Otello, ci vuole un fisico bestiale

MACERATA OPERA - Da Mario Del Monaco a Suart Neill i protagonisti del capolavoro verdiano nella storia dello Sferisterio
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La seconda rappresentazione dell’Otello allo Sferisterio

 

Maria Stefania Gelsomini

Maria Stefania Gelsomini

 

di Maria Stefania Gelsomini 

(foto di Andrea Petinari)

Dopo le repliche di Norma e di Otello, con la prima del Trovatore si conclude stasera il secondo weekend del Macerata Opera Festival 2016. Otello ovvero il dramma della gelosia, sentimento funesto che muove tutta l’opera. La gelosia amorosa di Otello nei confronti della sposa Desdemona, che si nutre di paure e di sospetti e che sfocia nell’omicidio-suicidio, ma soprattutto la gelosia carrieristica dell’alfiere Jago nei confronti del generale moro Otello, che si nutre di odio e che sfocia nella vendetta più perfida. Capolavoro assoluto, shakespeariano prima e verdiano poi (con lo zampino, altrettanto geniale, del librettista Arrigo Boito), il dramma lirico in quattro atti è la penultima opera composta dal genio di Busseto, eseguita per la prima volta al teatro alla Scala di Milano il 5 febbraio 1887.

Josè Cura (Otello)

Josè Cura nei panni di Otello

Un personaggio particolarmente apprezzato nel corso dell’Ottocento dal pubblico, che applaudiva anche l’Otello di Gioacchino Rossini (che debuttò a Napoli nel 1816). L’edizione andata in scena allo Sferisterio (leggi la recensione), una coproduzione italo-spagnola in collaborazione col Festival Castell de Peralada di Girona, si è già ricoperta di gloria, perché come sappiamo il regista spagnolo Paco Azorin con questo allestimento ha vinto il premio Campoamor come “miglior spettacolo del 2015”. Perciò sulla carta era una garanzia, rafforzata dalla piena sintonia con la bacchetta del maestro Riccardo Frizza che l’ha diretta anche al debutto ispanico. Bene bene, come premessa non ci si poteva lamentare. Che poi la resa, dal punto di vista orchestrale, a un primo e a un secondo ascolto abbia deluso le aspettative di molti, questo è un altro discorso.

 

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L'Otello andato in scena allo Sferisterio (foto Tabocchini)

L’Otello andato in scena allo Sferisterio (foto Tabocchini)

È l’inaugurazione, Otello è un titolo difficile, di forte impatto, di quelli che i melomani attendono con impazienza di veder rappresentato. Se si sceglie come apertura di stagione, deve spaccare. Per spaccare, in Otello l’orchestra deve essere all’altezza, a puntino, deve essere protagonista assoluta, deve smuovere, commuovere, rapire, toccare le corde dell’anima. Il suono troppo spesso debole, i tempi eccessivamente lunghi specie nel finale, una quantità di prove probabilmente insufficiente hanno privato l’opera di quel pathos che doveva suscitare.
In ogni caso Otello dopo diciassette anni è tornato a Macerata. Allo Sferisterio il capolavoro verdiano ha un precedente da “far tremare le vene e i polsi”: è stata la tragica vicenda del Moro di Venezia ad inaugurare la storica riapertura nel 1967 con Mario Del Monaco, “l’Otello del XX secolo”, per la regia del figlio Giancarlo, affiancato da Aldo Protti nel ruolo di Jago. Dopo quella trionfale esibizione, l’Otello è tornato solo altre due volte: nel 1980 col francese Guy Chauvet e nel 1999 con il tenore russo Vladimir Galouzine (nel cast Lucia Mazzaria Desdemona, Renato Bruson Jago e Donato Renzetti sul podio).

 

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Foto Tabocchini

Foto Tabocchini

Senza scomodare il “Credo in un dio crudel” di Jago e nemmeno il “Dio! mi potevi scagliar” del Moro, un Otello come Dio comanda oggi non è facile trovarlo. L’inarrivabile Del Monaco a parte, ci restano nel cuore e negli occhi precedenti illustri, come gli Otelli (anche televisivi) di Placido Domingo e di Josè Cura. Bravi sì, ma anche bellocci che di più non si poteva. Come discutere il physique du rôle del tenore madrileno, la sua sostanza e la sua prestanza. Con una voce immensa e longeva Domingo, settantacinque primavere compiute a gennaio, alterna all’attività canora la direzione d’orchestra ed è l’unico dei tre tenori ancora in piena attività, sebbene sia passato con gli anni dal Moro di Venezia al Gobbo di Mantova. Chi non ha visto il “Rigoletto a Mantova”, il film televisivo che Marco Bellocchio ha girato in diretta nel 2010 nei luoghi e nelle ore del dramma verdiano? Beh insomma, preferiamo ricordarci il bel Placido vigoroso e furente come fu il suo Moro.

 

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Del Monaco era Del Monaco, Domingo era Domingo, ma un’altra stella (anche se forse sarebbe più corretto chiamarla meteora) ha brillato tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila nei panni di Otello: l’argentino Josè Cura. Il tenore amato dai registi d’opera più per i suoi addominali che per il suo diaframma, è stato per un certo periodo l’incarnazione estetica di Otello, dal clamoroso debutto nel 1997 al Teatro Regio di Torino diretto da Claudio Abbado, al fianco di Ruggero Raimondi, Barbara Frittoli e Giacomo Prestia, fino ai successi a torso nudo nei teatri di tutto il mondo. Ormai ultracinquantenne, con qualche chilo e qualche capello grigio in più, anche Cura ha quasi abbandonato il canto per dedicarsi alla regia e alla direzione d’orchestra. Il nostro Stuart Neill è un Otello di peso, in tutti i sensi: avrà la taglia XXL e non potrà permettersi evoluzioni acrobatiche in scena, ma ha anche la voce robusta e tanto basti.

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Riccardo Frizza

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Il presidente della Provincia di Macerata Antonio Pettinari con il prof Michele Gallucci, direttore di Urologia dell’Istituto Regina Elena di Roma e Lino Rossi, dell’azienda di troticoltura Erede Rossi Silvio di Sefro

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Parte del gruppo di 100 dipendenti della Banca di Credito Cooperativo di Spello e Bettona (Umbria) con il sindaco di Macerata Romano Carancini

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Il sindaco di Macerata Romano Carancini con Maurizio Del Savio, direttore della Banca di Credito Cooperativo di Spello e Bettona (Umbria)

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Il sindaco di Macerata Romano Carancini con la moglie Betty Torresi

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Parte del gruppo di 100 dipendenti della Banca di Credito Cooperativo di Spello e Bettona (Umbria)

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Medici senza frontiere

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