più vivi di quelli di oggi, che hanno (che abbiamo) tutto. E che, malgrado ciò, siamo come zombi.
Farò dire una Messa in suffragio di Ivo Buccolini e di Vivina Ascolani, poiché sono ancora vicini alla realtà invisibile di “impulsi e di emozioni” che hanno vissuto, che è ancora “simile” alla nostra, e per le emozioni di luce che mi hanno dato.