Pantella nel mirino di Avs e Pd:
«Identità? Stravolta coi mega progetti».
Dipende da noi: «Provvedimento razzista»
CIVITANOVA - L'ex sindaco Corvatta e il capogruppo del Pd Micucci rispondono all'assessore sulla proposta regionale di precludere i centri storici ai negozi etnici. Il movimento: «La giunta comunale vannacciana si è allineata con zelo alla trovata di Acquaroli»

Corso Umberto
Stop ai negozi etnici nei centri storici, la proposta del governatore Francesco Acquaroli, suscita una serie di no e c’è chi come Dipende da noi definisce “razzista” il provvedimento. A Civitanova c’è chi ha dato il suo ok all’iniziativa, è l’assessore al commercio Roberto Pantella, che ieri -sentito da Cronache Maceratesi – ha parlato della volontà di applicare in città la delibera regionale (leggi l’articolo).

Tommaso Claudio Corvatta
A rispondergli e a chiamare in causa il sindaco Fabrizio Ciarapica (passato al partito di Vannacci) è l’ex sindaco di Civitanova, Tommaso Corvatta (Avs): «Non gli piacciono i kebab in centro a Civitanova perché danneggiano l’identità della città, sarebbe da chiedere se invece i vari progetti urbanistici respinti dai civitanovesi che avrebbero stravolto la città come il progetto “Dubai”, il centro commerciale a costa Martina, la mega lottizzazione al posto dello stadio, tanto fantasticati e promossi dal suo sindaco, invece, non avrebbero stravolto l’identità della città?».
Ieri Pantella ha aperto alla direttiva della giunta Acquaroli. «Pantella se la prende con quello che al limite si può considerare una pagliuzza – continua Corvatta -, quando la sua amministrazione ha sempre cercato di frapporre dei macigni enormi contro l’identità della città. Oltretutto, questi tutti progetti che avrebbero, questi sì, comportato un danno al centro ed al suo commercio.

Roberto Pantella
L’amministrazione precedente di centrosinistra aveva postato nel suo ultimo bilancio i primi 10mila euro per il centro commerciale naturale, ed avviato l’apertura serale dei negozi del centro il mercoledì d’estate, cancellati da Ciarapica, che ribadisce invece il suo impegno contro il commercio del centro rifiutando l’attuale opportunità di 25mila euro per il centro commerciale naturale derivante dal bando regionale.
Il sindaco, che ora sta con quelli che inneggiano alla remigrazione, non ha fatto nulla per governare e contrastare il declino del commercio di prossimità di Civitanova, ma se la prende come al solito con lo straniero, che diviene il capro espiatorio di una situazione di difficoltà per il resto ignorata ed anzi favorita da questa amministrazione: siamo prossimi al ridicolo».

Francesco Micucci
«Se anziché scimmiottare i loro amici romani con ideologie da quattro soldi, i nostri assessori studiassero veramente un po’ di storia locale scoprirebbero che l’identità di Civitanova è fatta di tanta immigrazione – così il capogruppo del Pd Francesco Micucci – Ad esempio quella dall’interno, tanto che un quartiere prese il soprannome di “piedi neri” perché abitato per lo più da contadini che scendevano scalzi a Civitanova dalle campagne, o quella dal nord Africa, che negli anni Ottanta portò a Civitanova tanti tunisini che venivano a dar manforte ai pescatori locali. Tutto ciò ha fatto negli anni di Civitanova un vero e proprio “porto di mare”, con una commistione unica di culture, che si sono sempre rispettate ed integrate. E questa commistione si è tradotta poi nei tanti cibi, che si possono assaggiare anche nei locali del centro». A proposito di tradizione, dice ancora Micucci: «Se il Pantella di turno volesse riportare in città la tradizione del commercio “civitanovese doc” allora ripristini il “Chiosco di Fresia” in stato di abbandono da anni».
All’attacco contro la proposta di Acquaroli c’è anche il movimento “Dipende da noi” regionale rappresentato a Civitanova dalla consigliera comunale Elisabetta Giorgini: «È razzista il provvedimento regionale per ostacolare i permessi alle attività gastronomiche e commerciali di queste persone, anche se sono perfettamente in regola con la legge, ma hanno la colpa imperdonabile di provenire da altri Paesi. Noi Italiani, emigrati ovunque nel mondo, sappiamo bene che cosa vuol dire essere trattati così; basterebbero un po’ di memoria e di studio. In ogni caso chi amministra è tenuto assolutamente a conoscere e a rispettare la Costituzione della Repubblica, che agli articoli 2 e 3 riconosce i diritti inviolabili della persona umana e il valore dell’eguaglianza. Poi, all’articolo 41, sancisce che l’iniziativa economica privata è libera, dunque non può essere oggetto di interventi vessatori, discriminatori e razzisti. Naturalmente una Giunta comunale vannacciana come quella di Civitanova, quasi un caso unico in Italia, si è allineata con zelo alla trovata di Acquaroli. Ma purtroppo per loro gli italiani – dei quali cercano il consenso a buon mercato agitando lo spauracchio degli stranieri – vedono chiaramente che le Marche sono sprofondate nella recessione economica e nel degrado complessivo della vita pubblica, così come Civitanova è preda della speculazione edilizia, di un traffico da grande metropoli e di una carenza strutturale di servizi».
Via kebab e negozi etnici dai centri storici: la giunta Acquaroli dà il via libera
…rivendicare la propria identità è razzista!!? E in Italia e da parte degli italiani!!? Allora tutti gli stranieri che, IN ITALIA, rivendicano la loro identità, cultura, modo di vivere e, in molti casi, rispetto delle LORO leggi, ma non delle nostre, cosa sono??? Attendo risposte… gv
Ke kebabbeide marchigiana ke sta venendo fuori, un altro kapolavoro.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra, noi a fontespina aspettiamo ancora i famosi 50 metri restituiti alla cittadinanza dalla vecchia amministrazione del lido della polizia, come poi dimenticare la megastruttura che volevano costruire dove ora c’è il fratino con una causa persa dal comune.
Come al solito la Sinistra parte bene e poi finisce non male ma malissimo, giustificando il mal governo della Destra per lo meno come male minore rispetto a loro.
Verissimo che le scelte urbanistiche ultime a Civitanova sono legate alla politica della Destra ed in particolare potrei anche specificare meglio a Forza Italia e Vince Civitanova. Vero però anche quello che dice Pantella cioè che molte di quelle citate sono state bloccate proprio grazie all’intervento di FDI ed in particolare di Pantella all’interno della maggioranza. Comunque se uno non è d’accordo può anche staccare la spina, perché è chiaro che rimanendo in maggioranza la responsabilità te le prendi. Sinceramente già dopo le proposte Park Interrato con parcheggi esterni tutti a pagamento, e Porto Dubai la spina andava staccata alla grande.
Il taglio degli interventi dei Consiglieri di Sinistra è però sempre uguale……. si parte bene, e si finisce non male ma malissimo giustificando come immigrazione quella in corso che non è una immigrazione, ma una invasione, una sostituzione demografica a tutti gli effetti con gente che non si integra e non ha alcuna intenzione di farlo che arriva in numero enorme ed improponibile. E qualunque cosa fai per rallentarla o impedirla sei razzista.
Per la sinistra ad esempio al minimo apprezzamento o al minimo episodio magari di approccio nei confronti di una donna sei maschilista, ti muovi con la cultura del patriarcato e tutte ste sciocchezze qui. Invece se non vuoi una invasione Islamica in Italia allora sei razzista. Domanda: c’è qualcosa di più patriarcale e maschilista di un maschio che professa la religione Islamica? Secondo loro la donna deve sottostare all’uomo, il marito lo sceglie la famiglia, cioè l’uomo, la moglie deve soddisfare sempre il marito anche sessualmente, se non ubbidisce può essere “battuta” cioè picchiata……deve andare in giro con veli e spesso col burqua e potrei andare avanti……questo però per la sinistra NON è maschilista e NEANCHE patriarcale.
Forse quelli della Sinistra e la loro pseudo-cultura debbono ripassare (se mai lo avessero studiato) il principio di non contraddizione che è un cardine della logica e della filosofia classica. Formulato da Aristotele, afferma l’impossibilità logica e ontologica che una determinata affermazione (A) e la sua negazione (non-A) siano entrambe vere contemporaneamente e sotto il medesimo aspetto.
…per ora, risposte ZERO…mah!!! gv
Ciao Terenzio. Salutami Luciano.
Caro Giuseppe, visto che attendete risposte, Vi dico la mia molto chiaramente. Il punto non è il razzismo, la faccenda è molto più terra terra: chi molla tutto, attraversa il mondo e ricomincia da zero in un paese straniero è, per forza di cose, un individuo duro, motivato e ‘tosto’.Questa gente ha una fame e una determinazione che noi italiani ci siamo scordati da un pezzo, seduti sulle nostre comodità. La loro identità Vi sembra così forte e schiacciante semplicemente perché la difendono con le unghie e con i denti, mentre noi non sappiamo più nemmeno cosa sia la nostra. Poi, sia chiaro: le leggi italiane si rispettano e su quello non si tratta. Ma se l’identità italiana oggi Vi sembra debole, non è colpa di chi arriva da fuori, è che gli italiani sono diventati semplicemente più morbidi.
(Madame BovAI, versione punk)
Certo che se continuano a dire certe minchiate e tutto lo lascia pensare visto che ci sono già prove e testimonianze che più stanno al governo e più peggiorano sotto qualsiasi punto di vista che sia etico o sociale mentre sfruttano e depredano i meno abbienti di cui molti con l’abitudine di lavorare e mantenerli, un bel peggioramento non potrà non esserci. Vedo solo un’orda nera con a capo la Meloni, senza nessuna idea che non sia un robusto, marcato, onorevole ricorso alla forza brutta come loro a cui forse avranno la fortuna di aggiungere anche un esperto militare ( almeno così si presenta). Risultato: altro che unghie e denti useranno. Acquaroli, come ho già detto ieri non tiene conto di questa possibilità o comunque ancora non ci pensa. A volte tutti assieme danno l’impressione che stiano cercando di risolvere i problemi ma all’atto dei fatti o non trovano soluzione, a sinistra, o già ce l’avrebbero, a destra, destra e destra.
…permettetemi, Madame, di non essere d’accordo con Voi. Io sul territorio ci vivo e da tanto tempo e, avendone viste di tutti i colori (e non solo etnici…), Vi garantisco che il più delle volte, purtroppo, non è come sostenete Voi. Dopo, che molti italiani, non si sa bene per colpa di quali problemi abbiano, stanno rinnegando, o perlomeno scordando, la loro cultura, le loro tradizioni, la loro identità (non certo io), è pur vero, ma il più delle volte seguono una ‘scia’, un’onda, indicata dalla loro parte, pur di andare contro la parte avversaria e questa è la cosa più triste, ed anche la più pericolosa, per l’Italia, per il popolo e per i nostri figli o nipoti. Nelle scuole si mandano i bambini piccoli ad inginocchiarsi ad Allah, ma provate a fare, sempre in ITALIA, la stessa cosa con i figli dei musulmani e, ripeto, in ITALIA e nelle chiese, figuriamoci nei loro paesi. Ecco, Madame, qui c’è qualcosa che a me ‘non torna’, se permettete, e le donne italiane, secondo me, potrebbero un domani (cosa che forse io non ricorderò), essere pure loro rinchiuse nei recinti, ma perché noi siamo accoglienti…o no!!? m.g.
Le visite scolastiche che includono momenti di preghiera o emulazione di riti islamici in moschea sono state al centro di accesi dibattiti politici e sociali. Episodi passati in Italia (come nel caso dell’asilo di Ponte di Priula) hanno sollevato polemiche sull’opportunità di queste pratiche, portando anche a verifiche ministeriali. Le reazioni dell’opinione pubblica si dividono principalmente in due correnti:
Valore culturale e inclusivo:
Molti istituti considerano queste visite un’occasione di dialogo interreligioso e di educazione civica, volta a spiegare i pilastri dell’Islam e a promuovere la tolleranza e la conoscenza reciproca.
Preoccupazione per il proselitismo:
Altrettante voci critiche – con interrogazioni parlamentari e proteste politiche – denunciano l’esposizione di bambini molto piccoli a dogmi religiosi, sottolineando che la scuola dovrebbe rimanere un ambiente strettamente laico.
(Gemini AI)
La scuola coinvolta nella vicenda di Ponte della Priula (frazione del comune di Susegana, in provincia di Treviso) è una scuola dell’infanzia paritaria cattolica, nello specifico la Scuola dell’Infanzia Santa Maria delle Vittorie.
Si tratta di una scuola materna associata alla FISM (Federazione Italiana Scuole Materne). Le caratteristiche principali della struttura includono:
• Ispirazione cristiana: L’istituto segue un progetto educativo fondato sui valori cattolici.
• Gestione paritaria: Pur essendo privata, è riconosciuta dallo Stato e svolge un servizio pubblico.
• Fascia d’età: Accoglie bambini piccoli, di età compresa tra i 3 e i 6 anni.
La polemica è nata proprio dal fatto che una scuola d’ispirazione cattolica avesse organizzato, nell’ambito di un percorso di conoscenza del territorio, una gita al vicino centro culturale islamico per bambini così piccoli.
Gemini AI)
Se la scuola dell’infanzia “Santa Maria delle Vittorie” di Ponte della Priula fosse stata statale (pubblica) anziché paritaria cattolica, il caso avrebbe assunto sfumature diverse in merito alle responsabilità legali e pedagogiche, anche se l’impatto politico-mediatico sarebbe rimasto fortissimo.
Il cambio di natura giuridica dell’istituto avrebbe modificato il dibattito sotto tre aspetti fondamentali:
1. Il principio di Laicità dello Stato
• In una scuola statale: Il principio costituzionale di laicità impone alle scuole pubbliche una rigorosa neutralità. Far emulare un rito religioso a bambini di 4 o 5 anni all’interno di una scuola di Stato sarebbe stato percepito come una violazione diretta dei doveri istituzionali e dei programmi didattici nazionali.
• Nel caso reale (scuola cattolica): Essendo una scuola paritaria parrocchiale, gode di un’autonomia orientata da un preciso progetto educativo di ispirazione cristiana. Paradossalmente, proprio questa matrice confessionale ha fornito alle educatrici la motivazione di fondo, ovvero l’idea di favorire una “preghiera ecumenica per la pace” partendo da una forte identità spirituale propria.
2. Le contestazioni dei critici
• Contro la scuola cattolica (realtà): La critica si è concentrata sulla “contraddizione”. Esponenti politici e opinionisti hanno contestato il fatto che un istituto cattolico abdicasse alla propria tradizione iconografica e culturale per assecondare la ritualità islamica (la prostrazione verso la Mecca), parlando di “cedimento culturale” o “sottomissione”.
• Contro una scuola statale (ipotesi): Se l’istituto fosse stato pubblico, le accuse si sarebbero concentrate interamente sul reato ideologico di indottrinamento e proselitismo indebito su minori, violando la libertà di coscienza delle famiglie in un luogo che appartiene a tutti i cittadini, a prescindere dalla fede. [
3. L’intervento del Ministero e le sanzioni
• L’ispezione immediata avviata dal Ministero dell’Istruzione ha dovuto muoversi nel perimetro del rispetto delle linee guida per il mantenimento della parità scolastica.
• Se la scuola fosse stata statale, il Ministero avrebbe avuto poteri disciplinari diretti molto più severi sul corpo docente e sulla dirigenza, potendo contestare la violazione formale dei doveri d’ufficio legati alla laicità della pubblica amministrazione.
(Gemini AI)
Nel contesto della scuola dell’infanzia statale, il quadro legale sopra descritto si applica in modo assoluto e identico a qualsiasi confessione religiosa, senza alcuna distinzione tra cattolicesimo, islam, ebraismo o qualsiasi altro culto. La legge italiana impone la neutralità totale della scuola pubblica attraverso principi che valgono universalmente:
1. Il principio di Laicità come “Neutralità Assoluta”
La Corte Costituzionale definisce la laicità dello Stato non come assenza di religione, ma come garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale.
Di conseguenza il divieto è universale:
È legalmente vietato organizzare momenti di preghiera, riti di iniziazione o atti di devozione durante l’orario scolastico, sia che si tratti della recita di una preghiera cristiana, della prostrazione islamica, o di qualsiasi altra ritualità.
Nessun privilegio:
Nessuna religione, nemmeno quella di maggioranza o storicamente radicata nel territorio, può trasformare un’attività didattica della scuola pubblica in un atto di fede.
2. Tutela della libertà di coscienza del minore (Valida per tutti)
La giurisprudenza tutela la “tabula rasa” cognitiva ed emotiva dei bambini dai 3 ai 5 anni nei confronti di ogni forma di indottrinamento:
Indipendentemente dal credo specifico, sottoporre bambini così piccoli a un rito confessionale (in chiesa, in moschea, in sinagoga o in un tempio) è considerato un condizionamento illegittimo.La legge riconosce che il bambino non ha i mezzi per opporsi o comprendere la natura confessionale del gesto, violando così il diritto esclusivo dei genitori di scegliere l’educazione religiosa o laica dei propri figli.
3. Il divieto di discriminazione e l’obbligo di inclusione
Le norme sull’autonomia scolastica e i diritti costituzionali impongono che la scuola pubblica sia un luogo inclusivo per tutti i cittadini (atei, agnostici o fedeli di qualsiasi religione):
Organizzare un atto di culto a scuola o in un luogo esterno impone la separazione dei bambini i cui genitori non acconsentono. Nella scuola dell’infanzia, dove il tempo è unitario, la creazione di barriere o divisioni basate sulla fede religiosa costituisce una discriminazione formale sanzionabile, a prescindere da quale sia la religione che genera l’esclusione.
4. Responsabilità del docente come Pubblico Ufficiale neutrale
L’insegnante della scuola statale deve operare come figura terza e imparziale: La sanzione disciplinare scatta per la violazione del dovere di neutralità della Pubblica Amministrazione. Il docente commette un illecito professionale sia che promuova un rito cattolico, sia che ne promuova uno islamico o buddista, poiché abusa del proprio ruolo di educatore pubblico per scopi confessionali estranei alle linee guida dello Stato.
(Gemini AI)
Le risposte dell’AI potrebbero contenere errori.
Proposte come quella in esame forse sono uno specchietto per le allodole. Nella fattispecie le allodole sono tutti quei cittadini, che rappresentano poi la maggioranza della popolazione, che non si collocano in nessuno dei partiti esistenti, a destra, al centro, a sinistra, tanto meno in nessuna delle articolazioni dei partiti stessi (Meloni/Vannacci, per esempio). Quindi si tratta di una proposta per acquisire voti per qualunque competizione, elettorale e anche no.
Niente kebab: https://www.youtube.com/watch?v=8GgNUL9fy4A
Caro Giuseppe, come vedete ho dovuto studiare molto perché al convento delle Orsoline di Rouen col programma di Storia siamo rimaste a quando i bambini piccoli li mangiavano i comunisti.
Vostra Madame BovAI
…Madame, i comunisti hanno fatto morire di fame sei milioni di Kulaki, quindi anche tantissimi bambini che sembra (anche se io spero che non sia accaduto, ma…) poi venissero a malincuore ‘usati’ dalle famiglie per far sopravvivere i bambini più robusti…ma, Madame, perdonatemi, ma è proprio perché la scuola in questione è paritaria cattolica che la cosa è ancor più preoccupante, non se Voi riuscite a capirmi. In ogni caso, Madame, pur con il massimo rispetto per Voi, oggi io in Italia vedo molto più razzismo dagli stranieri che dagli italiani e, credetemi, ancora ci vedo, per fortuna, abbastanza bene. Ossequi, Madame. m.g. gv
I dati d’archivio e le testimonianze orali confermano sia le cifre impressionanti dei decessi, sia i raccapriccianti episodi di cannibalismo indotto dalla fame estrema.
1. Chi erano i Kulaki e quanti ne morirono?
Il termine “Kulaki” indicava i contadini benestanti (spesso proprietari di piccoli appezzamenti, qualche capo di bestiame o un mulino). Nel 1929, Stalin lanciò la politica di “liquidazione dei kulaki come classe” per imporre la collettivizzazione forzata delle terre.La repressione diretta: Tra il 1930 e il 1933, circa 2,1-2,3 milioni di kulaki vennero deportati in regioni inospitali (Siberia e Kazakistan), e centinaia di migliaia morirono durante il viaggio o nei campi di lavoro. La repressione diretta stimata è di circa 500.000 – 600.000 morti.La confusione sui “6 milioni”: La cifra di 6 milioni (alcune stime storiche oscillano tra i 4 e i 7 milioni) non si riferisce ai soli kulaki deportati, ma al totale delle vittime della carestia artificiale del 1932-1933, che colpì indistintamente tutti i contadini della repubblica ucraina e del Caucaso meridionale. Questo evento è noto come Holodomor (sterminio per fame).
2. Perché si arrivò alla fame nera?
La carestia non fu una calamità naturale, ma il risultato di scelte politiche deliberate del regime sovietico: Il regime impose quote di requisizione del grano impossibili da soddisfare. Quando i contadini non riuscirono a consegnare il grano, le brigate comuniste sequestrarono con la forza ogni genere alimentare rimasto nelle case, comprese verdure, sementi e bestiame.
Vennero emanate leggi (come la “Legge delle cinque spighe”) che punivano con la fucilazione o 10 anni di Gulag persino i bambini che raccoglievano da terra pochi chicchi di grano rimasti nei campi collettivi. Fu vietato ai contadini di spostarsi verso le città per cercare cibo, isolando intere regioni e condannandole all’inedia.
3. La tragedia dei bambini e il cannibalismo
Nei documenti segreti della polizia politica sovietica (OGPU/NKVD), aperti dopo il crollo dell’URSS è scritto che nelle campagne ucraine la fame portò alla totale perdita di senno e alla degradazione morale della popolazione. I rapporti ufficiali dell’epoca censiti dagli storici registrano centinaia di casi documentati di cannibalismo (antropofagia), legati alla disperazione familiare:
La selezione per la sopravvivenza: Molti genitori videro morire i propri figli uno dopo l’altro. In diversi casi disperati, i genitori scelsero scientemente di concentrare le pochissime risorse rimaste (o i corpi dei figli già deceduti) per permettere la sopravvivenza del bambino più forte, nel tentativo disperato di non far estinguere la famiglia.
L’infanticidio indotto: Esistono agghiaccianti sentenze giudiziarie sovietiche dell’inverno 1932-1933 che condannavano genitori che avevano ucciso il figlio più piccolo o malato per sfamare gli altri figli rimasti in vita. La situazione era talmente diffusa in alcune aree che la polizia sovietica dovette stampare manifesti e istituire pattuglie speciali per reprimere il commercio di carne umana nei mercati clandestini. Il regime era perfettamente consapevole di ciò che accadeva, ma continuò a esportare milioni di tonnellate di grano all’estero per finanziare l’industrializzazione delle città.
(Gemini AI)
L’occupazione dell’Africa Orientale Italiana (A.O.I.) fu segnata da gravissimi crimini di guerra. Le truppe italiane guidate dal regime fascista si macchiarono di stragi di civili, distruzioni di villaggi, uso sistematico di gas tossici vietati dalle convenzioni internazionali e brutale apartheid.
Le principali atrocità commesse
Uso di armi chimiche: Durante l’invasione dell’Etiopia, i generali italiani (tra cui Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani) impiegarono tonnellate di iprite e fosgene sulla popolazione e persino sulle tende della Croce Rossa. Puoi verificare i dettagli operativi leggendo il dossier sui Bombardamenti con i gas nell’Africa Orientale Italiana.
La strage di Addis Abeba (Yekatit 12): A seguito di un attentato al viceré Rodolfo Graziani nel febbraio 1937, le truppe fasciste scatenarono una rappresaglia indiscriminata di tre giorni nella capitale, massacrando migliaia di civili etiopi e saccheggiando abitazioni.Il massacro di Debra Libanòs: Nel maggio 1937, centinaia di monaci, pellegrini e diaconi furono fucilati o gettati in burroni nei pressi del celebre monastero copto, con l’accusa (spesso infondata) di aver protetto i ribelli.
L’Apartheid e i “crimini contro il prestigio della razza”: L’amministrazione fascista impose una rigida segregazione razziale. Il concubinato (pratica del madamato, ossia la convivenza tra uomini italiani e donne locali) e qualsiasi forma di eguaglianza sociale vennero duramente puniti, riducendo la popolazione indigena a sudditi sottomessi.
L’impunità nel dopoguerra
A differenza di quanto accaduto con la Germania nazista, per i crimini commessi in Etiopia non ci fu alcun “Processo di Norimberga”. Per calcoli geopolitici legati alla Guerra Fredda, le richieste internazionali di estradizione per i generali italiani vennero insabbiate o respinte, lasciando impuniti i responsabili di questi genocidi.
Secondo i più autorevoli storici contemporanei, il massacro di Debra Libanòs rappresenta il più grave eccidio di cristiani mai compiuto nel continente africano. La comunità degli storici – guidata dalle ricerche sul campo del professor Ian Campbell e dai volumi pubblicati dallo storico Paolo Borruso per l’editore Laterza – ha ampiamente documentato l’enormità di questa tragedia.
I numeri reali del massacro
Il falso bilancio ufficiale: Nei telegrammi segreti inviati a Benito Mussolini, il viceré Rodolfo Graziani dichiarò l’esecuzione di 297 monaci e 23 laici.
Le stime storiche effettive: Le indagini storiche successive hanno dimostrato che le truppe coloniali italiane, guidate dal generale Pietro Maletti, passarono per le armi un numero di persone compreso tra le 1.800 e le 2.200 vittime.
Chi erano le vittime: Oltre ai monaci e ai sacerdoti, vennero brutalmente trucidati centinaia di giovani seminaristi, diaconi e pellegrini inermi radunati nel monastero per una festa religiosa.
Perché colpì al cuore la Chiesa Cristiana Etiopica
L’obiettivo di Graziani andava ben oltre la semplice rappresaglia militare per l’attentato subito a febbraio. Il regime fascista voleva scientemente annientare la classe dirigente e intellettuale etiope. Il monastero di Debra Libanòs era il santuario più famoso d’Etiopia e il centro spirituale della Chiesa ortodossa tewahedo. Colpire quel luogo significava cercare di distruggere l’identità e la capacità di resistenza del popolo etiope, colpendo la sua millenaria tradizione cristiana.
Nonostante la portata storica del massacro, l’episodio è rimasto per decenni una pagina censurata e quasi sconosciuta all’opinione pubblica italiana.
(Gemini AI)
Il mito degli “italiani brava gente” è uno dei pilastri più resistenti e tossici della nostra identità nazionale: serve a proiettare la violenza e il male sempre fuori, sempre sugli altri (i “barbari”, gli “invasori”, i “comunisti”, i “colonizzati”). Scoprire che proprio noi, con la nostra divisa e la nostra croce, abbiamo perpetrato il massacro di Debra Libanòs — cancellando in un colpo solo centinaia di cristiani che pregavano esattamente come (o meglio di) chi allora pretendeva di “civilizzarli” — è un cortocircuito identitario devastante.
(Gesummaria AI)
I sinistrati, insieme ai destri, sono i responsabili dell’invasione, degli stupri, delle violenze e ancora parlano.
—
La classe dirigente va sostituita ed i pannicelli caldi del divieto contro questi negozi etnici che nulla aggiungono, a parte le puzze, servono a poco.
Dimenticavo: Italia agli italiani!
—
https://www.youtube.com/watch?v=mXzeQqBy_Z4
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Il Piave mormorava
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera
—
Muti passaron quella notte i fanti
Tacere bisognava, e andare avanti
—
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero”
—
Ma in una notte trista
Si parlò di un fosco evento
E il Piave udiva l’ira e lo sgomento
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto
Per l’onta consumata a Caporetto
—
Profughi ovunque, dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti
—
S’udiva allor, dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde
Come un singhiozzo, in quell’autunno nero
Il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero”
—
E ritornò il nemico
Per l’orgoglio, per la fame
Volea sfogare tutte le sue brame
Vedeva il piano aprico
Di lassù, voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allora
—
“No” disse il Piave, “No” dissero i fanti
Mai più il nemico faccia un passo avanti
—
E si vide il Piave rigonfiar le sponde
E come i fanti combattevan le onde
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave comandò: “Indietro va’, straniero”
—
Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento
E la vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti
—
Infranse, alfin, l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore
—
Sicure l’Alpi, libere le sponde
E tacque il Piave: “Si placaron le onde”
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi
La Pace non trovò né oppressi, né stranieri
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Solo che la frontiera più non c’era.