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Macerata, il grande equivoco centrodestra
Gli errori e i tentennamenti della Lega
hanno reso leader tutti e nessuno

IL COMMENTO - Dopo mesi di trattative per il nulla, appena si è trattato di stringere sulla candidatura come da pronostico sono emersi ridicoli protagonismi. Da una parte la fragile struttura organizzativa a livello locale del partito di Salvini, dall'altra alcuni "alleati" che se ne sono approfittati. In mezzo l'indebolimento della figura di Andrea Marchiori. E sullo sfondo il cerchio magico treiese che ogni tanto si affaccia in città (nelle ultime ore circola il nome di Pesarini)
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L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito

Se il centrosinistra ha il terrore del passato e cerca in tutti i modi di rimuovere, come se non fosse mai esistito, il pesantissimo fardello del disastroso decennio caranciniano, il centrodestra mostra di avere paura per il futuro, la paura di tornare a governare dopo oltre venti anni, tanto che sta facendo di tutto per favorire le avverse armate presumibilmente ricottiane.
Quest’ultima situazione è apparsa evidente proprio in questi giorni, dopo mesi e mesi di recita e di chiacchiere a proposito di una unità solida e indissolubile sul versante dell’opposizione che avrebbe finalmente scaraventato all’inferno l’attuale maggioranza e avrebbe garantito una svolta alla città di Macerata, stanca di Carancini e del carancinismo. Quando infatti si è trattato di uscire dalle frasi di circostanza e di stringere su un nominativo condiviso per la candidatura a sindaco, ecco il patatrac, ecco il famoso tavolo che è caduto a terra rumorosamente, trascinando in un gorgo di incertezze, di ridicoli protagonismi dell’ultimo minuto e di polemiche non più schermate gli attori della lunga trattativa sinora approdata al nulla assoluto. Uno scenario che – tra tante dichiarazioni di facciata dei protagonisti – era anche stato pronosticato da questo giornale. Da mesi ormai la Lega e i suoi presunti alleati si sono letteralmente nascosti sotto il tavolo e non hanno più parlato alla città. Lontani dai dibattiti principali hanno lasciato campo aperto al centrosinistra (i cui esponenti possono anche permettersi il lusso di litigare tra loro) e con una grande dose di autolesionismo non hanno approfittato del vantaggio che fino a qualche tempo fa avevano guadagnato (per meriti altrui).

Il centrodestra aspetta ancora il treno (vignetta di Filippo Davoli)

A mio avviso, l’errore di fondo dei commensali seduti al tavolo del centrodestra è stato quello di non pensare (o di far finta di non pensare) sin da subito che la Lega, l’azionista principale della coalizione, avesse il diritto/dovere in via esclusiva di presentare dei propri nominativi per la candidatura a sindaco, senza nulla togliere poi alla definizione di un programma comune e all’individuazione condivisa di tutte le figure che avrebbero dovuto avere un ruolo chiave nella difficile opera di risollevare la città sfiancata a tutti i livelli dal mitico Romano e dai suoi emuli. In altri termini, è mancato il realismo, cioè l’aggancio con la realtà.

Peraltro la stessa Lega, per quanto è dato capire, ha consentito per troppo tempo che la favoletta dell’unità e della condivisione circolasse, ha fatto credere cioè che tutte le forze politiche della ipotetica coalizione avessero pari diritto di presentare dei nominativi (come infatti è avvenuto), e poi, come succede tra buoni amici, sarebbe stata scelta d’amore e d’accordo la figura migliore senza guardare all’appartenenza e la si sarebbe accompagnata all’altare, cioè sullo scranno più alto del Palazzo, in un tripudio di cittadini festanti. Una prospettiva quasi da libro Cuore, che si è sbriciolata al primo scossone, come era inevitabile.

Gianluca Pesarini, all’epoca presidente di Confindustria, ospite dell’assemblea Lega a Macerata

Ma perché la Lega ha contribuito a questo disastroso equivoco, che sino ad oggi non ha fatto che avvantaggiare il centrosinistra in affannosa ricerca del consenso perduto? Credo che ciò sia dipeso dall’indecisione leghista proprio a proposito del candidato da sottoporre agli altri partiti della coalizione. Inutile nascondersi dietro un dito: per diversi mesi alla Lega di Macerata ha fatto sicuramente comodo prendere tempo con la scusa della ricerca collegiale del miglior candidato. Ma alla fine le scuse si esauriscono e i nodi vengono al pettine, e ormai una cosa sembra chiara: la Lega ha cercato a lungo un buon nominativo, ma evidentemente non lo ha trovato, almeno sino ad oggi, né nell’ambito della società civile né nei ranghi interni. Oppure non ha creduto sino in fondo – di fatto indebolendola – nell’unica soluzione interna in qualche modo venuta fuori, Andrea Marchiori, proveniente dagli scranni del Consiglio Comunale, dove, per riconoscimento unanime, ha ben operato.

Pesarini e Arrigoni

Certo, la ricerca non è facile per un partito dal forte consenso ma dalla struttura organizzativa localmente ancora fragile, con uno scarso radicamento territoriale emerso in maniera clamorosa nell’ultima tornata elettorale, caratterizzata da un grande successo alle europee e da cocenti sconfitte alle amministrative (Treia, Appignano, Cingoli solo per fare qualche esempio). A questo punto, però, mentre il malcontento per la piega presa dalla vicenda inizia a montare in tutta la base del centrodestra ormai sull’orlo di una crisi di nervi, ed anche nell’elettorato leghista spiazzato e deluso, la situazione può sbloccarsi, recuperando unità sul versante dell’attuale opposizione, solamente con la presentazione in tempi rapidissimi da parte dei salviniani locali di un candidato dignitoso e radicato a Macerata, lasciando da parte ipotesi legate al cerchio magico treiese che in queste ultime ore, a torto o a ragione, stanno circolando. Come quella di una possibile candidatura del treiese Gianluca Pesarini, fino a pochi giorni fa presidente provinciale di Confindustria. Ma niente è certo, perché la Lega non parla. 

Tutti gli uomini di Treia, il potere di una piccola città sulle sorti di Macerata e provincia

 

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