Falso Leopardi,
“i veri esperti sono i recanatesi
Superficiali Unimc e direttori di biblioteche”
RECANATI - Dopo che l'Infinito è stato bollato come una bufala, critiche ad un caso mediatico che si poteva evitare con maggiore attenzione, logica e contattando gli studiosi più attenti del poeta
di Donatella Donati
Finalmente la verità sul famoso e falso autografo dell’Infinito sul quale per alcuni mesi si è esercitata la stampa nazionale, la stessa televisione e finanche qualche direttore di rivista letteraria.
A Cronache Maceratesi l’avevamo detto fin dall’inizio che era impossibile che Leopardi replicasse se stesso in modo tanto preciso conservando anche le correzioni, era impossibile sia pensando a lui come poeta sia a lui come scrivano preciso delle sue poesie.
Non avendo in mano il testo incriminato pensavamo a qualcosa riferibile alla sorella o alla cognata di Giacomo, finché dalla perizia non è venuta fuori anche l’epoca in cui il falso è stato creato, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento e a darne la conferma sono stati i recanatesi, gli unici a cui bisognava rivolgersi fin dall’inizio.
C’è un proverbio napoletano che forse anche Leopardi conosceva, “Che bisogno c’è di andare ad ‘accattare’ tazze a Napoli quando ce ne sono a Caiazzo?” A Recanati c’è un comitato scientifico, a Recanati c’è la famiglia Leopardi, a Recanati ci sono collezionisti molto noti e proprio da questi collezionisti sono venute le informazioni più importanti. Quando la perizia ha avuto bisogno di conferme più precise ha dovuto giovarsi dei recanatesi e di quelli di buona qualità.
Antonio Perticarini, direttore della Pinacoteca civica, ha subito intuito che si dovesse trattare di un calco e si è rivolto a Giovanni Ribe, appassionato raccoglitore di cimeli, chiedendogli di cercare tra le sue carte un probabile altro calco e così è venuto fuori un foglio identico a quello presentato con tanto clamore mediatico come una grande scoperta.
Se ne è fatta subito la storia, nel decennio sopra indicato si facevano gadget con autografi leopardiani che chi aveva un torchio trasformava su carta d’epoca in fac-simili che venivano poi donati ad amici.
Non sono riuscita ad individuare a chi appartenesse quel torchio perché chi ho interrogato mi ha fatto vari nomi. La lastra del foglio in questione è stata venduta insieme ad altre lastre ad un antiquario di Civitanova che ancora le possiede.
Non faccio supposizioni su quello che deciderà la procura, ma mi sembra necessaria una riflessione sulla superficialità di tutti coloro che hanno contribuito a montare intorno a una falsa notizia tanto clamore, l’Università di Macerata che ci ha organizzato sopra un convegno, il direttore della Biblioteca di Salerno che ha sentenziato la credibilità della scoperta e la Biblioteca di Napoli che non l’ha fermato. Questo fa pensare che nel mondo universitario ci sia quasi un gusto a veder cadere in discredito i propri professori e che non ci sia nessuna generosità nei confronti di chi sbaglia.
Ma ritorniamo ai due superperiti recanatesi, Perticarini e Ribe, secondo i quali sicuramente in altre case di Recanati , in altre collezioni esistono copie analoghe del falso incriminato, perché era abituale farne una certa quantità. Dobbiamo aspettarci che in occasione dei nostri articoli ne spunti fuori qualche altra e che forse lo stesso antiquario civitanovese che possiede la lastra si faccia vivo.













Sempre in gamba la mia professoressa di storia dell’arte dei tempi del liceo!
sì ma certificare l’autenticità di un falso evidente e grossolano, subito messo all’asta su base 150.000 euro, subito concupito dalla regione Marche, non può essere una svista superficiale da perdonare generosamente…
Non escluderei neppure che Leopardi conoscesse anche quell’altro proverbio napoletano che dice:
chi troppo vo’ magna’ s’affoca.