Macerata, una domanda al Pd:
ritorneranno le solite divisioni?

Le opportunità della probabile uscita dell’Italia dalla recessione e l’urgenza di far fronte comune. L’autocritica di Carancini che fa volare colombe di pace. E dall’altra parte? Le colombe ci sono, ma ancora non hanno spiegato le ali
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liuti giancarlo

 

di Giancarlo Liuti

Se pur faticosamente vogliamo attribuire un significato, in Italia, alla parola “democrazia”, non v’è alcun dubbio che il nuovo sindaco di Macerata si chiama Romano Carancini, appartiene al Pd e si accinge a formare una giunta con la quale affrontare i non pochi problemi della città. Se questa è la realtà – non riesco a vederne una diversa – le opinioni “anticaranciniane” interne ed esterne al Pd che prima del ballottaggio con la Pantana avrebbero avuto una loro oggettiva plausibilità ora vagano nell’immaginifico limbo dei rimpianti, dei rimorsi e delle acredini personali, ivi compresa la tesi, davvero singolare, che allude a una scarsa legittimità dell’esito elettorale per l’alta percentuale delle astensioni dalle urne. E sia, così va il mondo. Sarebbe tuttavia preferibile che nella maggioranza prodotta dal voto si cominciasse a pensare esclusivamente al futuro della città e, con realismo, alle occasioni – locali, nazionali, europee – di tirarla fuori dai pessimi tempi della crisi. In ciò condivido quanto già scritto da Matteo Zallocco, direttore di Cm, allorché, prendendo spunto dal titolo di una delle liste in campo, ha lanciato l’appello “Città di Tutti”, ivi compreso l’indispensabile ruolo critico e stimolatore – ma non disfattista – dell’opposizione (leggi l’articolo). Auspicabile,   certo, ma sarà possibile? Ebbene, per quanto riguarda il Pd l’unico aggettivo che per ora mi viene in mente è un altro: possibile sì, ci mancherebbe altro, ma non facile.

Romano Carancini e Bruno Mandrelli scherzano nel seggio di via Verdi

Romano Carancini e Bruno Mandrelli

Nonostante la saggia compattezza almeno di facciata con la quale il Pd maceratese ha affrontato il redde rationem col centrodestra – o meglio: col destracentro – della Pantana (e ne va dato atto anche al segretario Micozzi, che non aveva fatto mistero di propendere per Mandrelli, figura degnissima, sia chiaro, per autorevolezza istituzionale, competenza giuridica e disinteresse personale) non appaiono cicatrizzate le ferite delle “primarie”nelle quali Carancini è prevalso su Mandrelli solo al secondo turno (ma che imbroglio sono queste “primarie” del Pd – mi chiedo – in cui può infiltrarsi chiunque, perfino chi sputa sul Pd?). Nulla di nuovo, comunque, sotto il sole politico maceratese, giacché anche cinque anni fa la candidatura a sindaco di Carancini uscì vincente da un duro confronto con competitori interni fra i quali Mandrelli e anche quelle ferite non solo non guarirono ma lasciarono piaghe che si protrassero a lungo con ben quattro “verifiche” (anzi, “processi”) nel partito e una scoperta ostilità in consiglio comunale da parte soprattutto della commissione urbanistica presieduta da un esponente del Pd che ora ha cambiato casacca ed è emigrato a destra.

Romano Carancini esulta per la vittoria al ballottaggio

Romano Carancini esulta per la vittoria al ballottaggio

Non intendo soffermarmi sulle reciproche ragioni e sui reciproci torti, ma il “casus belli” riguardò fin dall’inizio la posizione di Carancini sulla gestione del territorio (parola chiave: “urbanistica”) in contrasto con quella della precedente giunta Meschini. Azioni e reazioni. E ancora azioni. E ancora reazioni. C’entra anche il carattere ombroso di Carancini? C’entra anche il suo diffidente prescindere da un partito dove la presenza dei “meschiniani”, cui via via si sono aggiunti i “renziani”, non era – e continua a non essere – minoritaria? C’entra anche il suo arroccarsi nei poteri consegnatigli direttamente dalle urne? C’entrano anche certi suoi limiti di sensibilità o di opportunità politica? Può darsi, ma sarebbe ingiusto dimenticarne, ripeto, la reciprocità. Né appare giusto affermare che nel governo caranciniano della città tutto, o quasi tutto, sia andato male. Non è stato così nel sociale, nell’ambiente, nella raccolta dei rifiuti, nella  cultura, nello Sferisterio. Ma lo è stato nella manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade e del verde – cose che la gente tocca quotidianamente con mano, anzi con piede – e in particolare lo è stato negli  effetti del già detto arroccamento, effetti fra i quali spicca una quasi totale mancanza di comunicazione e di   trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica. Ora Carancini ammette i suoi torti e lancia messaggi di collaborativa apertura verso il partito e il consiglio comunale. Lui, insomma, fa volare “colombe di pace”. Dall’altra parte, però, una “colomba di pace” non s’è ancora vista. Dipenderà, immagino, dalla composizione della giunta e delle commissioni consiliari, e non ultimo dalla nomina del presidente del consiglio. Staremo a vedere. Ma una cosa è certa: se nel Pd si ripeterà l’andazzo degli anni passati ci rimetterà  la città. Ed è questo l’unico aspetto meritevole di preoccupazione.

Per quanto concerne l’attività amministrativa le prospettive non appaiono negative e certamente non lo sono come nei peggiori anni della crisi e dei tagli di risorse finanziarie operati dai governi  in carica – Monti, Letta, Renzi – nei confronti dei Comuni. Pare insomma che l’Italia stia uscendo dalla recessione e per le amministrazioni civiche si profilino tempi  di maggiori possibilità realizzative in opere pubbliche. Se questo è vero – i dati ufficiali sull’occupazione, sull’esportazione e sui consumi interni fanno supporre che lo sia – può avvantaggiarsene il cammino, in passato faticosissimo, del ritorno di Carancini al potere e soprattutto   può avvantaggiarsene Macerata. Se invece si ripetono – il rischio c’è – i dissapori, le insidie, le incomprensioni e le reciproche ostilità dell’ultimo quinquennio, allora, ripeto, il conto non lo pagherà Carancini – la qual cosa è secondaria –  ma lo pagherà, per intero, la città.

Deborah Pantana sul balcone del palazzo comunale

Deborah Pantana sul balcone del palazzo comunale

Concludo con un personalissimo moto di solidarietà verso Deborah Pantana, nei confronti della quale m’hanno sorpreso le severe critiche giunte, solo adesso, da vari personaggi dell’ex Alleanza Nazionale, dell’ex Pdl, della ricomparsa Forza Italia e in generale del centrodestra locale. L’infausto esito del ballottaggio sarebbe colpa della Pantana? Così parrebbe. Troppo aggressivi – dicono – i suoi toni, troppo divisivi, troppo viscerali, troppo umorali. Sarà pur vero, ma il mio stupore deriva dal fatto che loro se ne siano accorti solo adesso e che quei toni diciamo caratteriali – ciascuno di noi ha il suo carattere e quello della Pantana è assai “fumantino”- li abbiano per ben cinque anni non solo condivisi ma, in consiglio comunale, sostenuti nella prospettiva di potersene avvantaggiare. La verità, signori, è che l’embrione della candidatura di Deborah Pantana a sindaco di Macerata vide la luce addirittura nel 2010 e via via, giorno dopo giorno, ha preso ossa, carne e muscoli senza che nessuno dei suoi compagni di partito e di schieramento avesse qualcosa da ridire. La mia, ora, è un’indebita invasione di campo e me ne scuso, ma da osservatore spero abbastanza imparziale delle vicende politiche cittadine, ne sentivo, sul piano umano, il dovere.

 

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