Pd, Cavallaro analizza la debacle:
«Noi il partito delle lotte individuali,
ma no alla rottamazione fine a se stessa»

RESA DEI CONTI - L'ex senatore e deputato dem: «Sarebbe necessario che le storie di chi si iscrive all'albo degli innovatori fossero in sintonia con le loro declamazioni e questo non sempre accade, con l'effetto persino comico che persone che stanno nelle istituzioni dal 1980 e persino prima si travestono da Lin Piao predicando radicali rivoluzioni. Subito commissariamento del partito e poi fase congressuale»
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Mario Cavallaro

 

«Occorre smetterla con la cultura del personalismo, della rottamazione fine a se stessa, della critica malevola e distruttiva; non stiamo regolando conti in qualche consorteria illegale, ma cercando di analizzare serenamente le cause della sconfitta e prendere provvedimenti per rimediare». Sono le parole di Mario Cavallaro, ex senatore e deputato dem, che interviene con un lungo post su Facebook per analizzare la debacle delle elezioni. La resa dei conti del Pd è iniziata a suon di accuse incrociate, iniziative di corrente e comunicati. Appena ieri l’ex assessore regionale Angelo Sciapichetti aveva puntato il dito contro Base riformista, in particolare contro il deputato Mario Morgoni e il sindaco di Montecassiano Leonardo Catena (ideatore dell’incontro “Verso un nuovo Pd” che a sua volta aveva parlato della necessità di un profondo rinnovamento) accusati di dividere il partito. Mentre due giorni fa il segretario provinciale Francesco Vitali aveva rimesso il mandato nelle mani della direzione, lanciando un monito che andava nella stessa direzione delle parole di Sciapichetti: «Evitiamo iniziative di corrente». Ed è in questo clima che dir teso è poco – mentre il candidato sconfitto delle regionali Maurizio Mangialardi scelto come capogruppo dai consiglieri dem continua ad evitare l’argomento “analisi della sconfitta e degli errori commessi” a suo dire almeno fino al ballottaggio di questo fine settimana a Senigallia – che si inseriscono le parole di Cavallaro.

Ecco il suo intervento integrale

«Sto scribacchiando ed esternando in giro qualche pensiero sulla crisi del Pd nelle Marche e ritengo opportuno proseguire per evitare equivoci. Non occorre che ripeta (o forse è meglio che lo faccia, i mugugnatori di professione sono dietro ogni angolo) che non vi sono a spingermi alcun interesse, ambizione o scopo personale, ma solo la passione (che è come una malattia cronica, dalla politica non si guarisce mai) e il desiderio di rendere, per quanto sarà possibile, quello che personalmente dalla politica e dal partito ho ricevuto durante una lunghissima militanza.
Scriverò per punti, sperando di essere chiaro:
1) il cambiamento è indispensabile e deve essere radicale, non di facciata e non limitato a sostituire i segretari in carica con altri loro sodali, magari dopo una bella trattativa correntizia;
2) tutti coloro che si prenotano o iscrivono nell’albo degli innovatori innanzi tutto devono essere animati da spirito di passione e servizio, e non dal desiderio di rivincite che peraltro i risultati conseguiti da tutti e su tutti i territori dimostrano di essere almeno al momento improbabili; sarebbe inoltre necessario che le loro storie fossero in sintonia con le loro declamazioni e questo non sempre accade, con l’effetto persino comico che persone che stanno nelle istituzioni dal 1980 e persino prima si travestono da Lin Piao predicando radicali rivoluzioni. Di salvatori della patria e di leader risonanti abbiamo visto, dagli impietosi risultati elettorali, che da noi non ce n’era nessuno e che i pochi eletti devono comunque ringraziare il Pd di essere stato il loro veicolo, altrimenti se certi personaggi fossero stati tanto bravi avremmo vinto le elezioni;
3) occorre smetterla con la cultura del personalismo, della rottamazione fine a se stessa, della critica malevola e distruttiva; non stiamo regolando conti in qualche consorteria illegale, ma cercando di analizzare serenamente le cause della sconfitta e prendere provvedimenti per rimediare; ci sono pronti i grillini e le destre a comportarsi di regola così, ci si accomodi fuori se questo è il retroterra politico da cui si vuol partire;
4) il metodo deve essere quello del dialogo, dell’unità, della collegialità e – perché non dirlo a voce alta – della gentilezza in politica. Ne abbiamo abbastanza di beoti urlanti, di incompetenti e di odiatori di professione, ma se anche nel nostro partito indulgiamo a pratiche contestative ed antagoniste, a polemiche verbali e attacchi personali, perché l’elettorato dovrebbe guardarci con simpatia, come un soggetto politico realmente rinnovato dall’interno?
5) per i più “anziani” ed in genere per coloro che hanno avuto responsabilità istituzionali, si aprono spazi nuovi, fatti non di disperato attaccamento agli incarichi, ma di capacità di offrire consigli, svolgere servizio disinteressato, che ovviamente va a sua volta accolto e rispettato, considerato e valutato, anche se poi magari si farà a modo proprio;
6) ricostruire un partito fragilissimo è difficile oggettivamente, non ci sono ricette sicure e soprattutto metodi e regole del passato sono sicuramente inadeguati; occorre allora credere nella comunicazione, ma anche nella diversità della presenza fisica e della rappresentanza reale delle categorie sociali disagiate e delle esigenze dei territori e delle comunità. Siamo sempre più sembrati (e siamo anche stati) il partito solo delle lotte individuali borghesi, talora anche con un tratto di inutile intransigenza radicale, degli intellettuali che guardano con un po’ di spregio agli umori non sempre distillati nella cultura di vaste aree popolari. Senza indulgenza, ma anche senza intransigenza, dobbiamo riprendere il dialogo con la scuola, con le comunità universitarie, con la sanità pubblica che tanto merito ha avuto nel salvare il paese, con coloro che sono sofferenti, diversi, in difficoltà;
7) certo nessuno vuole – né può – riportare le lancette dell’ora politica indietro di cinquant’anni; ma ritornare a parlare di disuguaglianza, di equità distributiva, di povertà, di crisi della famiglia è sicuramente indispensabile per chi vuol fare una politica anche genericamente riformista, ed occorre anche scomoda e ruvida fermezza, spesso fino all’intransigenza, nel difendere le ragioni dell’umanesimo e dell’accoglienza contro quelle dell’egoismo e del razzismo fascistoide.
Diciamocelo con coraggio, far finta di nulla non ha pagato in alcun modo, ha solo impedito di far conoscere la portata ridicolmente modesta di certi fenomeni e di confondere le idee. E’ ora di avere coraggio e di perseguire scelte innovative, di tutela dei diritti dei cittadini, di una società non terrorizzata dalla insicurezza, che i numeri veri non giustificano, ma aperta alla speranza, alla solidarietà, alla fiducia che produce anche nuova capacità di aumentare le nascite, di vivere con serenità, di proteggere i deboli, di tutelare l’ambiente, di valorizzare il ruolo delle donne e dei giovani, di creare nuovo lavoro nell’innovazione e nella ricerca.
8) Da soli non ce la possiamo fare; il Pd, ormai unico pilastro, nella crisi grillina degli opachi obbiettivi dell’impresa Casaleggio e le bizzarre provocazioni di Grillo, di uno sguardo almeno verso sinistra e verso il cambiamento, deve avviare una fase di federazione e di consultazione permanente con tutte quelle esperienze, che devono essere rispettate ed apprezzate, che non ha più senso politico continuare a coltivare in solitudine, quale che sia il sistema elettorale che uscirà dalle decisioni parlamentari. Leu, Italia Viva, l’Azione di Calenda, molti altri movimenti che si accendono e spengono ad ogni competizione elettorale, sono momenti dall’evidente tasso eccessivo di leaderismo, giustificabili e rispettabili per quello che hanno voluto dimostrare, ma ormai inutili anche per mostrare una classe dirigente collegiale, compatta, pronta a fare passi individuali laterali o anche indietro, nella consapevolezza che se poi si opera bene si potrà sempre ritornare alla ribalta della politica.
9) In molti, abbiamo avuto l’impressione di essere inascoltati dai dirigenti nazionali, che talora con maggior garbo personale, talaltra volta con evidente fastidio, hanno mal sopportato rilievi ed osservazioni che specie dai territori marchigiani più in crisi si levavano sistematicamente, quasi che fossimo ingrati e fastidiosi questuanti. Il risultato è stato il singolare premio ad Ascoli di una sovrintendenza che doveva essere un presidio anche post sisma, le scelte confuse e mai realizzate in concreto di accorpamenti in materia sanitaria, poi contraddette solo dopo la bufera tragica della pandemia, la lentezza nell’affrontare il gap delle infrastrutture del territorio marchigiano, la scarsa capacità di comprendere che la crisi del manifatturiero ha aspetti contingenti, ma è anche inquadrata nella necessità di un sistema di relazioni industriali diverse per la resistenza nel mondo globalizzato. Il tutto persino con evidente trascuratezza e scarsa comprensione dei fenomeni sociali reali, se per qualche milione di euro si sono annaffiati di bollette di acqua, luce e gas poche migliaia di soggetti che con tenacia, infinita resilienza e speranza nel futuro hanno deciso di resistere nei territori con le loro aziende, le loro attività professionali, le loro famiglie e che si sono sentiti dire non vi dimenticheremo, avendone la prova quando poi i bollettini precompilati hanno effettivamente dimostrato che lo stato più imbecille del secolo (fra l’altro a pochi giorni dalle elezioni) non si era affatto dimenticato di loro, sapeva dove abitavano e quanto dovevano pagare.
10) Di tutto questo, certamente non doveva farsi portatore il solo PD e prevengo la critica che qui parlo male solo di esso, senza enumerare la semina di bugie e piagnistei delle destre inconcludenti, che pure hanno governato per buona parte degli ultimi anni e l’evidente incapacità del grillismo nel trasformarsi da forza antagonista a capace costruttrice di progetti e modelli. Oggi di questo parliamo, ed anche il voler ogni volta affrontare i problemi con ampio spirito autoassolutorio e nel timore di dar vita a critiche ingenerose e preconcette che certamente il PD ha subito è uno dei motivi della sconfitta, perché ha manifestato all’elettorato una scarsa attitudine autocritica e di reale rinnovamento. Ovviamente, bisogna suscitare un nuovo entusiasmo e non bastano le forze delle Marche, nelle quali bisogna rispettare il risultato democratico elettorale, ma programmare subito una seria ed impegnativa opposizione, nell’interesse dei cittadini e non per spirito di rivincita. Già ora, nella debolezza delle proposte programmatiche delle destre in Regione e – ad esempio – a Macerata si impongono attenzione vigile, studio dei problemi e coraggio nell’assumere le posizioni che si riterranno necessarie.
Non ci aspettano momenti facili, e le lunghe traversate nel deserto sono rischiose, ma è anche vero che servono a tonificare, ad epurare coloro che erano con noi per opportunismo e a mettere in risalto coloro che hanno più perseveranza, più coraggio e più energie.
Sta a noi, dopo una fase immediata ed urgente di commissariamento, aprire una fase congressuale e di ricerca di nuovi consensi reali sui territori e cominciare un percorso. Anche in politica, l’ho detto tante volte, vige la legge di Lavoisier, e nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si può fare con paziente conoscenza delle formule politiche, come nella chimica si ottengono impressionanti reazioni se se ne conoscono le leggi».

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