Ma le Province bisogna abolirle?

Il successo dell'antipolitica di Beppe Grillo a Civitanova e Tolentino. I proclami e i passi indietro. Non sarà che un ente intermedio fra Regioni e Comuni è indispensabile?
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Piove a dirotto sul bagnato e mi rendo conto che gli ultimi scandali dell’ex Margherita e della Lega hanno ormai reso difficilissimo dar torto all’antipolitica di Beppe Grillo e dei suoi innumerevoli echeggianti nella carta stampata, in televisione e nelle piazze (gremita nonostante la pioggia quella di Tolentino, mentre a Civitanova, l’altro giorno, c’erano addirittura tremila persone ad ascoltarlo e se al posto suo ci fosse stato, che so, Alfano, Bersani o Casini, temo che la conta dei presenti avrebbe dato numeri drammaticamente inferiori). Tuttavia, pur consapevole del rischio di fare una figura barbina, non rinuncio all’impresa. E non perché pensi che nella politica attuale – nel modo di farla, in parecchi personaggi che la rappresentano e nel costo davvero eccessivo che essa comporta per le casse pubbliche – non ci sia tantissima acqua sporca da buttar via, ma perché l’antipolitica, nella sua furia demolitrice, non fa alcuna distinzione fra l’acqua sporca e il bambino che, povero lui, c’è dentro. Come si chiama questo bambino? Si chiama Democrazia. E la storia insegna che quando si butta via tutto, l’acqua sporca e il bambino, il risultato è una svolta totalitaria, di destra o di sinistra non fa differenza. E prima o poi gli stessi paladini dell’antipolitica vengono messi in galera, a piangere sul latte versato proprio da loro.

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Beppe Grillo giovedì sera a Civitanova (clicca sull'immagine per leggere l'articolo)

Secondo alcuni sondaggi il Movimento 5 Stelle sfiora il sette per cento del consenso popolare. Se fosse un partito, dunque, potrebbe insediarsi al terzo posto, dopo il Pd e il Pdl. Ma un partito non è. Gli manca una visione complessiva della società, gli manca un coerente disegno riformatore, gli manca, appunto, la politica, vale a dire la scienza – o l’arte – di governare. Ha solo una cosa e ce l’ha in abbondanza: la rabbia della protesta. Su Cm ho letto questo commento: “Per il bene della città, a casa tutti, subito”. Tutti chi? Sindaco, assessori, consiglieri comunali, maggioranza, opposizione, segretari dei vari partiti, leader delle liste civiche? Parrebbe di sì. Sostituirli con chi? Mistero. E per fare che cosa? Mistero. Ecco, questa è l’antipolitica.

Veniamo all’abolizione delle Province. Un tema di grandissimo effetto mediatico. Un tema che da anni figura al primo posto fra i proclami dell’antipolitica e che poi la politica – quasi tutti i partiti – ha fatto proprio nel maldestro tentativo di ricuperare simpatie nella marea montante del qualunquismo barricadero. Perché maldestro? Perché alla fine i partiti – e i governi, compreso quello di Mario Monti – si son dovuti accorgere che nell’acqua sporca delle Province c’è pure un bambino, e riguarda la guida di una società di sessanta milioni di persone e l’equilibrata articolazione delle sue istituzioni centrali e periferiche. Così, adesso, si è cominciato a capire che l’abolizione “tout court” delle Province non farebbe crescere l’efficienza dello Stato, creerebbe più problemi di quanti ne risolverebbe e, fatti i conti, la riduzione della spesa pubblica sarebbe assai minore di quella immaginata. Per cui, a parlare di abolizione “tout court”, c’è rimasto solo Beppe Grillo più qualche altro che, a caccia di voti, ne ripete, stancamente e ipocritamente, lo slogan.

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Beppe Grillo oggi a Tolentino (clicca sull'immagine per guardare il video)

Eccolo, si dirà, difende le Province così come sono. Non è vero. Mi oppongo, sì, all’idea che un ente intermedio fra Regione e Comuni vada cancellato del tutto, ma condivido la necessità di ridimensionamenti, riduzioni di costi, limiti agli appetiti della cosiddetta “casta”, più severi controlli su traffici, pastette e collusioni (si pensi al caso di Filippo Penati, Pd, ex presidente della Provincia di Milano). Ma, insomma, non vedo per quale motivo non si possa – meglio: non si debba – riflettere su cosa s’intende per organizzazione e diffusione dei poteri pubblici territoriali in uno Stato democratico.

L’estate scorsa, scrivendo su tale argomento, mi chiesi cosa sarebbe accaduto se un’improvvisa e massiccia nevicata avesse paralizzato i collegamenti viari fra i nostri cinquantasette Comuni e non ci fosse stato un qualsiasi ente pubblico cui affidare il compito di provvedere allo sgombero delle strade principali. Compito, questo, che i singoli Comuni non sarebbero riusciti a svolgere con una visione d’insieme, senza cioè chiudersi nelle rispettive e circoscritte esigenze locali, e che la Regione, organo legislativo, di programmazione e non di gestione diretta, avrebbe avuto difficoltà – se non impossibilità – ad affrontare nel concreto.

Ebbene, quest’anno la neve – molta – c’è stata sul serio. E il consigliere provinciale del Pd Daniele Salvi, oltre a porre in evidenza che “la Provincia si è distinta nella capacità di coordinare gli interventi sui 1.462 chilometri delle sue strade”, ha dichiarato: “Riformare le autonomie è necessario, ma indebolirle sarebbe esiziale. Chi si sarebbe occupato del quaranta per cento della viabilità del nostro territorio? I Comuni? Ancona? Oppure una Provincia senza più alcuna capacità gestionale”?

Ora qualcuno obietterà che Salvi ha approfittato dell’occasione per tirare acqua – e neve – al proprio mulino. Può darsi. Ma siamo sicuri che le sue considerazioni non poggino, anche e soprattutto, su reali interessi di una comunità che da noi comprende trecentomila persone? Quando, nel 1947, in un’Italia assai più povera di quella di oggi, i padri costituenti scrissero l’articolo 114 (“La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni”) e lo ribadirono negli articoli 128, 129 e 132, lo fecero per soddisfare una pletora di mangiapane a tradimento oppure perché si rendevano conto che un soggetto pubblico fra Regioni e Comuni era – ed è – indispensabile? Ammettiamo pure che coll’andar dei decenni la partitocrazia abbia fatto i suoi danni. Tuttavia, nel 2001, quando era in auge il mito berlusconiano “più Società civile e meno Stato”, il Parlamento confermò, rafforzandolo, l’articolo 114: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Come mai? Solo per far crescere il debito statale a vantaggio di una schiera di parassiti?

E per quale ragione gli enti intermedi fra Regioni e Comuni esistono – numerosi e con nomi diversi – anche in Germania, Inghilterra, Spagna e altrove? Non sarà che materie come la difesa del suolo, la tutela dell’ambiente, le risorse idriche, i beni culturali, la viabilità e i trasporti, la formazione professionale, lo smaltimento dei rifiuti e l’edilizia scolastica – sono queste le competenze delle Province italiane – abbisognano dovunque di un soggetto in grado di gestirle nelle cosiddette “aree vaste”, che sono meno vaste ma più articolate delle aree regionali e più vaste ma più omogenee di quelle comunali?

Ora il disegno di legge del governo Monti propone di eliminare, nelle Province, solo il personale elettivo: presidenti, assessori, consiglieri (ma il voto, a cominciare dalle assemblee di condominio, è il sale della convivenza civile e, quando viene dal popolo, è il sale della democrazia). Eliminarlo subito? No, questo non è possibile. Bisogna aspettare le scadenze naturali. E le competenze? Trasferirle alle Regioni e a Comuni? Sì, ma forse è meglio un ente intermedio. Fatto come? Senza guida politica? Solo burocratico? No, le funzioni di presidente sarebbero affidate a un sindaco scelto da assemblee di sindaci. Un passo indietro, quindi, rispetto all’abolizione “tout court”. Ma non è detta l’ultima parola, perché il parere definitivo spetta al Parlamento, dove è probabile che saranno presentati centinaia di emendamenti.

Nel 1948 le Province erano 91, nel 1970 salirono a 94, nel 2001 a 107 e infine, nel 2004, balzarono a 110 per l’inopinata istituzione di Monza, Barletta e Fermo. Troppe? Sì. Colpa della politica? Sì, per aver soddisfatto suoi propri appetiti ma anche per essere andata in cerca del consenso localistico di quella stessa gente – la società civile – che ora la disprezza. Prima domanda curiosa: è favorevole all’abolizione della sua Provincia la società civile fermana? Seconda domanda curiosa: cosa ne pensa l’antipolitica che, immagino, a Fermo non manchi?

E ora i risparmi. L’attuale personale politico delle Province – presidenti, assessori, consiglieri – è composto da circa quattromila persone, il cui costo oscilla fra i 300 e i 500 milioni all’anno. Ma rimarrebbe il costo del personale amministrativo, collocato nell’eventuale nuovo ente o trasferito nelle Regioni e nei Comuni. In totale, oggi, la spesa pubblica che fa capo alle Province per le loro molteplici attività supera i dodici miliardi di euro all’anno. E questa, sia chiaro, non diminuirebbe.

Attenzione. In Italia funzionano 91 Ato per i sistemi idrici, 191 consorzi di bonifica, 145 enti parco regionali, 63 bacini imbriferi, 356 comunità montane, 350 unioni di Comuni, e via, e via, fino a raggiungere l’impressionante numero di ben settemila “enti strumentali” – si pensi, per capirci, alle “partecipate” comunali – con dentro un personale politico di ben 24 mila unità e un costo stimato in 2,5 miliardi all’anno. Eppure, forse perché tali realtà non offrono un suggestivo bersaglio alla virulenza nichilista dell’antipolitica né un’occasione per la demagogica coda di paglia della politica, nessuno si sbraccia per abolirle. Non è strano?



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