Manoscritto de L’Infinito,
spunta un’altra copia

L'INTERVENTO - E' la prova regina, cercata dal perito, che ha già quasi concluso l’esame calligrafico
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Donatella Donati

Donatella Donati

A Recanati è stata trovata un’altra copia de L’Infinito di Giacomo Leopardi  di proprietà di un privato. E’ la seconda dopo quella finita nel mirino della magistratura dopo la denuncia della Sovrintendenza archivistica di Roma. Donatella Donati, esperta leopardiana e per anni membro del Centro Studi Leopardiani fa il punto su copie e originali.

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di Donatella Donati

Vanni Leopardi l’aveva detto, al convegno, organizzato dall’università di Macerata e dalla professoressa Laura Melosi, per presentare il “terzo” Infinito leopardiano, considerato autentico, e già fatto conoscere attraverso i principali quotidiani italiani, la radio e la televisione. Lo aveva detto che si trattava di un falso, per la sua conoscenza della storia della famiglia e per l’assoluta certezza che i manoscritti dell’Infinito sono solo due. Vanni Leopardi non era stato ascoltato e quasi lo si era tenuto in disparte mentre, nei giorni successivi, questo terzo ipotetico manoscritto era stato esposto al pubblico.

Fin dall’inizio avevo espresso, con una serie di articoli in “Cronache Maceratesi”, la convinzione che si trattasse di un falso, rilevando anche la presenza nella Storia della letteratura del Sapegno di un’identica riproduzione. Si era creata intanto una piccola compagnia di convinti, pronti a certificarne l’autenticità, mentre il proprietario faceva mettere all’asta, in una Casa fiorentina, il presunto originale. Sulla soglia dell’asta, a un passo dall’intervento del battitore, il manoscritto fu ritirato. In un secondo tempo, una denuncia partita dalla Sovrintendenza archivistica di Roma ha bloccato tutta l’operazione, che ora è nelle mani della magistratura. Si tratta di un gruppo di creduloni o di altro?
La prova regina, cercata dal perito, che ha già quasi concluso l’esame calligrafico, è venuta da Recanati, dove è spuntata un’altra copia-originale dell’Infinito, di proprietà di un altro privato, confermando che, a volerle cercare, se ne possono trovare anche delle altre. La famiglia Leopardi infatti ha spesso usato carta d’epoca per fare dei gadget per amici e personalità o per l’invio a mostre. Un duro colpo, un’altra ferita, al Centro nazionale di studi leopardiani, del cui comitato scientifico la professoressa Melosi fa parte. Il Centro sembra abbandonato al suo destino, lo dimostra anche lo spostamento del suo fulcro a Napoli, la stessa città che accolse Leopardi negli ultimi anni della sua vita. Il Consiglio di amministrazione è infatti formato in parte da napoletani: il professor Matteo Palumbo, dell’università Federico II, la dottoressa Rosanna Purchia, sovrintendente del teatro San Carlo e la dottoressa Fabiana Cacciapuoti, della Biblioteca nazionale. Recanati è rappresentata nel CdA dal presidente Fabio Corvatta, riconfermato dal ministro, insieme con Olimpia Leopardi e il sindaco Francesco Fiordomo.

Il manoscritto sequestrato e, nel riquadro, Giacomo Leopardi

Il manoscritto sequestrato e, nel riquadro, Giacomo Leopardi

La sede ottenuta a Napoli per la riunione è molto solenne, perché è una sala di Palazzo Reale, per parlare di cosa? Corvatta ha scritto ai soci, invitandoli a fare proposte per il bene dell’istituzione, ma il problema fondamentale è quello economico e della quantità di debiti che gravano sul bilancio. Non è servito a niente disfarsi dell’appartamento di Pisa, lasciato in eredità da una signora, per farne un centro culturale leopardiano; non è bastato accedere a prestiti bancari, non sono serviti gli appelli perché chi ha patrimoni sovvenzioni il Centro. Il Comune e la Regione economicamente lo hanno ignorato. Gli unici a tenerlo in piedi sono i tre impiegati, che continuano a essere presenti per l’attaccamento all’istituzione, oltreché per la speranza di ricevere i tanti stipendi in arretrato.
Leopardi è ricorso a Napoli negli ultimi anni della sua vita ma, oltre al bel clima e alla generosità di Ranieri e della sua famiglia, non ha trovato altro. Riusciranno i napoletani di oggi a ridare speranza al Centro di studi che lo rappresenta?



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