Puzze e diossine nei rifiuti
ma la vera monnezza è politica

Cosmari, Smea, Aia, Apat, Ata, Tar, Tares, Tarsu: una giungla di sigle che nascondono interessi personali e di potere. E cantiamo: “Cosmarì, Cosmarì, quanto suonno aggio perso pe’ tté”
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Al “fumus persecutionis”, che l’imperterrito Silvio continua ad agitare nelle piazze e nelle aule di giustizia, nel cielo di quest’anno si sono aggiunti altri fumi. Il 13 marzo dal camino del conclave uscì una fumata bianca e l’immensa folla di fedeli riunita in piazza San Pietro fu raggiunta da un annuncio che la rese felice: “Habemus Papam!”. E il 30 aprile dal camino dell’inceneritore di Sforzacosta è uscita una fumata anch’essa bianca e tra la folla corsa a vedere si è diffuso un annuncio che però non l’ha resa felice: “Habemus Puzzam!”. Poi il presidente del Cosmari (Consorzio Smaltimento Rifiuti, proprietario dell’impianto) ha escluso puzze future grazie all’avvenuta istallazione di modernissimi ed efficientissimi filtri (proprio per questo l’inceneritore era stato spento a dicembre). La gente, però, non si fida. Oltretutto il problema non riguarda soltanto la puzza, fastidiosa e tuttavia innocua per la salute, ma i lavori si erano resi necessari per il fatto che in quei fumi era stata accertata la presenza di diossina e furani, sostanze che alla lunga portano l’insidia del cancro. Da quanto tempo l’inceneritore le produceva? Non s’è capito bene, anche perché pare che i controlli non fossero frequenti come sarebbero dovuti essere. E i sindaci di Macerata e Pollenza, soci istituzionali del Cosmari, son pervenuti all’idea di tagliare la testa al toro: l’inceneritore sia spento e non se ne parli più.

La monnezza, comunque, c’è. La produciamo, a tonnellate, ogni giorno. E par di capire che la concreta possibilità di farvi fronte è legata a tre alternative: 1) O l’inceneritore, ammodernato, rimane in funzione; 2) O si realizzano altre discariche; 3) O si raggiunge, in provincia, almeno l’80 per cento di raccolta differenziata. Per un ingenuo come me, esponente della cosiddetta gente della strada, non ce ne sono altre. Per cui la politica (la buona politica, quella che pensa esclusivamente al bene comune) dovrebbe prenderne atto. Già, la buona politica.

 

Sabato la protesta davanti al Comsari per la riapertura dell'inceneritore (clicca sull'immagine per guardare il video)

Nei giorni scorsi la protesta davanti al Cosmari per la riapertura dell’inceneritore (clicca sull’immagine per guardare il video)

  Questa dell’inceneritore di Sforzacosta è una storia lunga, il cui inizio risale al finire degli anni Settanta, quando l’impianto fu costruito – ma entrò in funzione nel 1991, perché a Macerata, si sa, i lavori pubblici vanno sempre a rilento – e subito si levarono focose proteste dell’allora Pci e dei Verdi, proteste alle quali aderì buona parte della popolazione locale. Ricordo la permanente esposizione, nelle strade, di pupazzi con la bocca e il naso coperti da mascherine, ricordo le dicerie, alimentate in comizi e assemblee, di orribili rischi per le donne incinte (aborti o, dopo il parto, scomparsa del latte materno), ricordo certi terrificanti e taroccati dati internazionali sull’aumento dei tumori dovuti alla combustione dei rifiuti. La gestione, pubblica, era già del Cosmari. E col tempo, forse per un civile spirito di adattamento, la ribellione di Sforzacosta parve acquietarsi, fermo restando il disagio, soprattutto estivo, della puzza.

  Adesso ci risiamo, e per me che scrivo queste righe è quasi impossibile trovare il bandolo della matassa, tanto che nell’indecifrabile confusione di torti e ragioni sento di dovermi limitare, io e i cittadini di Sforzacosta, a parafrasare con impotente fatalismo quella celebre canzone napoletana che inizia “Ohi Marì, ohi Marì …” e intonare un rassegnato lamento: “Cosmarì, Cosmarì, quanto suonno aggio perso pe’ tté!”.  Perché, signori, la questione non è soltanto di diossina e di puzza, ma, su tutto, paiono prevalere le diossine e le puzze della cattiva politica, in un turbinio di sigle (Aia, Ata, Apat, Tarsu, Tares, Tar…) che ciascuna parte in causa – Cosmari, Regione, Provincia, Comuni – esibisce a sostegno della propria tesi, col risultato che tutti hanno ragione pur avendo torto e tutti hanno torto pur avendo ragione. A Macerata, inoltre, c’è un’altra sigla: la Smea (Società Maceratese per Ecologia e Ambiente, alla quale compete, tra l’altro, la raccolta dei rifiuti). Sarebbe logico che entrasse nel Cosmari? Ovviamente sì. Ma le trattative sono in corso da anni e sapete perché non se ne viene a capo? Qualcosa ha spiegato a Cm il consigliere comunale Anna Menghi, che fu sindaco dal ’97 al ’99, quando venne esautorata forse perché lei, in forte anticipo su Carancini, poteva essere il segnale di una “nuova storia”. Fin da allora, insomma, scarsi controlli sulle emissioni del Cosmari, indebiti e generosi pagamenti da parte del Comune, difesa di rendite di posizione, caccia di voti elettorali, assunzioni clientelari, aspirazioni personali e di gruppo. E adesso, fra gli ostacoli di questa pur naturale fusione, son saltati fuori perfino gli stipendi apicali della Smea – circa duecentomila euro lordi all’anno – che a giudizio del Cosmari sarebbero troppo elevati,  un rilievo orgogliosamente contestato dai politici che anni fa li hanno fissati: “Non è vero, gli stipendi sono regolari! Dicano semmai i politici del Cosmari che le loro resistenze stanno nella paura di perdere potere!”.

 Raccolta differenziata? Certo, ma la sognata percentuale dell’80 sta ancora nel grembo degli dei (il traguardo è stato superato solo da Montecassiano e Camporotondo, mentre le due città più importanti, Macerata e Civitanova, sono in ritardo, la prima col 45 e la seconda col 66. Nuova discarica? Sì, quella di Cingoli. Ma, anche qui, soffia la tramontana del rifiuto ai rifiuti: “Si vuole deturpare la bellezza del Balcone delle Marche!”. E l’intoppo deriva pure dal fatto che – chissà se c’entra la politica – il bando di concorso per la realizzazione di tale discarica è stato annullato per eccesso non di rialzo ma – sic! – di ribasso. E la pecora cammina: il bando bisogna rifarlo.

Ripeto: il mio disorientamento – meglio: quello della pubblica opinione – può essere frutto d’ignoranza circa le questioni tecniche e giuridiche, le voci dei bilanci, i ricorsi, i controricorsi e le eventuali sentenze del Tar o del Consiglio di Stato, e chiedo venia se in questa sommaria ricostruzione degli eventi ho commesso errori o imprecisioni. Una cosa, però, mi pare legittimo sospettarla. Ed è che la vera questione – la diossina e la puzza – sta passando in secondo piano rispetto ad altri interessi che con la diossina e la puzza hanno ben poco da spartire.

Un’ultima considerazione. In Europa funzionano 300 termovalorizzatori, i più grandi in Olanda e in Germania, dai quali si ricava oltre il 12 per cento del fabbisogno energetico. In Italia sono 47, quasi tutti nel Nord. Che fa Napoli, soffocata dalla monnezza? I suoi rifiuti li “vende”all’Olanda, dove pare che gli impianti di Amsterdam e Rotterdam ne siano ghiotti. Il futuro, d’accordo, non è negli inceneritori. Dovunque, oggi, la parola d’ordine sta nella raccolta differenziata. Questione complessa, sia chiaro. E la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Ma, per favore, non la si renda ancor più complessa – incomprensibile a molti e, purtroppo, comprensibilissima a pochi – con diatribe di natura assai diversa dal punto che, unico, dovrebbe contare: la diossina e la puzza. E allora? Non resta che l’amaro cullarsi con la canzone: “Cosmarì, Cosmarì, quanto suonno aggio perso pe’ tté”.

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