Lo Sferisterio, Cezanne e i soldi dei francesi
“CARLA’, CALAJO’!”
IL GIALLO DI CAPODANNO - Capitolo quinto
Quinto capitolo del thriller di Capodanno, il giallo a sei puntate pubblicato ogni giorno su Cronache Maceratesi. I commenti saranno aperti solo alla fine del giallo.
Di Mark B. Montgomery
Natale 2011/capodanno 2012
*** CINQUIEME ***
Per capire la nostra storia bisogna ora rifarsi ad un tempo ormai quasi remoto: vent’anni prima.
Santinì, astro nascente del centro destra post gaullista, oltre ad essere già sindaco di Issy Le Moulineaux, era stato nominato (un po’ perchè abile, un po’ perché corso e la Corsica era comunque utile tenersela buona) ministro delle Comunicazioni nel, peraltro breve, governo Lothard.
In tale sua veste si era trovato a gestire l’avvento delle televisioni private anche in Francia ed aveva avuto modo di conoscere un brillante imprenditore italiano che, dopo aver conquistato il mercato in patria, voleva replicare l’iniziativa in Francia.
Santinì, che aveva ben compreso le potenzialità della televisione per i politici, non si era negato alla collaborazione ed il brillante imprenditore, con le capacità che neanche il peggior nemico poteva negargli, non si era a sua volta negato ad imponenti campagne promozionali ed alla concessione di cospicui contributi ai partiti di governo dell’epoca. Tutto legale, per carità, ma gli importi … bè, erano davvero rilevanti. Lo schieramento di Lothard se ne era avvantaggiato parecchio e la cosa fu anche oggetto di polemica. Poi, come spesso accade, altri argomenti attecchirono sulle prime pagine dei giornali e La Cinq debuttò: l’esperimento, in realtà, alla lunga non andò benissimo ma, comunque, chi aveva avuto aveva avuto e chi aveva dato aveva dato. E Santinì ricordava benissimo di aver utilizzato parte consistente di quel finanziamento, dall’epoca ufficialmente custodito nelle casse del partito come la legge imponeva, per la campagna elettorale che aveva portato alla presidenza Nicolas Sarkozy: era forse giunto il momento di ricordare tale importante contributo e non dubitava che il Presidente avrebbe ascoltato con attenzione quanto la splendida moglie aveva da dirgli.
Carla (per tutti, a Parigi, Carlà con l’accento sulla a) era turbata: non tanto per la richiesta di Santinì, da moglie del Presidente era abituata a ben altro, quanto per il coinvolgimento in quella storia di abitanti della città di Macerata. Carla amava molto il proprio paese di origine, amava tutta l’Italia e gli italiani ma aveva un po’ di risentimento nei confronti dei maceratesi da quando, qualche anno prima, mentre era affacciata ad una delle finestre dell’Eliseo che danno su rue Matignon, aveva notato due italiani che, vistala, si erano fermati e con voce sguaiata avevano gridato verso di lei, ridendo sgangheratamente, una frase del tipo: “Carla, cala jo!!!” Quell’orribile espressione dialettale aveva ferito le sue orecchie delicate ed il solo pensarci ancora la faceva soffrire: Dio, che maleducati! Eppure doveva passarci sopra, la posizione di Nicolas doveva essere tutelata, maceratesi o non maceratesi. I quali, comunque, furono fermati dai servizi di sicurezza, lasciando le loro identità.
Entrò quindi con passo deciso nell’ufficio presidenziale, interruppe la riunione in corso e che aveva come oggetto il futuro della Libia, trasse da parte l’amato Nicolas e riferì concisamente la richiesta di Santinì: far si che il Ministero della Cultura mettesse a disposizione la somma chiesta dal ladro del Cezanne per restituire il maltolto, due milioni di euro.
Nicolas per un momento pensò che la moglie si fosse ammattita, disse velocemente che a lui non poteva importar di meno che a Santinì avessero rubato un quadro di Cezanne e che, se Carlà consentiva, aveva cose ben più importanti da fare.
Carla disse che comprendeva ed aggiunse che Santinì’ teneva molto a quel quadro, ricevuto in eredità dal padre che a sua volta lo aveva avuto dal proprio padre che a sua volta lo aveva acquistato per pochi vecchi franchi dal domestico di Vollard che se ne voleva disfare dopo aver litigato con Cezanne: aggiunse anche che Santinì chiedeva di ricordare che la vittoriosa campagna elettorale che aveva portato lui, Nicolas, alla presidenza della repubblica francese, era stata finanziata anche dal suo piccolo partito neogaullista. Carla terminò riferendo che Santinì non avrebbe proprio voluto esser costretto ad allontanarsi dall’amico Nicolas ma che, di fronte ad una conclamata ingratitudine, vi sarebbe stato costretto: proprio ora, poi, che si stava entrando in campagna elettorale per cercare di conquistare la Presidenza per la seconda volta ed il suo apporto poteva essere decisivo!
Sarkozy, incassò, masticò e decise: il Ministero della Cultura avrebbe decretato che il quadro era patrimonio nazionale, pagato il riscatto ed il prezioso Cezanne sarebbe temporaneamente tornato nella sala delle esposizioni del Lussemburgo per poi riprendere, a mostra finita, la strada di casa del sindaco di Issy. L’unico problema era il trasferimento del denaro contante dalla Francia all’Italia, pratica vietata dalla legislazione vigente: ma anche per questo aspetto si sarebbe trovata una soluzione.
La decisione venne comunicata al sindaco di Issy e questi si accinse a dar seguito alle istruzioni ricevute dal Preside Francalancia.
Si chiese anche lui come poteva trasferire una somma così importante ed in buona moneta contanti in Italia, la cosa non era facile. Dopo qualche minuto gli esplose un lampo di genio: non aveva forse ospite la delegazione (parola grossa, in effetti, si trattava ormai del solo consigliere Tacconi) maceratese?
Nella sua stanza all’Hotel du Nord il Preside finì di preparare le sue cose, la tela di Cezanne ben nascosta sotto quella rubata dentro alla chiesa di Saint Julien e raffigurante San Giorgio che uccide il drago. L’abate di Saint Julien, dopo un colloquio telefonico con l’assessore alla cultura di Macerata, aveva consentito che la tela fosse prestata alla curia vescovile che l’avrebbe ostentata nel corso della cerimonia in cattedrale prevista per l’Epifania, vantandone la provenienza. Si erano quindi evitate denunce per furto e quant’altro potesse menare scandalo all’interno di Santa Romana Chiesa, deviazioni greco – melchite o meno che fossero. Naturalmente l’amministrazione doveva garantire il rientro della tela a Parigi subito dopo l’epifania ed il sindaco si impegnò solennemente in tal senso.
Il Preside era soddisfatto del suo lavoro: quand’anche lo avessero controllato nessuno si sarebbe permesso di mettere le mani sulla tela proveniente dalla chiesa di San Giuliano e poi, non era forse in area Schengen? E chi poteva collegarlo, inoltre, al furto del Cezanne? Non aveva più gli occhiali scuri, il cappello navigava nelle acque della Senna ove lo aveva gettato, si era anche tagliato i baffi.
Si accinse quindi a passare le ultime ore a Parigi in attesa di salire sul treno che lo avrebbe riportato in Italia di lì a poco: fece una breve telefonata a sua eccellenza il vescovo poi, non avendo sonno, scese al bar dell’hotel per un buon bicchiere di Calvados, non prima di essersi cambiato d’abito come l’atmosfera d’antan del locale richiedeva: un vecchio frac, quindi, con tanto di bastone di cristallo, gardenia all’occhiello e diamanti per gemelli. Nell’atmosfera fumosa dell’ampio salone, che aveva indubbiamente visto tempi migliori, lasciò indugiare lo sguardo sulle fotografie che addobbavano le pareti e raffiguravano grandi attori del passato intenti a mangiare e bere nel locale un tempo celebre. Rifiutò con educata fermezza le profferte di una prostituta cinese e di uno spacciatore di cocaina e si accinse a tornare nella propria stanza per un paio d’ore di sonno.
E tuttavia, anche i migliori possono avere un attimo di debolezza: quando venne avvicinato da una puttana di origine cambogiana (peraltro attraente) che gli disse di chiamarsi Sun Yang Pot una vertigine lo colse. Pensò al caro Leader, ad uno dei punti di riferimento della sua giovinezza e si disse che, si, forse, la donna poteva essere lontana parente del mitico Pol Pot! Il Preside cedette all’incantevole visione ed invitò la donna a seguirlo nella sua stanza. Cosa qui accadde non è dato sapere ma è fuor di dubbio che venne udito un canto levarsi, qualcosa del tipo “Parigi o cara”.
L’Hotel du Nord aveva colpito ancora.
Nello stesso momento, a pochi metri di distanza, il consigliere Tacconi dormiva il sonno del giusto sognando il ritorno nella sua amata Macerata.
(5/continua)
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