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Alex Zanardi commuove Corridonia:
«Non sono un supereroe,
solo uno che è sempre andato avanti»

LA LEZIONE DI VITA del campione accolto con grande calore al teatro Lanzi. Una giornata dedicata alla disabilità nello sport come anteprima dei mondiali di paraciclismo che la città ospita da domani a domenica
martedì 7 Maggio 2019 - Ore 21:21 - caricamento letture
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Alex Zanardi a Corridonia

 

di Leonardo Giorgi

«Sei un campione di vita!» gli urlano dalla platea. Lui sorride, saluta e quando tutto il pubblico si alza in piedi per una commossa standing ovation, dice di stare comodi e mettersi seduti: «Non sono un supereroe, sono uno che è sempre andato avanti». Alex Zanardi arriva al teatro Lanzi di Corridonia e centinaia di occhi e orecchie sono indirizzati verso le parole del campione e dell’icona degli sport paraolimpici. Zanardi, che nei prossimi giorni parteciperà («come uno dei tanti» dice lui) ai mondiali di paraciclismo che si terranno proprio a Corridonia, racconta un po’ della sua vita, del suo rapporto con la competizione e alcuni degli aneddoti più significativi della sua carriera post incidente. Il tutto durante una giornata tutta dedicata alla disabilità nello sport (e viceversa) organizzata dall’Università di Macerata e che ha visto gli interventi di Marco Scarponi e Greta Malavolta dell’Anffas Macerata, Noemi del Bianco di Unimc, Nicoletta Marconi della Lega del filo d’oro, Riccardo Solini dal direttivo della comunità di Capodarco, del sindaco Paolo Cartechini e dei ragazzi e i professori dell’ipsia di Corridonia.

«I momenti difficili ci sono sempre nella vita. Per esempio – racconta alla docente Unimc di Pedagogia delle disabilità, Catia Giaocni – mi sento più disabile a parlare con mio figlio di 20 anni che quando sta davanti una rampa di scale. Le sfide della vita possono trovarci impreparati, è vero. Ma il fatto è che non esiste una ricetta magica se non c’è voglia di trovarla. Prima dell’incidente pensavo che in una situazione del genere mi sarei tolto la vita. Poi quando mi ci sono trovato, beh, col cavolo. Nell’attimo in cui mi sono svegliato dopo l’incidente ho provato solo gioia, perché ero ancora vivo. Nonostante il dolore enorme, ma quel dolore era la prova che ero vivo. Qualche dottore ancora non ci crede e forse pensa che non mi sono ancora accorto di essere morto». In effetti, dal punto di vista clinico, il fatto che Zanardi si sia salvato dopo l’incidente del 15 settembre 2001 e dopo ben 16 operazioni chirurgiche nel giro di poche ore è ai limiti dell’incredibile. «Il mio caso è stato studiato dalla Nasa – spiega lo sportivo con un sorriso – perché è davvero assurdo. In quel letto d’ospedale ho avuto anche l’estrema unzione. Per un’ora ho vissuto con un solo litro di sangue, il mio cuore si è fermato sette volte. Fu Daniela, quando mi svegliai, a spiegarmi tutto. Io le dissi semplicemente che ne avremmo pensata una per volta e che in quel momento avrei voluto solo dormire. Ero tranquillo. Ero vivo».

Prima della maratona di New York, degli esperimenti con le biciclette, dei trionfi, c’erano però i veri grandi traguardi da attraversare. Uno, a prima vista banale, è stato quello che gli ha regalato una delle gioie più grandi della sua vita: «Stavo facendo le prime prove con le protesi e dopo un po’ dissi ai medici che andavo un attimo al bagno. Ci andai e mentre stavo lì davanti la tazza pensai “Cacchio, ma questa è la prima volta dopo l’incidente che faccio pipì in piedi” ed ero felicissimo. Anche una piccola cosa come questa può essere una vittoria». Da lì in poi, la carriera sportiva del campione ricomincia. «Sono un tipo molto tecnico e mi piaceva modificare le biciclette per cercare di renderle sempre più veloci. I primi tempi feci un giro in una zona industriale dove non c’era nessuno e andai a manetta verso una curva, convinto di aver messo a punto un mezzo perfetto. Invece feci un capitombolo pauroso, mi feci un male cane all’osso sacro. Ero per terra e passò un anziano che venne a darmi una mano. Quando mi vide senza gambe gli prese un colpo. Dovetti spiegargli che in realtà già non ce le avevo quando ero partito». Tra tanti ricordi, anche qualcuno più commovente. Come la medaglia d’oro “amara” di Londra («Realizzai che quella parte della mia vita era finita, avevo raggiunto il traguardo») o quella volta che incontrò al bar di un ospedale il papà di una bambina di 4 anni nata senza gambe. «Lo vidi piangere e provai a consolarlo. Poi vidi che in realtà aveva un sorriso enorme stampato in faccia, che aveva poco a che fare con le lacrime che gli rigavano il volto. Mi spiegò che dopo diversi anni che aveva chiesto delle protesi per sua figlia, i medici dissero che quel giorno era proprio il giorno giusto per metterle. Ma mentre il medico era lì a montare le protesi alla bambina, guardò male il padre dicendo “Ma le scarpe?”. Allora il papà è corso fuori, in una città che non conosceva, a cercare un negozio di scarpe e comprarle alla sua bambina. Mi guardò ancora piangendo e mi disse: “Oggi ho comprato le scarpe a mia figlia”».



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