Otto, travolto e ucciso da un Suv pirata.
«Stavamo passeggiando con i bambini,
li ho scansati ma chi guidava ha accelerato»
PETRIOLO - Il conducente ha investito un cagnolino di 9 anni. L'incidente in via San Marco. Presentata la denuncia ai carabinieri di Mogliano. Il racconto dei proprietari: «Non si è curato di vedere chi avesse investito, è andato via come una scheggia»

Il cane Otto
di Alberto Bignami
Una passeggiata in famiglia, a pochi passi da casa, trasformata in un incubo indelebile. E’ quanto avvenuto ieri sera a Petriolo, lungo via San Marco, una strada di campagna quasi al confine con l’Abbadia di Fiastra.
Erano le 21 quando un Suv pirata ha travolto e ucciso Otto, un cane di 9 anni, proprio davanti agli occhi dei suoi proprietari e i loro due bimbi.
Durante quella passeggiata serale, una delle tante per stare insieme, Francesca stava camminando insieme al compagno Roberto (nomi di fantasia come richiesto dai proprietari, ndr), alla loro bimba di appena 9 mesi, che era sul passeggino, e al figlio di 6 anni, che procedeva poco distante in bicicletta. Con loro c’era ovviamente anche Otto, un incrocio di Lagotto, regolarmente tenuto al guinzaglio.
Ecco però che all’improvviso, nel silenzio della campagna si sente il rumore di un Suv che procede a velocità sostenuta per non dire “folle”.
«Abbiamo sentito questo rumore forte, di un’auto – racconta Francesca, ancora sotto choc -. Ho riparato subito i figli, è stato il mio primo pensiero. Poi ci siamo girati, abbiamo fatto cenno a quel Suv di rallentare ma non abbiamo avuto il tempo materiale. Lui, anzi, ha accelerato. Ci siamo spostati ma Otto è stato preso. Centrato da quel Suv bianco, grosso e moderno, e trascinato e sbalzato per cento metri».
Nelle parole della donna emerge chiaramente la repentinità di un pericolo impossibile da calcolare. L’istinto materno di fare scudo ai propri figli piccoli prima ancora di capire cosa stia succedendo, il braccio alzato in un disperato tentativo di chiedere di rallentare in una strada che ha un limite di 40 chilometri orari e che è comunemente frequentata da ciclisti. Invece, la reazione del conducente è stata l’esatto opposto. L’andatura del mezzo, stimata almeno intorno ai 100 chilometri, è persino aumentata.
«Si è accorto certamente di quello che ha fatto – riprende la donna -. Da lontano ci ha visto. Il cane non è sbucato all’improvviso e lui guidava su un rettilineo. Ha mantenuto l’alta velocità, accelerando mentre si avvicinava a noi». Secondo la donna l’automobilista non poteva non vedere quattro persone, di cui una in bicicletta e una con un passeggino, lungo un tratto stradale dritto e in un orario in cui vi è ancora luce.
«Ha accelerato. Ha perso quasi il controllo del veicolo ed è andata via a scheggia – aggiunge Roberto -. Non si è curato di vedere se era un bambino, un cane, un gatto, un adulto quello che aveva investito».
L’impatto emotivo sulla famiglia è devastante, specialmente per il figlio più grande. «Una scena straziante per tutti noi. Ancora più traumatizzante per mio figlio che ha visto tutta la scena e il cane che veniva portato via. E’ successo al mio cane, ma potevano essere i miei figli. Mio figlio era in bicicletta». Il cagnolino è stato portato alla clinica veterinaria, ma le lesioni interne erano troppo gravi e il cuore del cane ha cessato di battere poco dopo.

Il cane Otto
Oggi è stata formalizzata la denuncia alla stazione dei carabinieri di Mogliano. I militari hanno avviato le indagini per risalire al conducente.
La morte di Otto ha lasciato un vuoto immenso nei suoi proprietari, anche per come era iniziata la sua storia d’amore con questa famiglia.
Era stato abbandonato davanti a casa di Francesca e Roberto circa 8 anni fa. «Non era un cucciolo, si vedeva. Accadde una sera durante un temporale. Sentivamo gli altri nostri cani che abbaiavano – racconta Francesca -, ho aperto la porta di casa e l’ho visto, in condizioni disastrose. Appena si è accorto di me, è come se avesse visto il sole, ed è corso davanti alla porta. Gli ho letto negli occhi che mi diceva: “Che bello, finalmente ti ho trovato”. Non dimenticherò mai quello sguardo».
Non è stato un errore, non è stata la distrazione di un momento; è stata una scelta. Quel gesto di premere sull’acceleratore proprio mentre un essere vivente — un cane che si fidava del mondo, dei padroni e degli spazi aperti — e una famiglia con bambini stavano lì, trasforma l’automobilista da semplice pirata della strada a qualcosa di molto più cupo.
È un gesto che trasuda una forma di arroganza suprema: l’idea che la propria traiettoria, il proprio “andare veloce” verso un obiettivo privato, sia infinitamente più importante della vita altrui, fosse anche quella di un animale. Accelerare dopo aver percepito il pericolo non è solo codardia, è una negazione dell’altro. È come se il guidatore avesse voluto affermare: “Io passo, e il resto del mondo deve scansarsi o sparire”.
In quella manovra c’è la negazione totale dell’empatia: si preferisce trasformare un’anima in un ostacolo da superare con la forza bruta, piuttosto che riconoscere la propria fallibilità, fermarsi e chiedere scusa. È quell’accelerazione a rendere il silenzio di chi è scappato così assordante e imperdonabile.
Fa un certo effetto non capire bene
Da dove nasce ogni tua reazione
E tu stai vivendo senza sapere mai
Nel tuo profondo quello che sei
Quello che sei
I mostri che abbiamo dentro
Che vivono in ogni uomo
Nascosti nell’inconscio
Sono un atavico richiamo
I mostri che abbiamo dentro
Che vagano in ogni mente
Sono i nostri oscuri istinti
E inevitabilmente dobbiamo farci i conti
I mostri che abbiamo dentro
Silenziosi e insinuanti
Sono il gene egoista
Che senza complimenti
Domina e conquista
I mostri che abbiamo dentro
Ci spingono alla violenza
Che quasi per simbiosi
Si è incollata alla nostra esistenza
La nostra vita civile
La nostra idea di giustizia e uguaglianza
La convivenza sociale è minacciata
Dai mostri che sono la nostra sostanza
I mostri che abbiamo dentro
I mostri che abbiamo dentro
I mostri che abbiamo dentro
Ci fanno illanguidire
Di fronte a quella cosa
Che spudoratamente
Noi chiamiamo amore
I mostri che abbiamo dentro
Sono insaziabili e funesti
Sono il potere a tutti i costi
Ma anche chi lo odia
Soltanto per invidia
I mostri che abbiamo dentro
Ci ispirano il grande sogno
Di un Dio severo e giusto
Col mitico bisogno
Di Allah e di Gesù Cristo
I mostri che abbiamo dentro
Ci inculcano idee contorte
E il gusto sadico e morboso
Di fronte a immagini di morte
La nostra vita cosciente
La nostra fede nel giusto e nel bello
È un equilibrio apparente che è minacciato
Dai mostri che abbiamo nel nostro cervello
I mostri che abbiamo dentro
Crescono in tutto il mondo
I mostri che abbiamo dentro
Ci stanno devastando
I mostri che abbiamo dentro
Che vivono in ogni mente
Che nascono in ogni terra
Inevitabilmente ci portano alla guerra
(Giorgio Gaber)
https://www.youtube.com/watch?v=eWsA5aaxU5k
1. Simbolismo fallico e potenza: Nella psicoanalisi molti oggetti allungati, potenti o penetranti (bastoni, armi, veicoli) sono visti come simboli fallici. L’auto o la moto rappresenta un’estensione del pene e del potere virile:Più grande e potente è il veicolo (SUV imponente, moto aggressiva, auto sportiva), maggiore è il senso di potenza e invulnerabilità. Come ha notato uno psicologo italiano, «più l’auto è grossa, più siamo potenti».
Guidare dà piacere perché permette di dominare lo spazio con facilità, penetrandolo ad alta velocità: un atto che evoca metaforicamente il coito o la conquista.
La moto accentua questo aspetto: è più diretta, esposta, “erotica” che romantica — un’estensione corporea quasi fallica-locomotoria, con forte carica adrenalinica e di rischio.
Questo richiama la fase fallica dello sviluppo psicosessuale (3-6 anni circa), in cui il bambino esplora temi di potenza, castrazione e differenza sessuale. Guidare riattiva un senso di onnipotenza infantile compensatoria.2. Estensione del Sé e controllo onnipotenteL’auto non è solo un mezzo: diventa un prolungamento del corpo e dell’Io. All’interno dell’abitacolo:Ci si sente protetti e anonimi (come in un “carro armato”), il che libera istinti aggressivi repressi nella vita quotidiana.
Il guidatore esercita un controllo quasi assoluto su velocità, direzione e ambiente — una gratificazione narcisistica e una scarica libidica.
Per molti, soprattutto adolescenti o adulti insicuri, «l’idoneità alla guida» simboleggia inconsciamente «l’idoneità alla vita».
3. Aggressività, Thanatos ed ErosLa guida mescola Eros (pulsione di vita, piacere, unione) e Thanatos (pulsione di morte, aggressività, rischio):Il piacere della velocità crea uno stato di allerta fisiologica (“sensation seeking”) che fa sentire vivi.
Nel traffico emerge facilmente rabbia e competitività: l’auto diventa arma o rifugio per scaricare frustrazioni. Questo è visto come valvola di sfogo per pulsioni represse.
La “nevrosi da traffico” è un classico esempio di come la civiltà (regole, ingorghi) frustri le pulsioni, generando aggressività.
4. Aspetti relazionali e sessualiL’auto può essere vissuta come “moglie meccanica” (Marshall McLuhan, ripreso in chiave psicoanalitica): obbediente, seducente, controllabile. O come oggetto femminile (la “lei” da curare e ammirare per la carrozzeria).
Spesso funge da nido d’amore o spazio di intimità (soprattutto per i giovani), legando direttamente piacere di guida e sessualità.
Oggetti come antenne, spoiler o fari possono avere valenze esibizioniste o falliche.
In sintesi, il piacere di guidare ha radici profonde nell’inconscio: gratifica pulsioni sessuali/aggressive, restituisce un senso di potenza e libertà in un mondo che spesso lo nega, e permette di giocare con l’identità attraverso un oggetto-simbolo estremamente carico. Non è solo “pratico”, ma un’attività psicologicamente densa, che spiega perché tanti la vivano come passione (o dipendenza).
Sono dolori che si possono risparmiare se si ha un po di buon senso e responsabilità….buon ponte al pelosetto, e coraggio alla famigliola.
@ Teresa Feli, ma che sta scrivendo.
l’articolo NON parla di nessun camionista, ma di autista con SUV.
Espressamente dichiara la proprietaria che il cane non è sbucato dal nulla quindi deduco che sia stato al guinzaglio.
Assassino Maledetto.. Vola in cielo Piccolo Angelo Pelosetto noi che amiamo gli Animali sarai sempre nei nostri Cuori. Riposa in Pace.
Chi lo teneva al guinzaglio e’ stato fortunato a non riportare ferite o contusioni
Chi lo portava al guinzaglio e’ stato molto fortunato a non riportare ferite o contusioni
“Gente” indisciplinata priva di sentimenti che Con tutte le telecamere che ci sono in giro non dovrebbe essere troppo difficile da identificare.