Omicidio Sarchiè, la difesa:
“Assolvete Farina junior
e il delitto non è premeditato”

PROCESSO A MACERATA - E' stata la giornata delle arringhe dei legali dei due imputati: "Il figlio è stato uno spettatore passivo, il padre ha ucciso senza aver programmato nulla". I familiari del commerciante sambenedettese: "Per noi è stato Salvatore a sparare"

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Salvatore Farina questa mattina in tribunale

Salvatore Farina questa mattina in tribunale

 

di Gianluca Ginella

(foto di Lucrezia Benfatto)

E’ stato il giorno della difesa al processo per il delitto del commerciante di pesce sambenedettese Pietro Sarchiè. I legali di Giuseppe Farina e di suo figlio Salvatore hanno chiesto una condanna che non sia l’ergastolo per il primo e l’assoluzione per il secondo che ritengono sia stato solo nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Ma per i familiari di Sarchiè: «Ha fatto tutto il figlio, è lui che vendeva il pesce mentre il padre era un muratore».

Pietro Sarchiè

Pietro Sarchiè

«Salvatore Farina è stato uno spettatore passivo ai fatti, non sapeva cosa intendesse fare il padre», questo ha sostenuto oggi al tribunale di Macerata l’avvocato Marco Massei che assiste i Farina insieme al legale Mauro Riccioni, nel corso della sua arringa. Assoluzione, hanno chiesto i legali per il 20enne, o altrimenti la contestazione di un concorso anomalo nel delitto perché, a loro parere, Farina junior non sapeva che il padre avesse con sé una pistola quel 18 giugno dell’anno scorso quando, in località Sellano di Pioraco, venne assassinato Pietro Sarchiè. I familiari di Sarchiè, però, ritengono che sia stato il figlio a uccidere. «Il padre non sa nemmeno ricostruire quello che è successo quel giorno. Per noi ha fatto tutto il figlio, perché era lui che vendeva il pesce ed è lui che voleva il posto di mio marito, mentre il padre faceva il muratore» dice Ave Palestini, la vedova di Sarchiè.

Giuseppe Farina

Giuseppe Farina

Sulla posizione del padre i difensori hanno detto che si tratta di un delitto preterintenzionale e non premeditato come sostiene l’accusa al processo. A riprova di questo ci sarebbero vari elementi. «Ha usato una pistola non idonea ad uccidere, cioè un’arma con cui è necessario sparare diversi colpi. Poi hanno cercato di speronare il furgone con una Y10, sarebbe servito un mezzo più robusto per farlo, hanno gettato i sedili a 300 metri dal luogo del ritrovamento del corpo. E altre parti di lamiere le hanno buttate nella vegetazione. Ma che programmazione è?» dice Massei. Vari i punti evidenziati dall’avvocato Riccioni che proverebbero che non ci fu programmazione: «Per prima cosa non c’è stato lo studio del percorso. Poi hanno agito a volto scoperto, ma non perché sapevano che non avrebbero corso il rischio di essere riconosciuti, come dice l’accusa, perché erano andati per uccidere ma perché volevano dargli una lezione, chiarirsi e non pensavano di correre rischi particolari». Poi sulle celle telefoniche «sono state analizzate il primo luglio e il 22 agosto provando a fare chiamate per vedere che celle agganciavano i cellulari. Però questa è una cosa che può cambiare da un giorno all’altro per tutta una serie di fattori, come ad esempio l’intensità del traffico telefonico» dice Riccioni. Inoltre i difensori sostengono che il delitto non sia avvenuto a Sellano ma a Seppio di Pioraco.

Yuri e Jennifer Sarchiè e Ave Palestini

Yuri e Jennifer Sarchiè e Ave Palestini

Sia perché a Sellano il rischio di essere scoperti era alto, sia perché nessuno dei testimoni ha udito gli otto colpi che l’accusa dice sono stati sparati a Sarchiè. «Qualcuno parla di un paio di botti ma se fossero stati otto colpi era impossibile non averli sentiti» dice Riccioni. Il processo è stato rinviato al 13 gennaio per repliche ed eventuale sentenza. L’accusa è sostenuta dal procuratore Giovanni Giorgio e dai pm Stefania Ciccioli e Claudio Rastrelli. Al processo sono parte civile la vedova e i figli di Sarchiè assistiti dagli avvocati Mauro Gionni e Orlando Ruggeri e l’associazione Sos Italia libera, tutelata dall’avvocato Giampaolo Cicconi. Nelle indagini sul delitto compare anche Domenico Torrisi che ha già patteggiato per favoreggiamento e riciclaggio. Per lui sono iniziati i lavori di pubblica utilità.

 

 

 

Da sinistra gli avvocati Marco Massei e Mauro Riccioni

Da sinistra gli avvocati Marco Massei e Mauro Riccioni


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