di Walter Cortella
Dopo un classico del ’900 come Le voci di dentro di Eduardo de Filippo, il ricco cartellone del 46° Festival Macerata Teatro ha proposto al «L. Rossi» una commedia di tutt’altro genere, «A» come Adolphe, un atto unico di novanta minuti caratterizzato da battute argute e spassose, scritto recentemente dai componenti della Compagnia I Pinguini di Firenze, che ne hanno curato anche la regia. L’opera si ispira liberamente al film di successo Le prénom, uscito nel 2010, scritto e diretto dalla coppia francese Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte. È la prima volta che la Compagnia toscana partecipa alla manifestazione maceratese e per il suo debutto in terra marchigiana ha scelto un testo intelligente e ironico, dalla comicità frizzante e garbata, anche se talvolta un po’ amara. Pierre e Babù, docente universitario lui e insegnante di liceo lei, organizzano una cena alla quale sono invitati Vincent, agente immobiliare e fratello di Babù, sua moglie Anna, che giungerà in un secondo momento, e Claude, un amico di lunga data scapolo, che suona il trombone in un’orchestra sinfonica. All’inizio della serata, dopo i convenevoli di rito, i presenti avviano la conversazione affrontando i soliti argomenti.
Si fanno racconti, si richiamano alla memoria episodi del tempo passato, si beve un po’ di vino e, in attesa che arrivi Anna, Vincent annuncia che la coppia avrà presto un figlio, un maschietto. Naturalmente tutti sono curiosi di conoscere il nome che i futuri genitori intendono dare al nascituro e Vincent, uomo brioso e di spirito, li provoca con un gioco: il nome del bambino inizia per «A». Si scatena la bagarre: Adalbert, Alcée, Albert, Amédée, Anatole, Antoine, Arsène, Arthur, Auguste, Aurèle… Macché! Nessuno riesce a indovinare il nome prescelto per il bebè. Di fronte alla resa comune, Vincent rivela il segreto: il bambino si chiamerà Adolphe. I presenti sono colti dalla sorpresa, dallo stupore ma anche dalla rabbia. Il nome scelto manda addirittura su tutte le furie Pierre, fortemente contrariato per particolari motivi ideologici. Ma come? Adolphe come Adolf Hitler? Come è possibile mettere ad una piccola creatura il nome del crudele dittatore nazista? Da questo momento gli amici/parenti, ciascuno con la sua personalità, si affrontano in un cruento scontro dialettico su questioni ideologiche e filosofiche. Le inevitabili allusioni alla triste storia recente creano imbarazzo e sconcerto. I pareri sono contrastanti e sostenuti con veemenza. Vincent sostiene che Adolphe non ha assolutamente nulla a che vedere con Adolf. Chiamando così il suo bambino vuole solo ricordare il personaggio dell’omonimo grande romanzo scritto nel 1816 da Benjamin Constant, e con ciò ribadire la supremazia della cultura francese nei confronti di quella germanica. La discussione si accende, ma si ride pure, mentre emergono riflessioni di una certa profondità.
Vengono proposti altri nomi, come Joseph, Paul, François ma tutti sono contestati da Vincent poiché anch’essi rievocano alla memoria personaggi nefasti come il sanguinario “acciaio” Stalin, come Pol Pot, il feroce dittatore cambogiano o come Franco, il non tenero caudillo spagnolo. Ma ben presto si finisce per scivolare, come spesso succede in simili frangenti, in questioni personali che mettono a nudo vizi e pochezze di ciascuno. Ma per Vincent e signora il dado è tratto: il bambino si chiamerà senz’altro Adolphe! E non manca la sorpresa finale: Claude, da tutti ritenuto omosessuale (altra malignità gratuita), è invece una persona normale, sensibile, con tanto di relazione sentimentale. Con chi? Ma con Françoise, la madre di Babù e Vincent! La commedia scorre via bene, grazie al ritmo serrato dell’azione e diverte. Ha, dunque, tutti i presupposti per catturare l’attenzione del pubblico. Buona l’interpretazione da parte dell’intero cast, in particolare sono da sottolineare le performances di Aldo Innocenti, nel ruolo di Vincent, e di Pietro Venè, in quello di Pierre. Positivo, quindi, il debutto de I Pinguini alla kermesse maceratese. Scenografia minimalista, moderna e funzionale, sovrastata da una parete di fondo costituita da enormi libri che danno bene l’idea dell’ambiente culturale della famiglia.
(Foto di Quinto.Romagnoli)
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