Nuove scoperte su Leopardi?
Occorre cautela

L'INTERVENTO - Dalla sepoltura del grande poeta al ritrovamento di un altro autografo dell'Infinito, notizie clamorose ma che necessitano di lunghi e accurati accertamenti
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Reale Accademia
di Donatella Donati

È diventato di moda aprire le tombe di personaggi illustri e famosi per individuare attraverso l’esame del dna dei loro resti e successive comparazioni l’epoca della morte, l’appartenenza familiare, la congruità con quello dei discendenti. Uno specialista di azioni del genere, destinate poi a diventare spettacolo, è Silvano Vinceti , autore televisivo appartenente ad una associazione per la valorizzazione del patrimonio culturale, che da anni, facendo scoperchiare tombe e sarcofagi, vuole dimostrare la certa identità del sepolto. Gli è riuscito con Dante, Boiardo e Monna Lisa, che presto sarà oggetto di una trasmissione televisiva su Rai 2, non gli è andata bene invece con Leopardi, il cui cenotafio a Posillipo non è stato violato. Dieci  anni fa Vinceti arrivò baldanzoso a Recanati proponendo a Vanni Leopardi e a Franco Foschi una eccezionale operazione mediatica, l’apertura della cassetta in cui sono riposti nel monumento a Posillipo, accanto a quello di Virgilio, i presunti resti di Leopardi. Il confronto del loro dna con quello di uno degli ultimi discendenti avrebbe permesso in modo definitivo la legittima appartenenza. Vanni Leopardi e Foschi si opposero energicamente e così fece a Napoli il sindaco Jervolino, sollecitata insistentemente ad aprire la tomba.

Tomba a Napoli

Tomba a Napoli

Riassumo in base alle varie testimonianze quanto riguarda il seppellimento di Giacomo. Ranieri racconta che lo aveva sottratto ai monatti a cui doveva essere affidato il cadavere di  tutti i morti in tempo di colera e lo aveva segretamente fatto seppellire nella chiesa di San Vitale Fuorigrotta nella quale successivamente gli aveva fatto erigere un monumento. Quando nel 1900 fu fatta la riesumazione ufficiale adeguatamente verbalizzata, nella cassa le cui assi erano sconnesse,  furono ritrovati frammenti ossei sbriciolati, un femore di 45 centimetri sicuramente non suo, stante la lunghezza, e una pantofola che fu poi acquistata da Beniamino Gigli e donata al Comune di Recanati. I resti furono messi in una cassetta e il monumento fu rifatto. Mussolini nel 1939, premuto dai membri della Reale Accademia d’Italia, fece portare l’urna a Posillipo e la  fece murare in un cenotafio accanto a quella del latino Virgilio. Dove dunque sono i resti di Leopardi? Ne ho parlato a lungo con Clemente Esposito,direttore del Centro Speleologico Napoletano, il quale da anni si occupa, attraverso scavi e indagini, di ricostruire la mappa delle sepolture napoletane e nel libro Il Cimitero delle Fontanelle ne ha descritto le caratteristiche e la dislocazione secondo le più recenti ricerche.

A suo parere, confermando il parere ormai generalizzato, Ranieri mentì e inventò arbitrariamente una sepoltura perché inevitabilmente il corpo di Leopardi fu gettato insieme a quello di tutti gli altri morti di quei giorni, colerosi e non, nel cimitero dei colerosi o in quello delle 366 fosse, costruito dall’architetto Fuga, una fossa al giorno e una in più per il bisestile. Il cimitero dei colerosi in tempo di epidemia accoglieva indistintamente sani e malati ed era collocato nella zona dell’attuale stazione, all’inizio di via Malta, mentre quello delle Fontanelle è nel rione Sanità. Impossibile dunque una identificazione dei resti di Leopardi tra le migliaia che con essi sono confusi. Il cenotafio a Posillipo va rispettato come simbolo della sua sepoltura. Attualmente Esposito sta ancora cercando un antichissimo cimitero, detto La Piscina, che dovrebbe essere sotto piazza Cavour ma che non è ancora stato ritrovato e che con Leopardi non c’entra.

Questo episodio dimostra la cautela con la quale vanno affrontate scoperte e ricerche che riguardano il  poeta. In coda all’episodio della tomba ricordo che la stampa napoletana all’epoca di Vinceti riportò anche altre ipotesi molto fantasiose sulla sepoltura di Leopardi,come quella della collocazione della salma nell’intercapedine tra muro e muro della casa di Vico Pero dove Giacomo morì. In una casa vicina nel corso di una recente ristrutturazione era stato trovato in un’intercapedine uno scheletro, confermando l’ipotesi di sepolture domestiche.

Grande cautela perciò nel presentare e diffondere notizie di clamorose scoperte come quella oggi comparsa sulla stampa del ritrovamento di un altro autografo de L’infinito. La perizia pretende tempi lunghi e sofisticate tecnologie e dovrebbe essere affidata alla Biblioteca nazionale di Napoli, custode e studiosa di quasi tutti gli autografi leopardiani dallo Zibaldone ai Canti e non alle università. Sembra anche impossibile che la famiglia Coglio abbia avuto in sua proprietà un tale autografo e non ne abbia parlato; bisognerebbe risalire agli eventuali donatori di cui ormai, uno di loro è stata la sorella Paolina, si sa tutto. Quanto alla valutazione dell’autografo stimata a centomila euro, questo mi sembra un affronto al valore incalcolabile che se fosse autentico tale autografo potrebbe avere. centomila euro come un vestito da sposa di Valentino? Il caso Vinceti ci spinge alla cautela e alla ricerca di veri esperti.

Oggi la memoria di Leopardi a Recanati è affidata, oltre che a Casa Leopardi,  al Centro Studi e al Centro Mondiale,il primo istituito nel centenario della morte, il secondo nel bicentenario della nascita, ridotti entrambi a un oscuro luogo senza vita. Un appello alla famiglia Leopardi, agli amministratori dei due centri, al Comune di Recanati, alla regione e , perché no? all’Unesco che nel 1998 a Parigi dedicò una seduta plenaria a Leopardi, affinché i luoghi della memoria tornino ad essere anche i luoghi della cultura.



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