Vento vento, portami via con te

DAVOLI A MERENDA - Costume e buon umore sulla politica maceratese
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davoli a merenda newdi Filippo Davoli

È finita, finalmente. Dalle primarie del Pd al ballottaggio del 14 giugno, c’è parso di essere rimasti intrappolati in un girone dantesco, destinati ad aeternum a vorticare senza requie. Per carità, per chi lamenta una scarsezza di eventi in città, la kermesse ne ha forniti a iosa: dai trenini alle spaccature, dagli Swatch alle nostalgie, e via baloccando.

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Un breve inciso: qualcuno mi spiega la funzione del trenino? Che gli fanno visitare, agli ignari viaggiatori: le Mura? Piazza Mazzini? Via Padre Matteo Ricci? Via Crescimbeni? A parte il fatto che a piedi si fa prima, senza correre il rischio – come accaduto – di restare imbottigliati in una curva del centro, chi ha avuto la brillante idea di pensare che Macerata può fornire un itinerario turistico così cospicuo da necessitare di un trenino con voce narrante, alla stregua di una Firenze o di una Parma?

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Il trenino in piazza

Il trenino in piazza

Il trenino se la batte con lo Swatch. Sindaco, in questi cinque anni fai una buona azione: togli la plastica e la vetroresina all’Orologio, mettici il marmo vero (ci sono validissime imprese marmiste, nel nostro territorio). Fai antichizzare un po’ le porticine del meccanismo e il colore dei Magi e della Madonnina (perché non è illuminata, di notte?). Fai togliere quell’orrenda sciarbatura rosa salmone (che non c’azzecca un benamato c.), dora la lancetta del Planetarium – se proprio non puoi azzurrare il quadrante – e completa il quadro coi quattro tondi in marmo agli angoli interni. Già che ci abbiamo messo mano, alla Torre, onoriamola compiutamente.

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I nostri maggiori complimenti elettorali vanno a Ivano Tacconi: dipenderà dal fatto che è nato il 22 agosto come l’estensore di questo corsivo? Tant’è: il grande Ivano abbatte la barriera del suono e, in controtendenza universale, la sfanga anche stavolta, rientrando – credo ci stia da un trentennio almeno… – in consiglio comunale. Non pervenuto Massimo Pizzichini, già presidente del Consiglio all’epoca della Menghi e consigliere uscente: Tacconi li ha “fatti fuori” tutti, uno dopo l’altro. Ha il suo elettorato storico (che matura con lui, ma tiene duro e continua a votarlo): plauso alla tenacia e allo zelo.
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catasri davoli1Riappare, dopo la fine giochi, quando riuscimmo a riveder le stelle augurandoci che finalmente fosse finita davvero, Lorena Polidori: nome sconosciuto ai più (a cominciare da me) fino alle prime battute della campagna elettorale. Già candidata del Ppi (se non erro nel 1990), a fianco di Ciaffi e Sciapichetti, è attualmente segretaria provinciale di Forza Italia. Parla di suicidio inevitabile del centrodestra: ha ragione. Peccato dimentichi di aver fornito il sapone e la corda per l’esecuzione. Insieme a Ceroni, mirabile stratega della perfida alleanza con Spacca. Azione che si spiega solo con l’intenzione di perdere il perdibile (del resto, il curriculum elettorale di quel partito dimostra che, dovunque è arrivato lui, hanno perso).

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Inizialmente Spacca veleggiava lietamente a fianco di Area Popolare, tanto che credevamo finisse per sposare la candidatura di Momo Mosca, a cui chiedo pubblicamente scusa per il sospetto temerario: era però nelle cose, nessuno avrebbe mai creduto possibile che il Governatore decennale del Pd finisse addirittura nel simbolo di “Idea Macerata” (e quel che è peggio, a campagna già iniziata): una pessima idea divenuta realtà! Con le foto di rito al Claudiani tra Pantana e Spacca, e Francesco Massi che rivendica la sua primazia nell’alleanza con il fabrianese. Poco saggia la prima, poco lungimirante il secondo. Puniti entrambi.

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Come nel giudizio moderato l’alleanza con Casa Pound per Pantana, così per i maceratesi stanchi e disillusi le dichiarazioni di Carla Messi a pochi giorni dal voto, quando si dichiarò ispirata dal vecchio Pci: quanta retromarcia ha innescato quell’uscita? Il maceratese medio, lo si sa, è coraggioso a parole quanto pavido nelle decisioni; e il risultato cittadino del Movimento 5 Stelle, rispetto a quello regionale, si è rivelato una doccia fredda. Molti lo davano già al ballottaggio e invece si è piazzato quarto. Peccato: una ventata di novità che, per il sistema D’Hont, sarà presente in Comune solamente con tre consiglieri.

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Vento, vento, portami via con te Dopo il voto del primo turno e delle regionali, s’è avuta come la percezione di un vento leggero ma persistente, una sorta di brezza soave che col blando soffio della sua resistenza ha spazzato via un’infinità di giocolieri: Pettinari (ma si era poi dimesso da presidente della Provincia, oppure l’aveva detto solamente?), Bianchini (nemico giurato di Carancini nelle primarie del Pd, amico giurato di Carancini dopo le primarie del Pd), Massi (infaticabile costruttore del centrodestra maceratese, pur essendo lui di Tolentino), Spacca (dal cielo agli inferi), Giorgi (prima di An, poi Idv, poi Marche 2020, poi semplice cittadina), Pistarelli (che se si fosse ricandidato sindaco stavolta avrebbe vinto, e pertanto non si è ricandidato sindaco), Carbonari (se non altro neofita delle elezioni regionali).

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Vento, vento, portami via con te… recitava il testo dell’antica canzone. Rivestita di nuova rotondità, in occasione della performance elettorale: e anche in città un discreto terremoto… Alcuni non si sono ripresentati; altri hanno presenziato senza candidarsi (Pambianchi in testa); i candidati Lattanzi, Blanchi, Savi, Carelli, Formentini, D’Alessandro, Blarasin, Conti, Pizzichini, Ballesi, Salvatori, Delle Fave, non ce l’hanno fatta: alcuni immeritatamente, altri per grazia divina.

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Rimane il fatto, indubitabile, che Carancini non ha vinto, perché ha il 23% su una quantità di votanti ampiamente sotto la metà degli aventi diritto (e per un sindaco uscente non è un risultato esaltante). Ma analogamente rimane pure la certezza che Pantana ha perso. E prima di lei Mosca, i Cinque Stelle, la Tardella e tutti gli altri.

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Ma… chi ha vinto, allora? Ha vinto Morfeo. Per svegliarlo dal coma, c’è da augurarsi un quinquennio dialogico e costruttivo, di piccole ma certe fattualità e poche promesse altisonanti, anche nell’opportuno dissidio delle parti, purché sia davvero un quinquennio senza pre-giudizi, basato sul confronto e non solo sul potere, all’interno come all’esterno del Pd.

 



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