Lo Sferisterio, Cezanne e i soldi dei francesi
IN FUGA PER PARIGI

IL GIALLO DI CAPODANNO - Capitolo secondo
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Secondo capitolo del thriller di Capodanno, il giallo a sei puntate pubblicato ogni giorno su Cronache Maceratesi. I commenti saranno aperti solo alla fine del giallo.                                                                                                          

  

Di Mark B. Montgomery

Natale 2011/capodanno 2012

 

*** Deuxieme ***

cezanne2-300x240Il Preside, come si è detto, ci aveva pensato un po’ prima di accettare la proposta: una gran voglia di sobbarcarsi il lungo viaggio in treno, in seconda classe poi, non l’aveva e la prospettiva della compagnia del consigliere Tacconi, notoriamente gran conoscitore di idrocarburi, ma inesperto di lirica, non lo entusiasmava. Nella sua mente disciplinata, abituata a catalogare, recensire, ponderare e giudicare, non vi era molto spazio per un’esperienza di viaggio dai contorni incerti e dagli imprevedibili sviluppi. E tuttavia il Preside, uomo di ferme e chiare opinioni, era capace di ascoltare la voce dell’altro ed anche le voci di dentro, disponibile a valutare le diverse facce di una medaglia. Alla fine si era convinto, ma lo faceva più per l’amore che comunque nutriva per la sua città e per lo Sferisterio che per altro. Il piatto della bilancia si era quindi spostato verso un “si” sofferto, tenuto presente che sopportare per le molte ore che sarebbe durato il viaggio l’eloquio inarrestabile di Tacconi era sicuramente un bel sacrificio per un taciturno come lui.
Il Preside, che era intellettualmente onesto, ammise con sé stesso che aveva giocato una parte di rilievo anche la consapevolezza di poter far qualcosa di buono per il tanto amato Sferisterio: la situazione era infatti drammatica  ma la generalità della classe politica sembrava esserne inconsapevole.
Doveva quindi pensarci lui ed una mezza idea aveva iniziato a frullargli in testa, ancora abbozzata ma –    già lo intuiva – foriera di clamorosi sviluppi.
Cominciò quindi a preparare la sacca da viaggio ma invece di introdurre come al solito solo  i “ferri del mestiere” (registratori, videocamere, microfoni direzionali ad altissima sensibilità) selezionò dalla sua personale officina anche materiali diversi, incoerenti con la sua vocazione di melomane e grande raccoglitore di testimonianze operistiche: guanti, passepartout, un taglierino affilatissimo, sciarpa, cappello, occhiali scuri, un grosso petardo.

    All’ora prevista si presentò quindi alla stazione di Macerata con ancora nelle orecchie l’ultima telefonata scambiata la sera prima con l’amico Stacchietti che gli raccomandava di scrivere un pezzo da Parigi per il Resto del Carlino.
Era  un’alba siberiana quando la littorina mosse verso Civitanova Marche: lì sarebbero saliti, lui e Tacconi, sul diretto Bari – Bologna ove avrebbero cambiato treno: poi, senza ulteriori fermate, il lungo viaggio verso la douce France.

    La temperatura era polare all’interno della littorina ma Tacconi, nel suo pesante montone blu, sembrava non accorgersene: le parole uscivano veloci dalla sua bocca e il Preside, impostato il volto severo sulla migliore parodia di sorriso del proprio repertorio, si accinse ad ascoltare la narrazione dei fasti della provincia maceratese dai tempi di Enrico Mattei ai giorni nostri, apprezzando le marginali digressioni sui tempi in cui direttore artistico era Carlo Perucci e lo Sferisterio era il centro del bel canto nazionale.

    Passarono il confine nel primo pomeriggio di una plumbea giornata dicembrina e giunsero a alla periferia di Parigi che la notte già incombeva: Tacconi si era addormentato verso Modane, subito dopo il confine e non aveva sino a quel momento dato altro cenno di vita.

Il treno fermò a pochi chilometri dalla Gare de Lyon per dare la precedenza ad Italo, che compiva il suo viaggio inaugurale: il Preside credette di vedere, nel lucore delle carrozze di prima classe che gli sfrecciarono accanto, forse Luca di Montezemolo che brindava con Diego Della Valle ma non avrebbe potuto giurarlo.

    Prima che il convoglio sul quale viaggiava riprendesse la marcia il Preside raccolse il proprio bagaglio e, furtivamente, scese nella notte buia di Parigi facendosi egli stesso ombra tra le ombre, clochard tra i clochards che affollavano la lunga messe di vagoni abbandonati, ormai residenza abituale per le torme di senza casa che affollavano le banlieux. In lontananza vide dei roghi, carcasse di automobili e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme dai sans papier: per un momento la sua volontà vacillò – in fondo era un professore, mica Tom Cruise in Mission Impossible – ma poi raccomandò l’anima a San Giuliano, il santo patrono di Macerata, confermò a sé stesso che tutto quel che avrebbe fatto era per una buona causa e si avviò verso le luci della stazione camminando parallelamente ai binari.

Il freddo era pungente ma la forza del destino riscaldava l’anima del Preside mentre caracollava verso la Gare de Lyon. Tra l’altro, gli si era risvegliato un discreto appetito e pensò che avrebbe potuto mangiare qualcosa a Le Train Bleu, famoso ristorante da gourmet noto per l’inconfondibile arredamento da carrozza ferroviaria fin de siecle e per il prezzo micidiale dei rari Bordeaux che propinava all’ignaro cliente, di quelli ancora convinti che a Parigi si potesse mangiar bene e bere meglio a poco prezzo.

Il Preside allungò il passo canticchiando a mezza voce il Nessun Dorma e ponendo una particolare enfasi sul “Vincerò”!

Come prima cosa Tacconi informò la giunta comunale che Francalancia era scomparso ricevendone in cambio le vaghe e rituali frasi fatte che si tende a profferire in tali occasioni “vedrai che non è nulla”, “forse è andato in bagno”, “hai provato al cellulare, ah, non hai il numero?”, “ora vediamo noi e poi ti facciamo sapere”, “magari segnala la scomparsa al controllore, come te la cavi con il francese?”, “si, ciao, poi ci risentiamo, però intanto vai subito ad Issy che stanno aspettando per la cena ufficiale e ricordati di portare i saluti del sindaco”.

Tacconi era uomo di mondo e non si perse d’animo: chiamò il controllore, chiese se parlava italiano e ne ebbe un no come risposta, fece in qualche modo comprendere che il suo compagno di viaggio era “improvvisament sparit”,  lasciò nome e cognome del Preside ed il proprio numero di cellulare, insomma fece tutto quel che va fatto in tali misteriose circostanze. Lo attendeva, però, un’altra doccia fredda. L’ufficio informazioni gli notificò, infatti, che l’onorevole Santini non si era potuto muovere da Issy. Non gli rimase altro che prendere la sua valigia avviandosi verso la stazione dei taxis, il viaggio verso il Municipio di Issy Le Moulineaux non sarebbe stato breve, almeno un’ora se non si trovava troppo traffico.

Mentre saliva su di una sgangherata Renault Scenic che aveva visto tempi migliori, guidata da un vecchio senegalese completamente sdentato, arricciò il naso per l’orribile olezzo di cipolla che permeava l’abitacolo dell’autovettura ed increspò la fronte vedendo la fioritura di frittelle e macchie di origine oscura che marezzavano la tappezzeria del sedile. Pensò che probabilmente il suo splendido montone ne sarebbe rimasto impregnato o sporcato e ciò lo fece soffrire: come ben noto Tacconi teneva molto alla propria eleganza e, negli ambienti politici maceratesi, era noto che se la batteva per il primato con un consigliere comunale di maggioranza molto fanè e, secondo lui, anche un po’ blasè. Sorpreso da sé stesso pensò che l’aria di Parigi era davvero magica, non era quasi neanche arrivato e già pensava in lingua!

Pregustò l’arrivo trionfale ad Issy Le Moulineaux, la calda accoglienza per l’ami italien e per un attimo relegò in un angolo della sua mente quelle che sarebbero state le difficoltà per il discorso ufficiale, augurandosi che la crisi che mordeva anche i cugini d’oltralpe non avesse come conseguenza che, per risparmiare, monsieur Santini rinunciasse all’interprete ufficiale. Poi realizzò che, in assenza del Preside, ben poco avrebbe potuto dire sulla stagione lirica dello Sferisterio prossima ventura: l’iniziale euforia lasciò velocemente il passo ad una sensazione di ansia che gli strinse forte la bocca dello stomaco e l’odore di cipolla gli sembrò ancora più intenso. Si asciugò una goccia di sudore dal sopracciglio sinistro e tentò vanamente di intrecciare una conversazione con il vecchio autista senegalese, peraltro sordo da un orecchio: i risultati furono assolutamente sconfortanti.

Il Preside bevve ancora un sorso del Pauillac Reserve Medaille d’Or, fece scarpetta con l’ultimo residuo di sugo della salciccia  alla Lyonnaise, pagò il conto rigorosamente con moneta contante e lanciò un ultimo sguardo all’arredo liberty de Le Train Bleu. Uscì dal ristorante con la sua capace sacca da viaggio e si perse con lo sguardo nelle mille luci di Parigi. Aveva ben chiara la propria destinazione, un alberghetto di classe (non certo l’hotel du Nord, per quello ci sarebbe stato tempo) ma con stanze molto piccole dalle parti del teatro de L’Odeon, a due passi dal boulevard Saint Germain nell’omonimo quartiere di Saint Germain de Pres. Li c’era uno dei suoi obiettivi, l’altro distava non più di dieci minuti camminando a passo veloce: i Giardini del Lussemburgo e l’annessa sala delle esposizioni.

Rivolse un’ulteriore, frettolosa preghiera al santo patrono di tutti i maceratesi e si avviò verso la stazione dei taxis: qui prese posto in una vecchia Citroen Pallas guidata da un giovane nero della Costa d’Avorio, dette l’indirizzo dell’hotel e chiuse gli occhi pensando al difficile compito che lo attendeva.

Il tassista partì, superò  un’altrettanto vecchia Renault Scenic che marciava troppo piano per le sue abitudini e si tuffò nel traffico della Ville Lumiere.

(2/continua)

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