
L’uscita del feretro dall’auditorium San Francesco
di Marco Pagliariccio (foto di Alessandro Panichelli)
Tanti simboli, tanti nomi, tanti colori. In una giornata qualunque sarebbero stati avversari su un rettangolo verde. Ma non oggi: oggi erano tutti all’auditorium San Francesco, per l’occasione ritornato chiesa, per Giuseppe Canuti, il 59enne morrovallese morto per un malore lunedì pomeriggio durante la partita della categoria Allievi tra il San Claudio, che lui allenava, e il Trodica.

Giuseppe Canuti
Delegazioni di tantissime squadre di calcio del Maceratese e non solo hanno tributato il loro saluto a “Peppe”, come lo conoscevano tutti. Ma definirlo solo come un tecnico, seppur il calcio fosse la sua grande passione, sarebbe riduttivo. E il partecipatissimo funerale celebrato oggi pomeriggio da don Luigino Marchionni ha esaltato tutte le sfumature di un uomo che con l’esempio ha saputo lasciare una traccia in tutti coloro che l’hanno incrociato: quella di padre premuroso, quella di compagno amorevole, quella di lavoratore meticoloso, quella di convinto credente e quella, appunto, di allenatore sapiente e attaccato ai suoi ragazzi.

Non sono bastati i 300 posti dell’auditorium di Morrovalle per contenere l’affetto per “Peppe”. In centinaia sono rimasti in piedi all’interno dell’edificio, altrettanti hanno seguito la celebrazione sul selciato esterno. E il sottofondo dei bambini che giocavano a calcio nel vicino campetto non era un disturbo, ma la perfetta colonna sonora che ha accompagnato i versi, le parole, le note del suo ultimo viaggio.

Don Luigino Marchionni, nella sua omelia, non si è limitato alle letture bibliche e alle sue interpretazioni. Ma ha tratteggiato un ricordo vivido del Canuti uomo di fede. «La sera dell’Epifania, con la neve fuori dalla porta, ci siamo trovati a dire messa lui e io – ha ricordato il parroco – con la morte del padre aveva fatto una scelta: quella di rinunciare all’università per aiutare la famiglia. Ai figli ho detto: ringraziate Dio perché vi ha dato un padre che vi ha aiutato a stare in piedi da soli. L’impegno nel lavoro, nello sport, nell’educazione delle nuove generazioni: ringraziamo Dio per averci dato Giuseppe».

A nome della famiglia, a partire dalla mamma Peppina, i figli Lorenzo e Alessandro e il fratello Andrea, a fine messa, ha preso il microfono il nipote Ivan Baldoncini: «Non siamo qui solo per piangere la tua scomparsa, ma per celebrare la grande vita di un uomo che è stato per tutti noi un porto sicuro – ha detto Baldoncini – papà, compagno e figlio encomiabile: hai vissuto incarnando quotidianamente il significato dell’essere un bravo cristiano. La tua non era una fede fatta solo di parole, ma di gesti concreti. Sei stato un filantropo silenzioso, un uomo dal cuore immenso, che ha anteposto sempre la felicità della famiglia alla tua. Il nostro impegno sarà quello di riuscire a portare con noi una piccola scintilla del tuo essere: se riusciremo ad essere un briciolo di ciò che sei stato tu saremo tutti delle persone migliori».

La compagna Eva ha affidato a una lettera la voragine che si è aperta dentro di lei con la perdita di Giuseppe. «Non esistono parole adeguate per salutarti. Sei stato un uomo profondamente innamorato della vita, capace di vivere ogni giornata con autentica passione, nel lavoro, nel calcio, nella famiglia, persino nelle piccole cose come la cura delle tue amate piantine di cui attendo ora i frutti come simbolo vivo della tua dedizione. Sei stato un uomo forte, determinato, animato da una grinta sincera, che trovava la sua massima espressione nell’attenzione e la generosità verso gli altri. Hai saputo donarti con naturalezza, rendendo ogni gesto carico di significato. Sei stato una presenza costante e solida, orgoglioso dei tuoi figli e profondamente fiero del cammino che avevano intrapreso sotto la tua guida preziosa e amorevole. Ma il tuo cuore grande ha saputo accogliere anche i miei figli, prendendotene cura con affetto sincero e presenza concreta. Hai insegnato con la tua testimonianza il valore delle cose semplici e vere. Per me sei stato un punto di riferimento imprescindibile, la mia sicurezza, la mia forza. Ora sei diventato la mia stella e mi rasserena sapere che ora ritroverai il tuo amato papà, che non hai mai smesso di ricordare neanche per un giorno».

E poi il ritratto del Canuti allenatore, verace ma anche fiero dei propri ragazzi, nelle parole di Pierfrancesco Salvucci, uno dei ragazzi del San Claudio che per ultimi hanno visto il loro mister ancora in vita. «Sono sicuro che in campo e in noi resterà molto di te – ha detto il giovane calciatore – rimarrà nella cattiveria agonistica che ci trasmettevi in partita e in allenamento, ma anche la serenità e la tranquillità che sapevi darci in ogni situazione. Non eri un semplice mister, eri un padre che si preoccupava per ogni membro della squadra, senza fare distinzioni. Ma eri anche un amico pronto a scherzare con noi. Ovviamente porteremo con noi le tue frasi tipiche. Di sicuro continueremo a “moccicà” in campo e a “mettece un po’ de cazzimma”. E noi che rispondevamo “tranquillo mister, che se serve agli avversari gliela diamo una zaccagnata”, perché, come dicevi sempre, “male non glie fa”. Sono sicuro che tutti noi continueremo a seguire le tue indicazioni, a vincere o perdere per sempre insieme a te».

Lo striscione preparato dai ragazzi del San Claudio
E poi il commiato dei colleghi della Falc, l’azienda calzaturiere di Civitanova dove lavorava, e quello di Alver Torresi in rappresentanza di Figc Marche. Oltre alla presenza silenziosa ma significativa di una grande fetta dell’amministrazione comunale, con il sindaco Andrea Staffolani in testa. Un mosaico colorato, che era quello della vita strappata troppo presto di “Peppe”.


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