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«Le Marche sono emarginate
verso il Sud Italia»

INTERVISTA a Loris Tartuferi: «E Macerata si trova nella stessa situazione. L’unica speranza è nello spirito imprenditoriale dei giovani che tentano la strada delle start-up. E’ necessario incoraggiarli. Non dobbiamo restare seduti aspettando tempi migliori ma ce li dobbiamo costruire da soli»
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Loris Tartuferi

 

di Ugo Bellesi

Nei giorni scorsi Loris Tartuferi, con un lungo articolo, su “Cronache maceratesi” aveva aperto un dibattito affrontando il tema della involuzione che sta subendo la nostra società. Per non lasciare tutto nel vago oggi vogliamo scendere nel concreto ed abbiamo rivolto alcune domande specifiche allo stesso Tartuferi anche nella sua veste di presidente onorario e presidente del patto di sindacato di Banca Macerata.

Dalla crisi economica del 2008 le Marche e la provincia di Macerata in particolare non si sono più riprese. Il fallimento di Bancamarche e il terremoto del 2016 hanno dato due “frustate” terribili. Lei vede un po’ di luce in fondo al tunnel?

«Credo sia necessario considerare, oltre alle due grandi tragedie, un terzo fatto di carattere più generale e di portata ancora più ampia che nulla ha a che vedere direttamente con le stesse ma che a me sembra fondamentale. A monte del fallimento di Banca Marche e del terremoto del 2016, la grande crisi del 2008, che ha provocato il tracollo in particolare del comparto edilizio, ci aveva infatti già ricordato l’inadeguatezza della restante parte significativa del sistema economico locale, quella fondata sul lavoro terzista delle piccole imprese, in particolare nella nostra provincia. La globalizzazione in atto sta infatti facendo diventare sempre più problematica la tradizionale attività per conto terzi e addirittura la può mettere a rischio se non prestata in una struttura di filiera a vantaggio di marchi capaci di competere ad alti livelli, come da noi ce ne sono molto importanti ma che rappresentano una parte minore del nostro pil. La ripresa dell’edilizia, oltre che il più difficile equilibrio tra costi e ricavi come si contrapponevano prima della crisi, sta incontrando anche le resistenze legate al montante concetto del contenimento del consumo del suolo. Per le conseguenze del fallimento di Banca Marche e per quelle del terremoto, quando sarà effettivamente possibile avviare la ricostruzione, si potrà continuare a contare sulla presenza di Banca Macerata che sta già operando al limite delle sue attuali possibilità, per cui occorre augurarsi che la sua dimensione possa velocemente aumentare anche con l’aiuto ed a vantaggio del Territorio. Ciò posto, a mio avviso la luce in fondo al tunnel si può certamente intravedere se la nostra economia, in gran parte ancora in fase di transizione con i ricambi generazionali, riuscirà a conseguire, nel suo complesso, nei tempi necessari e con nuove auspicabili forze giovanili, maggiore aderenza ad una visione imprenditoriale del futuro».

Nel suo ultimo rapporto la Fondazione Merloni parla di un “affievolimento dello spirito imprenditoriale”. Lei è d’accordo? O è meglio pensare ad una crisi di fiducia generalizzata sul futuro?

«A mio avviso entrambe le valutazioni appaiono di attualità ed almeno in parte abbastanza fondate. Lo spirito imprenditoriale che si sarebbe affievolito di cui parla la Fondazione Merloni appare però più un fatto relativo ai tempi precedenti la grande crisi perché ora sembra invece che lo spirito imprenditoriale dei giovani si stia sviluppando con i tentativi che diversi di loro cercano di avviare specialmente nel campo delle così dette start-up, e che indubbiamente vanno quindi incoraggiati. Al contrario molto più pericolosa secondo me appare invece l’ipotesi che l’affievolimento dello spirito imprenditoriale possa essere conseguenza della crisi di fiducia per il futuro, per altro attualmente molto profonda e molto estesa, che comporta di restare seduti in attesa di tempi migliori ma che, se non li costruiamo noi, da soli non potranno di certo arrivare».

La globalizzazione può aver creato una specie di “marginalizzazione” del nostro sistema imprenditoriale che, a parte alcune eccellenti eccezioni, non riesce ad innovare e a competere a livelli più alti di quelli locali?

«La risposta è indirettamente insita in quella già data alla prima domanda ed è certamente affermativa. Al riguardo stiamo leggendo già da tempo che, secondo studi di diversi importanti organismi, la nostra regione e la nostra provincia si trovano ormai emarginate verso il centro sud dell’Italia, quando in tempi passati abbiamo potuto invece competere pressoché alla pari con il sistema economico trainante dell’intero nostro centro nord. La conferma sta anche nel fatto che, secondo il rapporto annuale della Banca d’Italia di Ancona, a parte l’attuale stagnazione dell’intera economia, la crescita di quella della nostra regione è nel frattempo comunque più bassa delle altre».

Usciremo mai da questa situazione di impasse?

«Allo stato attuale è davvero difficile dirlo, dobbiamo però restare certamente fiduciosi e nel contempo convincerci sempre più che i risultati si possono ottenere soltanto con grande professionalità, molto impegno e totale dedizione alla causa».

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