Giuseppe Ayala: “Le troppe coincidenze
tra mafia e politica”

MACERATA - Vivace dibattito agli Incontri d'autunno del Circolo Aldo Moro con l'ex magistrato del pool antimafia che ha anche presentato il suo ultimo libro
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Convegno-Ayala-1di Carmen Russo

Per la serie di “Incontri d’Autunno” organizzati e proposti dal circolo di cultura politica Aldo Moro, il magistrato Giuseppe Ayala ha tenuto nella sala convegni dell’Hotel Claudiani, un vivace dibattito su quella che fu, e che è, la storia dell’Italia vista in prospettiva della lotta alla mafia che ha combattuto insieme agli amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sullo spunto dei temi dei suoi libri Chi ha paura muore ogni giorno, I miei anni con Falcone e Borsellino e soprattutto l’ultimo, edito Mondadori, proprio quest’anno: Troppe coincidenze. Mafia, politica, apparati deviati, giustizia: relazioni pericolose e occasioni perdute, il giornalista Rai Giancarlo Trapanese ha intervistato l’ex parlamentare per far sì che raccontasse, al gremito pubblico, di come le uccisioni di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino abbiano sancito una grande svolta nell’assetto e politico e sociale italiano. I suoi libri, infatti, sono viva testimonianza di ciò che accadde da quel momento fino ai nostri giorni, la sua visione e le sue dimostrazioni corredate sempre da validi racconti di episodi-chiave di tutte quelle incongruenze che ancor oggi fanno discutere su chi fossero i reali mandanti di quegli omicidi, su quanto la classe politica fosse coinvolta al livello di Cosa Nostra.

Convegno-Ayala-3Ayala racconta: ‹‹ Falcone scelse ognuno di noi personalmente. Prima di quel momento, prima della nascita del Pool Antimafia, nessuno era a conoscenza delle metodiche utilizzate dalla essa. Ma in quegli anni, in soli tre anni, Di Lello, Guarnotta, Falcone e Borsellino scoprirono tutto, tutto quello che c’era da sapere, della mafia.›› Ayala continua a raccontare di come dopo il successo del maxiprocesso, iniziarono ad esserci i veri problemi per questi investigatori. ‹‹Ingenuamente, non capimmo subito perché lo Stato e le Istituzioni iniziarono a remarci contro e, a nostra sorpresa, il primo che si distinse in ciò fu proprio il Consiglio Supremo della Magistratura quando bocciò il lavoro di Falcone, che, purtroppo, iniziò a morire lì. Gli italiani –dice Ayala amareggiato- devono sapere che il pool antimafia non è stato fermato dalle morti di Falcone e Borsellino, ma è stato fermato molto prima per mano dello Stato.›› Così, secondo Ayala, inizia a venir fuori quell’Italia in cui noi stessi, oggi, viviamo. E lo dice conscio e memore dell’esperienza vissuta in Parlamento, che ha lasciato volontariamente nel ’92, quando il sistema è iniziato a cambiare e quando le contraddizioni hanno superato di gran lunga ogni immaginazione. ‹‹L’Italia è un Paese che ha bisogno di una legge per tutto. Abbiamo bisogno di leggi per stabilire che chi abbia subito una condanna non possa essere eletto, cosa impensabile in altri Paesi per il semplice fatto che lì è una cosa ovvia. Il vero problema –dice- è che senza questa legge, anche i condannati vengono eletti e dagli italiani stessi!›› Non c’è sta stupirsi, dunque secondo Ayala, se l’Italia è così arretrata da ogni punto di vista dato che vige la regola che tutto può farsi purché non sia reato. E per stabilire che sia avvenuto un reato, c’è bisogno di un processo. Ed è noto a tutti quanto lunghi siano i tempi della Giustizia. ‹‹Non può esserci crescita laddove regna sovrana l’illegalità -sostiene fermamente il magistrato- e in Italia, è proprio quella che si deve combattere, perché se le cose vengono fatte con onestà, la mafia non ha alcuna possibilità di intromettersi.››

Convegno-Ayala-2Così, altalenando tra storia e politica di un’Italia che di contraddizioni e di strane coincidenze ne ha troppe, con teorie estremamente fondate e su esempi e racconti del tutto sconvolgenti, il dibattito, coordinato da Claudia Trecciola del Circolo Aldo Moro, è continuato anche con il favore del pubblico coinvolto sempre più man mano che, nel raccontare, si è giunti nostro tempo. Tempo in cui si è perso, secondo il pubblico ministero, il contatto reale tra istituzioni e popolazione. ‹‹Basterebbe, dice, che tutti ritrovassero il senso civico. Noi in Sicilia, non sappiamo cos’è l’appartenere ad una collettività, l’unica cerchia a cui dobbiamo rispondere è la famiglia. Proprio per questo i mafiosi si fanno chiamare così: “la famiglia”. I rapporti tra cittadini ed istituzioni si basano su continui scambi di favori, non più chiamati diritti né doveri.›› E questo modus operandi si sta spostando anche al nord: la meridionalizzazione del nord, la chiama Ayala che si stupisce del fatto che qualcuno anni fa, l’aveva previsto. È la nota teoria della “linea della palma” espressa ne “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, della cui figlia era compagno di classe il magistrato, concetto che richiama l’espansione verso nord dell’associazione a delinquere nata prima in Sicilia, poi arrivata alle altre regioni italiane e che tende a inquinare anche i modelli di vita di tutta l’Europa.

‹‹Non è vero che non c’è nulla che si possa fare per risanare la situazione italiana. L’importante è credere nelle istituzioni e non confondere il valore di esse con chi le rappresenta temporaneamente.››

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