Non è vero che ogni male
deriva sempre da una colpa

Della “fatalità” ce ne stiamo dimenticando ma essa esiste e ha dato una tremenda prova di sé col massacro del “Rigopiano”
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di Giancarlo Liuti

Uno dei limiti culturali e morali della nostra modernità consiste, a mio opinabilissimo avviso, nell’attribuire ogni male alla colpa di qualcuno, e se non ci fosse questa colpa non ci sarebbe questo male. Ovviamente posso sbagliarmi, ma credo che spesso le cose vadano diversamente. Si consideri ad esempio la slavina di centoventimila tonnellate di neve e roccia che spinta dal terremoto si è abbattuta, dopo tre chilometri e alla velocità di cento all’ora, sull’hotel “Rigopiano”, nella zona del Gran Sasso, riducendolo a un ammasso di macerie e uccidendo ventinove persone, fra le quali due giovani maceratesi, uno di Pioraco e uno di Castelraimondo. Niente di prevedibile, quel giorno. Ma i nostri inesorabili “media”, la cui vocazione è d’incutere il massimo di sospetto e paura, si sono accaniti nella ricerca delle “colpe”: quell’albergo non lo si sarebbe dovuto costruire proprio lì e coloro che vi risiedevano si sarebbe dovuto portarli via prima del crollo. In che modo, se ogni strada era bloccata da quattro metri di neve? Beh, un modo bisognava trovarlo. Ma secondo questi specialisti della “cronaca accusatoria” nessun titolare dei pubblici poteri e doveri ha avuto abbastanza prontezza – ecco la “colpa”! – per affrontare come avrebbe potuto e dovuto la drammaticità della situazione.
rigopiano-2-2-400x225Può anche darsi, intendiamoci, che una maggiore sollecitudine nel decidere e nel fare avrebbe avuto esiti meno tragici. Ma se ci si chiede qual è stata la vera e unica causa di questa sciagura a me pare che essa stia nelle centoventimila tonnellate di neve, ghiaccio e roccia franate improvvisamente dal crinale del monte senza che fosse stato possibile averne un qualsiasi preavviso. In ogni male possono esserci, sì, le “colpe” degli uomini. Anzi, esse non mancano quasi mai. E pure stavolta ce ne sarà stata qualcuna, magari risalente al passato. Ma di vere e proprie “colpe” faccio fatica a trovarne, in quel momento. Semmai la “causa”, questa sì che va cercata. Non c’è nulla, infatti, che accada senza una “causa”. E stavolta, allora, qual è stata la “causa”? Specialmente nella tecnologia della comunicazione interpersonale e nel campo della salute, dove si sono fatti enormi progressi nell’individuare i motivi e le terapie di un gran numero di malattie, la ricerca scientifica è via via riuscita a conquistare ampi spazi nel “regno del mistero” e a portare sempre più avanti il confine della razionalità. Il che si sta verificando in ogni aspetto dell’esistenza umana. E dobbiamo esserne lieti. Ma per quanto si muova in avanti questo per noi benefico confine, il “regno del mistero” è sempre lì e il terreno che perde non sarà mai una definitiva vittoria del nostro raziocinio perché dall’altra parte del confine il suo “regno” è infinito.

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Torniamo dunque alla “causa” del massacro del “Rigopiano”. Una, la più diretta, la conosciamo sin troppo bene: quelle centoventimila tonnellate di neve e roccia che un sommovimento tellurico ha fatto franare a valle. Ma qual è stata la “causa della causa”? E qui, a mio avviso, occorre fare un salto dalla nostra dimensione razionale per raggiungerne una che ha in sé qualcosa di trascendentale e al di fuori dei nostri sensi: la dimensione nella quale gli esseri umani hanno creduto per secoli e adesso, per l’assoluto prevalere di una sorta di “razionalismo materialistico” – uno più uno fa due, e questo basta – se ne stanno dimenticando. Qual è il nome di tale dimensione? Si chiama “fatalità”, vale a dire il risultato inevitabile e ineluttabile dell’arcano volere del destino. Un volere , signori, senza colpe ed è vano che la magistratura inquirente cerchi di trovargliene una.



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