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Il disastro annunciato
delle centrali a biogas

Tra comitati di cittadini, polemiche accese e ricorsi al TAR. Loro Piceno, Petriolo, Corridonia e Matelica in prima linea contro la Regione. La Provincia cosa intende fare?
mercoledì 29 Agosto 2012 - Ore 18:33 - caricamento letture
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di Giuseppe Bommarito 

Ormai è  una marea che sembra inarrestabile. Già solo nella nostra provincia le richieste per installare impianti a biogas e biomasse si sprecano e piombano all’improvviso sulla testa dei Comuni (avvisati solo allorchè il procedimento autorizzativo di competenza regionale è già abbastanza avanti) e soprattutto dei cittadini interessati. E’ il caso di Loro Piceno, di Petriolo, di Corridonia, di Matelica, pare anche di Potenza Picena, e forse pure di altre località. Ma altrettanto sta avvenendo in altre province marchigiane e un po’ dappertutto in Italia, tanto che negli ultimi due anni gli impianti si sono triplicati nel territorio nazionale. Ovunque polemiche furibonde – a Fano addirittura un incendio di probabile origine dolosa nel sito ipotizzato – frettolosamente bollate, almeno da parte di chi non vive il problema in prima persona, oltre che ovviamente da parte dei soggetti proponenti e dei loro sponsor politici, come fenomeni egoistici ascrivibili al N.I.M.B.Y (“not in my back yard”, cioè: non nel mio cortile) ed all’incomprensione delle magnifiche e progressive sorti della “green economy” (il fotovoltaico, l’idroelettrico, l’eolico, il biogas).

Striscioni a Loro Piceno

In realtà, esaminando bene la situazione, si scoprirà che ancora una volta, in nome delle fonti energetiche pulite e rinnovabili, del richiamo ipocrita al politicamente ed all’ecologicamente corretto, si sta consumando una colossale speculazione ai danni dell’ambiente, delle comunità locali e soprattutto ai danni dell’agricoltura, quest’ultima esattamente il settore che in teoria si vorrebbe sostenere. C’è gia, in questo senso – e dovrebbe molto far riflettere – il pesante precedente dei pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica, che, posati a terra, e non sui tetti come si dovrebbe, si sono ben presto rivelati un grosso affare per i proprietari terrieri e gli imprenditori del settore, ma al tempo stesso un gravissimo pregiudizio dell’ambiente e del paesaggio ed uno snaturamento di vasti terreni vocati all’agricoltura. Ed anche per il fotovoltaico (esattamente come per le centrali a biogas) l’istituzione competente, in questo caso la Provincia, si è mossa per porre degli argini ad una degenerazione sin dall’inizio facilmente intuibile – consentitemi ora di utilizzare una terminologia proprio adatta all’agricoltura sempre più defraudata e rapinata – solo quando i buoi erano già usciti dalla stalla, con una tempistica che è apparsa con tutta evidenza volutamente ritardata.

Ma torniamo ora alle centrali a biogas e vediamo come stanno le cose in questa vicenda, partendo dalla teoria astratta per poi giungere all’applicazione concreta, dove – diciamolo subito senza mezzi termini – a mio avviso stanno sguazzando alla grande gli speculatori e i furbetti che vogliono fare affaroni d’oro nelle nostre campagne con i soldi pubblici delle incentivazioni e con il palese avallo della Regione Marche, con uno strascico di gravissimi problemi a carico delle collettività interessate.

La protesta in Regione di ieri del Comitato di Petriolo

L’idea di partenza, contenuta nella legge finanziaria del 2008, era buona. Le imprese agricole, soprattutto quelle che fanno allevamento, hanno da sempre grossi problemi per eliminare liquami, deiezioni degli animali, rifiuti organici, sterpaglie ed altri vegetali. Quale soluzione migliore, quindi, di quella di consentire loro di costruire piccoli impianti a biogas destinati a smaltire “in casa” e a circuito chiuso tutte queste schifezze, producendo al tempo stesso energia elettrica pulita ed utile per le aziende stesse e rivendendo l’eventuale eccedenza a prezzi maggiorati grazie ad incentivi pubblici? In tal modo sarebbe stato possibile non solo aiutare il settore agricolo, consentendo alle aziende significativi risparmi ed integrando il loro reddito, ma anche intervenire con efficacia ed in maniera corretta nelle problematiche della produzione di energie alternative e dello smaltimento dei rifiuti agricoli.

Queste le buone intenzioni del legislatore sul biogas agricolo, a partire dalle quali sin è però ben presto arrivati alle distorsioni attuali ed al totale capovolgimento delle finalità perseguite. Gli incentivi connessi alla costruzione di tali centrali a biogas sono infatti particolarmente significativi ed anche velocemente remunerativi, tant’è che hanno con grande rapidità destato l’attenzione di soggetti che il più delle volte con l’agricoltura non c’entrano nulla e che puntano solo a fare cassa con soldi pubblici, fregandosene altamente dell’ambiente, della salute pubblica e del sostegno all’economia agricola.

Qual è  il trucco? E’ semplice. Basta puntare direttamente ed in via esclusiva su impianti di discrete dimensioni, intorno ad un megawatt (la soglia massima per ottenere i “certificati verdi”, e quindi i conseguenti incentivi, e soprattutto per evitare la valutazione di impatto ambientale), farseli autorizzare dalle regioni con procedure altamente semplificate, realizzarli entro la fine del 2012 con una spesa che si aggira sui 3-4 milioni di euro, ammortizzare l’investimento in tre o quattro anni (il guadagno è di circa un milione di euro l’anno), gestirlo poi con spese minime per venti anni (la durata generalmente consentita) e nel frattempo mettersi seduti ad aspettare che entri in cassa un bel milioncino di euro ogni anno sino all’esaurimento dell’impianto. Il guadagno scaturisce appunto dalle incentivazioni pubbliche, in quanto le istituzioni, appunto per favorire le energie alternative, garantiscono ai produttori di energia da biogas, nel momento in cui essi non la usano per se stessi ma la vendono a terzi, un prezzo di acquisto quattro volte superiore a quello di mercato: 0,28 centesimi al kilowatt contro 0,07 centesimi.

In concreto, quindi, è facilissimo cogliere le degenerazioni che si stanno verificando nel settore (e sarebbe stato facilissimo prevederle sin dall’inizio), tutte in chiave speculativa e tutte dannose per l’ambiente, l’economia agricola e la salute pubblica.

Pensiamo in primo luogo a quanti agricoltori ed allevatori, già in difficoltà per la crisi del settore, manterrano nominalmente tale qualifica, ma in realtà si trasformeranno in veri e propri produttori di energia, realizzando biogas non per utilizzarlo essi stessi, ma all’esclusivo fine di rivenderlo, compromettendo o comunque lasciando incoltivate vaste distese di terreno agricolo, sottratte così alla loro funzione primaria: produrre cibo per gli uomini e per gli animali. Ma pensiamo anche (ed è questa soprattutto la situazione in provincia di Macerata, dove si sono mossi grossi investitori provenienti da tutt’altre esperienze imprenditoriali) a quanti entrano adesso nel settore esclusivamente a fini speculativi, fiutando l’affarone e utilizzando terre agricole acquisite nella loro disponibilità solo per produrre energia da rivendere a prezzi particolarmente vantaggiosi, magari limitandosi a coltivare o a far coltivare unicamente mais – anch’esso utilizzato come elemento da cui ricavare biogas ed anch’esso a sua volta incentivato con contributi europei – in maniera intensiva ed esclusiva (per un impianto a biogas da un megawatt di potenza sono necessari circa 300-350 ettari di monocoltura a mais), quindi con largo consumo di acqua e di terreno altrimenti destinato a coltivazioni di tipo alimentare e con abbondante utilizzo di concimi chimici e di pesticidi.

Ma l’affare è solo per lor signori, perché ai cittadini che risiedono o lavorano nei pressi degli impianti a biogas, laddove essi (come nella stragrande maggioranza dei casi) non sono tarati su dimensioni effettivamente aziendali, sono riservati solo problemi e disagi a non finire. Ora, però, per far comprendere meglio la situazione a chi legge, devo provare, da profano e quindi a mio rischio e pericolo, a spiegare sinteticamente come funzionano gli impianti in questione. Essi, da quanto ho capito, consistono in ampi contenitori definiti “digestori”, nei quali si inseriscono e vengono movimentate le biomasse (cioè principalmente liquami e letame, ma anche erbacce, mais o altre coltivazioni), che in un ambiente privo di aria e grazie ad un apposito motore producono metano e calore, lasciando alla fine del ciclo un prodotto di scarto chiamato “digestato”, utilizzabile a sua volta come concime.

In pratica, per coloro che avranno la sventura di vivere e lavorare nei pressi di questi mostri spacciati per strutture ecologiche d’avanguardia, i problemi immediati riguardanti la salute, la vivibilità e le attività economiche già avviate verranno dalle puzze (pensiamo al letame dei polli, dei maiali, dei bovini utilizzato come biomassa) e dai rumori degli appositi motori, se non o malamente insonorizzati; ma anche da probabili emissioni nocive in atmosfera (polveri sottili quali PM 10 e ossidi di azoto quali NOx) e dall’utilizzo del concime digestato. A tal riguardo sottolineo che in Germania proprio il digestato è stato ritenuto con grande probabilità responsabile dei circa venti decessi del 2011 per il batterio killer, tanto che da noi, in Emilia, a scanso di equivoci, hanno deciso che la zona di produzione del parmigiano reggiano venisse del tutto preclusa agli impianti a biogas (cosa buona e giusta, anche se lascia pensare che per i nostri vicini emiliani conti più il formaggio degli uomini).

Vogliamo parlare poi dell’inquinamento delle falde acquifere ed inoltre della ricaduta ambientale degli innumerevoli viaggi dei camion che trasporteranno negli impianti a biogas, a partire dalle zone di produzione lontane anche decine di kilometri, il letame ed altre consimili schifezze? E poi: quanta anidride carbonica (cioè CO2, la sostanza chimica emessa in atmosfera che le energie pulite puntano a ridurre ai sensi del protocollo di Kyoto) sarà prodotta dalle migliaia di viaggi dei camion in andata e ritorno dagli impianti a biogas non tarati a circuito chiuso?

Insomma, una situazione molto delicata, che per produrre un po’ di energia “pulita” rischia, se non ben governata, di “sporcare” molto e di fare gravi danni in più direzioni e che avrebbe quindi richiesto da parte delle regioni, preposte a rilasciare le relative autorizzazioni, norme restrittive e comunque una particolare attenzione alle localizzazioni, alle dimensioni degli impianti, alle modalità produttive, alle sostanze da utilizzare come biomasse, al trasporto ed alla distanza dal sito delle materie prime, nell’intento di evitare speculazioni e danni alla salute pubblica e all’ambiente e nell’obiettivo di consentire la realizzazione esclusivamente di impianti a circuito chiuso e a filiera molto ridotta, questi sì – come si è visto – veramente utili a sostenere il settore agricolo e la produzione di energia elettrica alternativa.

Nelle Marche, invece, una regolamentazione più restrittiva è arrivata solo adesso, nei primi giorni di agosto (anche in tale ambito, guarda caso, a giochi in larga parte già fatti), mentre in precedenza, sulla base di una normativa estremamente e a mio avviso volutamente generica, che nemmeno distingueva tra impianti destinati a sorgere in zone del tutto isolate ed impianti ipotizzati a fianco di abitazioni, di scuole, di alberghi, di ristoranti preesistenti, tutto il meccanismo autorizzativo è stato demandato a conferenze di servizi stranamente convocate nei mesi scorsi in fretta e in furia e ancora più stranamente portate avanti alla velocità della luce (in un mondo burocratico in cui tutto viene a tempo, con ritardi a volte insopportabili) e all’insegna di una discrezionalità utilizzata non per approfondire rigorosamente le singole situazioni e le evidenti distorsioni, ma solo per arrivare in breve tempo al rilascio delle autorizzazioni richieste, per di più lasciando ai Comuni un ruolo quasi da spettatori ininfluenti e senza ritenere necessaria nemmeno la presenza dell’Asur e dell’Arpam (presenza, pensate un po’, solo ora ritenuta dalla Regione Marche indispensabile, in precedenza invece non contemplata, sebbene nemmeno esclusa dalle direttive originarie), le sole strutture tecniche in grado di valutare i profili di inquinamento chimico ed acustico e di possibile pregiudizio alla salute pubblica.

Politicamente parlando, silenzio assoluto da parte delle varie forze presenti in Consiglio Regionale, fatta eccezione, a quanto mi risulta, per due interrogazioni molto critiche della vicepresidente Paola Giorgi dell’IDV e per alcune veloci esternazioni a Matelica degli assessori PD all’agricoltura ed alle attività produttive Paolo Petrini e Sara Giannini, entrambi in buona sostanza mostratisi preoccupati solo del raggiungimento in ambito regionale degli obiettivi di produzione di energie provenienti da fonti rinnovabili. Ed anche la recentissima protesta del comitato dei cittadini di Petriolo dinanzi alla sede regionale (in questo caso la conferenza dei servizi è ancora in corso), seppure con la presenza del consigliere regionale Sciapichetti, non ha in realtà determinato significative prese di posizione a livello politico.

Questa è  quindi la situazione di fatto e di diritto da cui sono scaturite e stanno scaturendo ricorsi al TAR e polemiche infuocate tra Comuni marchigiani e Regione Marche, nonché tra comitati di cittadini e i loro Comuni e le Province di appartenenza, tutti accusati, a volte a ragione, di non essere intervenuti nelle relative conferenze regionali dei servizi o di essere intervenuti troppo blandamente, quasi controvoglia. In questo senso esemplare fra i tanti (ma analoghe considerazioni possono essere fatte anche per gli altri siti ipotizzati nella nostra provincia) è il caso dell’impianto a biogas previsto nel Comune di Loro Piceno in una zona fortemente antropizzata, con diverse abitazioni nelle immediate vicinanze e varie attività imprenditoriali a ridosso: un ristorante, un albergo con oltre cento posti, un maneggio di cavalli, alcune aziende alimentari, tutte imprese che, già in affanno per l’attuale situazione di crisi, riceveranno il colpo di grazia dalla decisione di un potente gruppo che, forte delle decisioni regionali e presumibilmente di buoni appoggi, ha deciso di investire in chiave speculativa nel biogas non solo nella città del vino cotto, ma anche a Corridonia, a Montegiorgio, ecc..

Striscioni di protesta a Loro Piceno durante la festa del vino cotto

Nel caso di Loro Piceno (mi scuseranno gli altri comitati, ma questo è il caso che conosco meglio), inoltre, la conferenza regionale dei servizi ha autorizzato l’impianto a biogas in pochi mesi, dopo una sommaria, incompleta e disattenta istruttoria, senza aver ritenuto di sentire l’Asur e l’Arpam sui profili di inquinamento e di tutela della salute pubblica, disinteressandosi del tutto delle osservazioni scientificamente documentate del Comune e dei pregnanti rilievi della Provincia, sulla base di un progetto carente quanto meno a livello di strade di accesso, fondandosi su un verbale di sopralluogo finalizzato a verificare la conformità urbanistica, paesaggistica e igienico-sanitaria del sito sottoscritto dal solo funzionario regionale e non dai funzionari di Comune e Provincia, ed ignorando infine che, a norma di legge, in ipotesi di contrasto tra la Regione ed il Comune interessato su questioni concernenti la salubrità dell’aria, e quindi la salute, avrebbe dovuto rimettere la questione ad una apposita deliberazione del Consiglio dei Ministri. L’Asur, tra l’altro, interessata direttamente dal Comune di Loro Piceno dopo la inopinata chiusura della conferenza dei servizi, ha rilevato il verificarsi di numerose possibili situazioni di criticità. Va aggiunto che l’esimia e frettolosa conferenza regionale ha del tutto disatteso il principio cosiddetto di precauzione, pure di livello europeo, che impone alle istituzioni di opporsi alla realizzazione di un’attività laddove vi sia anche la semplice possibilità di un’alterazione dell’ambiente suscettibile di eventi lesivi a carico della salute pubblica.

Il prossimo 13 settembre il TAR Marche si pronuncerà non sul merito degli impianti a biogas, ma solo sulle richieste di sospensiva contenute nei ricorsi di diversi Comuni (tra i quali sicuramente Loro Piceno e Corridonia) e di alcuni comitati di cittadini. La speranza è che la Provincia, dimostrando in questo caso la sua utilità, si costituisca in giudizio facendo valere con forza le criticità già esposte e che – tornando ad una terminologia calzante con la vicenda in esame – i cittadini, almeno a livello giudiziario, non vengano ancora una volta considerati come carne da macello.

 



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