Lo Sferisterio, Cezanne e i soldi dei francesi
UNA CITTA’ PER CANTARE

IL GIALLO DI CAPODANNO - Sesto e ultimo capitolo
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Sesto e ultimo capitolo del thriller di Capodanno.

Di Mark B. Montgomery

Natale 2011/capodanno 2012

                                                 *** DERNIER ***
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La mattina dopo alle sette, era ormai il 30 dicembre,  avvolto dalle nebbie e dal gelo del mare del nord, Tacconi fu svegliato da una strana telefonata: l’Eliseo in linea per voi, monsieur Ivano. Il consigliere dell’Udc si rigirò nel letto nervosamente: era stanco morto, non aveva dormito mai in quel freddo dell’hotel du Nord. Ma quella comunicazione, fatta con voce suadentissima, lo svegliò del tutto. L’Eliseo? E che vogliono da me? “Guardi, il presidente Sarkozy l’aspetta per le otto e trenta. Si presenti al portone principale. Bonjour”.
E Francalancia? Un altro mistero. Che fine aveva fatto dopo la sua bravata? Non poteva sapere, il buon Tacconi, che lui e il preside avevano passato la notte a tre stanze di distanza. E forse era l’unico a non aver sentito, sia pure in modo affievolito, la melodia del “Parigi, o cara”.
Col suo bel doppiopetto grigio Tacconi, nonostante i dubbi, entrò in uno dei santuari del potere nel mondo. Un funzionario, tutto azzimato, lo venne a prendere. Lo portò direttamente da Sarkozy. C’era anche Carlà, seduta vicino al deputato Santinì. Ivano quasi svenne. Nicolas fu di poche parole. “ Caro consigliere, sono onorato di conoscere uno degli eredi di Enrico Mattei che, se non fosse prematuramente scomparso, di sicuro avrebbe trovato il petrolio anche nella valle della Senna. Devo poi dirle che, ahimè, si è creata una situazione un po’ spiacevole per risolvere la quale abbiamo bisogno della sua preziosa collaborazione”. “Comunque non ci sono problemi” interloquì la signora Bruni- Sarkozy. “La soluzione c’è, sebbene i maceratesi non mi siano simpatici, ma questo è dovuto ad altri motivi” proseguì la prima donna di Francia.
“Bene, signor Tacconi – aggiunse Santinì – vede quella statua lignea di San Giuliano, si? Viene dai sotterranei dell’omonima chiesa in Saint Germain dé Pres e, si dice, che raffiguri proprio il vostro Giuliano, il maceratese ospitaliere. Le chiediamo di riportarla con sé in Italia e consegnarla alla curia vescovile, quale segno di stima e di colleganza tra tutti i santi Giuliani conosciuti”.
Tacconi fu preso da un momento di smarrimento, ma si riprese immediatamente. “Il vescovo lo conosco, certo. Sarò onorato di consegnare la statua.” Sarkozy si era intanto chiuso, come si dice, in un dignitoso riserbo, ma i suoi occhi fiammeggiavano in direzione di Santinì: la rielezione all’Eliseo dipendeva da questa storia. Altro che supposto complotto ai danni di DSK. A far arrestare quel dannato Preside italiano ci avrebbe pensato dopo.
Fu quindi Carlà  a parlare di nuovo. “Adesso, signor Tacconi, un nostro aereo, chiamiamolo diplomatico, la porterà da Orly fino ad Ancona. Lì saranno ad aspettarla due nostri funzionari che vengono da Roma e l’accompagneranno (scorteranno, stava per dire) sino in piazza Strambi, davanti al Vescovado. In quanto alla statua, non sia troppo curioso se le sembra troppo pesante per essere realizzata in legno: ha un contenuto … prezioso”.
Tacconi comprese che non era il caso di fare domande, si accontentò di una foto con la coppia presidenziale, fece loro dono di un’ormai quasi introvabile targhetta raffigurante il cane a sei zampe con la scritta “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana” e si avviò verso l’uscita trascinando la statua su di un carrello opportunamente apparso lì accanto.
Almeno, il viaggio di ritorno sarebbe stato comodo e veloce, pensò prima di lasciare per sempre l’Eliseo.

Mentre Tacconi sorvolava le Alpi diretto da Parigi ad Ancona, il Preside Francalancia giungeva con la littorina a Macerata: non aveva avuto alcun problema al confine, le guardie frontaliere avevano visto la tela di San Giorgio che uccide il drago ma, ormai rese edotte del lieto fine della vicenda (iniziata con un furto e finita con un prestito), avevano eseguito una perquisizione sui generis, non sospettando che sotto la tela potesse trovarsi il Cezanne rubato.
Non appena giunto in stazione Francalancia prese un taxi e si recò in Vescovado: strada facendo fece due chiamate dal suo cellulare, l’una al Vescovo e l’altra all’appena nominato nuovo Direttore Artistico dell’Arena Sferisterio (l’informazione l’aveva avuta qualche minuto prima via sms dall’amico Stacchietti).
In curia, il Vescovo lo ringraziò per la possibilità di poter mostrare in cattedrale il mirabile dipinto proveniente dall’eglise di Saint Julien di Parigi e gli confermò che anche Tacconi, di lì a poco, sarebbe giunto con la statua lignea dono del Presidente Sarkozy.
Francalancia si permise di chiedere che, in segno di buon auspicio, al nuovo direttore artistico dello Sferisterio fosse consentito di raccogliersi qualche minuto in preghiera con la statua, ovviamente da solo. Il Vescovo consentì.
Francalancia uscì  dalla curia ma, forse distrattamente, lasciò la sua capace borsa da viaggio appoggiata proprio vicino alla porta dell’ufficio del Vescovo.

Il vescovo, ieratico, con le bracce aperte a mò di benedizione, accolse Tacconi come se gli fosse apparso in sogno l’arcangelo Gabriele. “Caro, carissimo Ivano, tu non sai quanto sei stato utile per questa città, per la comunità intera, per la cultura e per la stessa religione. Ti sei riconfermato un uomo preziosissimo per Macerata, la città di Maria”
“Io? Ma se ho solo portato con me questa statua pesantissima? Caro monsignore, mi creda, un viaggio davvero faticoso, con accadimenti a volte incomprensibili”.
“Vedi, ci sono più cose tra cielo e terra di quanto la tua filosofia non ne comprenda” rispose il Vescovo citando Shakespeare.
La statua venne appoggiata per terra, casualmente vicino alla sacca da viaggio che Francalancia aveva negligentemente abbandonato poco prima. Il vescovo ebbe la tentazione di far suonare da tutte le Chiese della città il Te Deum. Ivano Tacconi, contento dei complimenti del pastore delle anime di Macerata, aveva un’ultima curiosità: e Francalancia che fine aveva fatto? “Vedi, figliolo, Andrea è una testa matta, un po’ bizzarro, un po’ comunista. Non ha fatto,però, tanti danni. Io, comunque, l’ho perdonato. A volte, come in questo caso, dal male nasce il bene”.
Il presule salutò  quindi Tacconi e si accinse a ricevere il nuovo Direttore Artistico dello Sferisterio, da un pò in attesa nell’anticamera. Questi si avvicinò, baciò l’anello episcopale e chiese di poter rimanere qualche minuto in raccoglimento con la statua: era certo che, dopo tale atto di fede, San Giuliano gli sarebbe stato a fianco ed insieme avrebbero vinto la battaglia che li attendeva, fare in modo di riempire le balconate neoclassiche dello Sferisterio con il pubblico delle grandi occasioni nonostante il clamoroso ritardo nell’annuncio del cartellone!
Il Vescovo, come da intese con Francalancia, consentì e lasciò solo il Direttore Artistico con la statua. Questi, seguendo le istruzioni ricevute al telefono dal Preside poco prima, premette con decisione sull’occhio destro della statua e – miracolo! – il doppio fondo si aprì: le mazzette di euro erano lì, fresche ed odorose come appena uscite dalla Zecca di Stato francese. Velocemente trasferì il denaro dal ventre della statua alla borsa da viaggio che aveva abbandonato il Preside: ma non tutto, le ultime tre fascette da 100.000,00 euro cadauna vennero appoggiate sulla scrivania di Sua Eccellenza, sopra una piccola busta contenente un biglietto dal contenuto misterioso, come da disposizione del Preside.
Poi si allontanò velocemente con la borsa a tracolla: aveva convocato una conferenza stampa da Pierino di lì a poco e non voleva ritardare: sarebbe stato presente l’intero Consiglio di Amministrazione dell’associazione Arena Sferisterio, sindaco e presidente della provincia in testa.

Il Monsignore tornò nel suo ufficio dopo esser stato avvisato che il Direttore Artistico aveva terminato la sua preghiera e si era allontanato: voleva ammirare un po’ la statua lignea di San Giuliano prima di esporla in cattedrale.
Grande fu la sua sorpresa quanto vide il denaro sulla scrivania, fruscianti mazzette di banconote da 500, erano certamente diverse centinaia di migliaia di euro!
Vide la piccola busta e l’aprì: dentro il biglietto diceva semplicemente: “Per Padre Matteo Ricci, a maggior gloria di Dio. A.F.”.
Quindi, pensò il Vescovo, a volte i miracoli esistono … Inviò un pensiero commosso al Preside Francalancia e si raccolse in preghiera pensando all’effetto che avrebbe avuto l’annuncio in città: si accinse quindi a redigere il comunicato per i giornali, compreso quello online che in genere non lo trattava troppo bene.

Da Pierino la conferenza stampa era in pieno svolgimento, il Direttore Artistico intratteneva la scena da par suo. E quando, dopo aver illustrato il cartellone della stagione ormai imminente, annunciò che avrebbe personalmente donato 1.700.000,00 euro allo Sferisterio a che risorgesse dalle sue ceneri più grande e più potente che pria, si scatenò il putiferio tra i giornalisti e tra la folla osannante.
Il sindaco ed il presidente della provincia decisero immediatamente di ridurre sensibilmente il proprio contributo e promisero al Direttore Artistico un rinnovo decennale del contratto: la stagione ormai era salva, anche se non ci fosse venuto nessuno a vederla il bilancio avrebbe visto il tanto sospirato pareggio!
E lo champagne corse a fiumi; la gioia di tutti non venne guastata, anzi!, dalla notizia che la curia vescovile aveva testè annunciato, con un sobrio comunicato stampa, che la statua in onore di Padre Matteo Ricci si sarebbe finalmente realizzata grazie alla generosa sovvenzione di uno sconosciuto donatore.

Il preside, dopo il breve incontro in Vescovado, partì e non tornò più a Macerata. Sapeva d’aver fatto una cosa pericolosa ma geniale per la città e di essere comunque ricercato dalla Gendarmerie. Tanto gli bastò. Aveva del suo per vivere. Preferiva essere dimenticato.
Scrisse una lettera ad un parente per dirgli di chiudere casa, di venderla, dandogli un indirizzo straniero (P.O. box di una qualche strana città) per spedirgli lì gli oltre 40mila dischi di musica lirica che costituivano la sua personale collezione.
Spedì anche un Traco alla mairie di Issy le Molineaux, all’attenzione particolare del sindaco Santinì: nel pacco, accuratamente protetta da strati e strati di soffice poliuretano, la tela di Cezanne ed il Preside immaginò la gioia del temibile corso nel ritrovare la sua creatura. Magari, chissà, le denunce a suo carico sarebbero state ritirate.
Qualche tempo dopo, una notte, a Parigi, qualcuno vide galleggiare sul fiume quello che sembrava essere un cadavere. In un primo momento gendarmerie e giornali pensarono a quel vecchio matto di italiano che aveva occupato la chiesa di Saint Julien. Ma l’abbigliamento non coincideva, il morto aveva indosso un frac, una gardenia all’occhiello, stringeva nella mano rattrappita dal rigor mortis un bastone di cristallo e la gola recisa era impreziosita da un papillon di seta blu.
No, non era Francalancia, non poteva essere il Preside. Smisero di cercarlo, anche per ordini superiori: la restituzione del Cezanne aveva dato i suoi frutti.
Lui intanto se la godeva su un’isoletta  al confine tra Cambogia e Vietnam. Musica, pesce¸ birra e la sua donna, l’avvenente e sensuale Pot: ed il Preside, che era uomo colto, non poteva fare a meno di pensare, stringendola a sé, a come l’Aretino definiva, nei suoi sonetti, quella che in un quadro di Gustave Courbet esposto al Museè d’Orsay è descritta come l’origine del mondo. In effetti, la potta di Pot era davvero l’inizio del suo nuovo mondo.
E i francesi? I francesi sono ancora lì che s’incazzano….e i giornali che svolazzano….

Mark B. Montgomery

N.d.A.
Tolti i personaggi di fama mondiale (Sarkozy, Carla Bruni) ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale e tutti i personaggi descritti nel racconto, così come le circostanze, sono frutto di fantasia e non coincidono con chi, nell’attualità, ricopre le cariche e le funzioni descritte nel racconto: ad eccezione, naturalmente, del preside Francalancia e del consigliere Tacconi cui va la gratitudine dell’autore per essersi prestati al gioco, sperando che non se la prendano.
Per il lettore: nel testo sono disseminate alcune strofe di celebri canzoni (non arie d’opera ma musica leggera) nel testo originale o con leggere modifiche. Chi abbia ad individuarne almeno tre indicandole alla redazione di CM (si richiede titolo ed interprete) riceverà in premio una copia del racconto con firma autografa e dedica dell’autore, classificabile come futuro, importante reperto di quel museo dell’orrore che, prima o poi, sarà inaugurato a Macerata.

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La seconda puntata (leggi)

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