Dai primi contagi alla fase 2:
i 60 giorni in prima linea
raccontati dai volontari della Cri

MATELICA - Le storie di Cinzia Stella, Michela Mari e Alessio Orsi si sono incrociate sul fronte dell'emergenza coronavirus. Il loro lavoro va dalla consegna a domicilio fino al trasporto dei malati dentro e fuori gli ospedali: «Le persone dicono sempre che siamo degli angeli, “per fortuna che ci siete voi”. Ma io non mi sento un eroe. Faccio il mio dovere»
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«Quando c’è il momento della partenza per un Covid chi si sta vestendo viene aiutato da altri. È un momento comune» (Cinzia Stella, volontaria della Croce rossa di Matelica)

 

di Federica Nardi (foto di Moira Spitoni)

Prima un virus lontano, forse solo un’influenza. Poi l’ordine di evacuare i pazienti dall’ospedale di Camerino l’8 marzo, gli sguardi smarriti, i vicini di casa che si ammalano. E in un attimo il coronavirus è arrivato anche in paese. Mentre la regione attende l’agognata – seppur parziale – riapertura di domani, c’è chi dall’inizio dell’emergenza si trova in una prima linea drammatica e intensa. Un collante tra gli ospedali e i pazienti, braccia e gambe che consegnano a domicilio di tutto (già oltre 250 le consegne fatte da marzo), dalla spesa alla settimana enigmistica. Eccoli, sotto le loro tute, calzari, mascherine, tre paia di guanti e occhiali protettivi, i volontari e le volontarie della Croce rossa di Matelica. Sono oltre 30. Tra loro Cinzia Stella, maestra elementare e coordinatrice della Cri per l’ambito sociale. Michela Mari, infermiera del 118 e volontaria e infine Alessio Orsi, 29 anni da compiere, alla sua prima esperienza sul campo. Oltre a Matelica sono operativi anche a Esanatoglia, Gagliole, Pioraco, Sefro e Fiuminata e hanno dato la disponibilità anche per Castelraimondo.

 

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Una paziente viene trasportata dall’ospedale di Camerino. Passerà la convalescenza a Campofilone, nella Residenza Valdaso, a quasi 100 chilometri di distanza

 

Cinzia Stella ha 51 anni, vicentina naturalizzata matelicese e con una lunga storia di Croce rossa in famiglia (ne fanno parte anche il cognato, il marito, la figlia e la suocera). La prima volta che ha capito che quel virus dalla Cina era ormai arrivato anche da noi «è stato quando, di domenica, è arrivata la richiesta di evacuare l’ospedale di Camerino perché diventata Covid. Ricordo lo sguardo spaventato delle persone a cui veniva detto improvvisamente che venivano spostate. Quello per me è stato come il segnale di inizio, come quando fai una corsa è arriva il bang».

L’esperienza più intensa per Stella sono i trasporti. «Ora la fase di grossa crisi è superata ma portiamo comunque persone positive. Si tratta perlopiù di pazienti dimessi da Camerino ma che ancora non possono andare a casa: li portiamo in altre strutture dove finiranno la quarantena, a volte a 100 chilometri di distanza. E allora vedi persone che sono in ospedale da un mese, senza contatti con i familiari, senza nemmeno un cambio. Spesso li trasportiamo in ciabatte, in pigiama, al massimo con un giubbetto se sono riusciti a prenderlo quando sono stati ricoverati. E tutto in un sacchetto di nylon. Lì ti rendi conto dell’isolamento che vivono». Durante un trasporto di una paziente che riusciva a camminare sulle sue gambe, «io ero davanti, tutta bardata, lei dietro. Mi sono girata per vedere come stava e si era messa a piangere. Quindi ho fermato l’ambulanza e mi sono seduta con lei. La cosa importante in quel momento è che lei potesse avere una relazione umana, un contatto. Abbiamo condiviso cose della nostra vita, questa esperienza, il fatto che uscire dall’ospedale fosse una sorta di rinascita. Il fatto di poter telefonare di nuovo ai propri cari».

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La sanificazione e la svestizione prevede la nebulizzazione anche delle tute indossate durante il turno

 

La parte più difficile, a livello operativo, «è la svestizione. Quando sei “sporco” e devi togliere tutto in maniera sicura. Solo che in quel momento sei talmente “pieno”… Il caldo, gli occhiali che stringono che lasciano segni, difficoltà nel respirare perché tra le attese e i trasporti hai respirato aria calda per ore». La svestizione e sanificazione è un processo che richiede massima cura. A volte capita di doverlo fare anche due, tre volte al giorno: «Ci nebulizziamo di prodotto. Poi nebulizziamo l’ambulanza dentro e fuori. Poi vaporizziamo un’altra volta e usiamo ozono. Nel frattempo noi cominciamo a svestirci. Il primo paio di guanti, tuta, gambali, poi alla fine l’ultima cosa con l’ultimo paio di guanti puliti: occhiali e mascherina sul viso. Ci vuole minimo mezzora. Anche in questo è una responsabilità. Il mio collega deve trovare un’ambulanza perfetta, riallestita perfettamente, ben sanificata. È una catena che collega tutti. Quando c’è il momento della partenza per un Covid chi si sta vestendo viene aiutato da altri. È un momento comune».

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La parte più faticosa «non è la stanchezza fisica. È quella mentale perché si vivono delle emozioni molto forti. Vedi gli occhi che ti guardano con gratitudine, provi a sorridere sotto la mascherina. Il Covid ti tocca ancora più profondamente. Ora con l’inizio della Fase 2 per Stella si pone «una questione etica. L’uso delle mascherine, dei guanti, il distanziamento non protegge te stesso ma protegge anche gli altri. Ci sono gli asintomatici ad esempio. Chi è in prima linea come noi quando torna a casa la sera si chiede se le procedure sono state tutte corrette, se non si è “sporcato”. La paura di portare qualcosa a casa c’è, è una tensione continua e secondo me dovrebbero averla tutti, per proteggere gli altri».

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Un volontario sottoposto a tampone. A oggi nessuno nella Cri di Matelica è risultato positivo al coronavirus. Le protezioni ci sono state da subito, così come i protocolli e anche i prodotti necessari a sanificare

 

Michela Mari ha 50 anni e da 32 è infermiera. «All’inizio pensavo si trattasse di una semplice influenza. Quindi pericolosa ma così grave. Ho cominciato a rendermi conto della gravità quando ho visto che si verificavano casi proprio vicino casa nostra. Iniziava a diventare importare e pericolosa». Il suo primo caso Covid è stato un un uomo che viveva con la madre. «Lo abbiamo preso a casa – racconta Mari -. Dopo una settimana è stata male anche la madre. La cosa più brutta è stata sapere, dopo una ventina di giorni, che era morta. Mi ha fatto veramente male. L’abbiamo portata via, con l’ossigeno certo, ma che camminava sulle sue gambe. Aveva già malattie pregresse però tu speri sempre che si possa salvare. Dopo un po’ di giorni abbiamo portato il marito in ospedale che invece, nonostante fosse più anziano, ce l’ha fatta e insieme al figlio sono tornati a casa Sei davvero contenta quando una persona ce la fa».

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«Le persone dicono sempre che siamo degli angeli, “per fortuna che ci siete voi”. Ma io non mi sento un eroe. Faccio il mio dovere. Cerco di mettermi nei loro panni» (Michela Mari nella sede della Croce Rossa)

 

La cosa brutta per Mari è la difficoltà di confortare i pazienti: «Io sono fatta così, che quando vedo una persona che ha paura o è fragile mi viene da stringerle la mano per dire: ci sono, sto vicino a te. Invece in questa situazione non puoi fare nulla. Perché sei tutto vestito, devi evitare il contatto. È come se non potessi rincuorarla. Le persone dicono sempre che siamo degli angeli, “per fortuna che ci siete voi”. Ma io non mi sento un eroe. Faccio il mio dovere. Cerco di mettermi nei loro panni. Vorrei, se mai fossi al loro posto, trovare una persona che abbia dell’umanità».

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Michela Mari si prepara al turno indossando i dispositivi di protezione

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Alessio Orsi ha deciso di dare una mano all’inizio del lockdown. Tra i suoi compiti anche fare la spesa e consegnarla a domicilio

 

Alessio Orsi, 29 anni da compiere, è entrato in Croce rossa all’inizio del lockdown, con l’avviso per i volontari temporanei. Nella vita insegna clarinetto, da quasi due mesi alla didattica online affianca un impegno intenso per aiutare la sua comunità. «E’ stato un input – racconta Orsi -. Ho fatto tutto: prendere chiamate, portare farmaci, fare la spesa e consegnarla. È anche il vantaggio di vivere in un paese relativamente piccolo». Per il 29enne la fatica è soprattutto «mentale. Ti relazioni con persone sole, anziane o che sono in quarantena. Bisogna stare attenti, essere meticolosi. Anche se gli anziani li sento sempre positivi, sdrammatizzano, è vero anche che chi è in quarantena può sentirsi un po’ triste. Quando consegniamo da loro dobbiamo prendere misure abbastanza drastiche li vediamo un po’ spaesati. Noi vorremmo non dover tenere la distanza, ma non possiamo». Un’esperienza in ogni caso «che rifarei assolutamente. Se da un lato dobbiamo mantenere le distanze, a livello spirituale, mentale, di società, ci ha unito. Abbiamo organizzato delle forze per sostenere chi ha più bisogno». Orsi lancia un appello, anche perché da domani alcuni volontari torneranno a lavoro e ci saranno meno forze a disposizione. «Per me troppi pochi giovani qui a Matelica hanno abbracciato questa causa. Non è una critica ma un’osservazione. Io ho preferito sfruttare il tempo a disposizione per dare una mano, spero lo facciano anche altri».

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Una signora di Matelica riceve la spesa dalla Croce rossa

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I volontari percorrono centinaia di chilometri indossando i dispositivi di protezione

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Un paziente viene portato all’ospedale di Camerino

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I dispositivi di protezione tutelano i volontari e le altre persone dal contagio

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Alessio Orsi risponde al telefono nella sede della Croce rossa di Matelica. Un filo diretto con le persone che hanno bisogno di aiuto

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Cinzia Stella sale sull’ambulanza

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Corso Vittorio Emanuele, Matelica. Una persona in fila per entrare in farmacia

 

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