Acquaroli: «Tamponi e cure domiciliari
E per avere i bonus spesa
autocertificazione in Comune»

INTERVISTA al deputato di Fratelli d'Italia ed ex sindaco di Potenza Picena. Sui 100 posti letto a Civitanova: «Nulla in contrario, è in linea con quello che avevamo proposto, magari avrei attrezzato una struttura che poteva rimanere anche una volta finita l’emergenza, visto che si investono tanti soldi». Sul versante economico: «Quello che contesto dei decreti Conte è il fatto che non si è ricorsi a procedure straordinarie»
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Francesco Acquaroli

 

di Luca Patrassi

Congelata la questione elettorale legata al rinnovo del Consiglio regionale delle Marche e del governatore, Francesco Acquaroli interviene – da deputato di Fratelli d’Italia e da ex sindaco di Potenza Picena – sulla questione dell’emergenza coronavirus. «Prima delle cose da fare evidenzierei cosa non fare: non bisogna rincorrere la pandemia, altrimenti rischiamo di allungare la fase acuta ancora per molto tempo. Dunque prevenire, arginare i contagi», dice a Cronache Maceratesi.

Facile a dirsi, ma come?

«Intervenendo con tutti i mezzi che le conoscenze scientifiche mettono a disposizione. Da quando è emersa l’epidemia, abbiamo evidenziato la carenza di dispositivi di protezione individuale per medici di famiglia, infermieri, operatori socio-sanitari, medici ospedalieri e addetti di pubblico servizio. Ancora oggi in alcune strutture ci risulta ci sia carenza. Due settimane fa il centrodestra marchigiano aveva lanciato l’idea del punto unico Covid 19 per diminuire la promiscuità da tutti gli ospedali del nostro territorio che rischiano di diventare loro stessi veicolo di contagio. Siamo convinti che la struttura debba essere realizzata con l’apporto determinante dei nostri medici ospedalieri che sono da settimane in prima linea e che devono necessariamente essere ascoltati per trovare le soluzioni migliori. Calare invece una soluzione dall’alto rischierebbe di sprecare questa grande opportunità».

Questo sul versante ospedaliero, nel territorio invece come si dovrebbe affrontare la questione?

«Devono essere messi subito sul tavolo altri due temi essenziali per la lotta al virus: i tamponi e le cure domiciliari. Occorre iniziare un’azione di tamponamenti ampia, partendo dagli addetti ai lavori, alle case di riposo, fino alle figure più esposte che potrebbero anche essere asintomatiche e quindi con il rischio contagio per i sani e continuando con i sintomatici, anche lievi. A queste categorie andrebbero aggiunti i loro contatti più stretti. Questi tamponi vanno fatti prima possibile, perché operando in questa direzione sarebbe possibile intervenire già nell’isolamento domiciliare con cure volte ad abbassare la carica virale e a cercare quindi di evitare il ricovero ospedaliero per sopraggiunti sintomi respiratori gravi. Sono consapevole che in questo momento sto chiedendo un grande sforzo, ma è necessario per anticipare e non rincorrere il virus con i suoi effetti devastanti. È necessario agire subito e con determinazione in questa direzione».

Sotto i riflettori c’è anche la questione delle case di riposo, in particolare il fatto che possano anche essere gestite dai Comuni e non solo dalle aziende sanitarie.

«Purtroppo la promiscuità si è creata anche negli ospedali, sono tanti gli episodi di pazienti contagiati in corsia. Certamente le case di riposo in questa emergenza sono particolarmente vulnerabili, ma in generale credo che per tanti Comuni esse rappresentino un servizio importante, sono una realtà importante per le comunità perché garantiscono vicinanza tra l’utente e il territorio in cui ha vissuto. Con una gestione diversa da quella comunale il rischio è che alcune negli anni potrebbero essere dismesse, con conseguente impoverimento del tessuto sociale. Certo nel caso di gestioni indirette i livelli devono essere molto elevati. A prescindere comunque da tutto questo, un coordinamento con l’Asur ci vorrebbe soprattutto nei momenti di emergenza».

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Sopralluogo di oggi alla Fiera di Civitanova

La soluzione di Civitanova per l’ospedale con i 100 posti letto di terapia intensiva?

«Nulla in contrario, è in linea con quello che avevamo proposto, magari avrei attrezzato una struttura che poteva rimanere anche una volta finita l’emergenza, visto che si investono tanti soldi. Se i tecnici dicono che quella della fiera è l’unica soluzione possibile con i tempi prefissati e che non è possibile usare altre strutture, bene, ma chiedo che il progetto sia condiviso e realizzato in collaborazione stretta con il personale sanitario che più di altri sa qual è la situazione di crisi. Diversamente il rischio che si corre è quello di consegnare una struttura che non risponde alle esigenze tecniche e a quello che sarà il fabbisogno di posti letto quando sarà ultimata. Giusto, in fase di emergenza, fare scelte e prendere decisioni, ma sempre usando buon senso e logica, che ci direbbero di realizzare strutture che restino fruibili anche una volta finita l’emergenza Covid 19».

Emergenza sanitaria che rischia di crearne una economica. Cosa c’è da fare?

«Oggi è fondamentale bloccare l’emergenza sanitaria: più il danno sanitario è alto, più lo sarà quello economico. Possiamo anche decidere, così per assurdo, di riaprire domani bar, ristoranti e negozi, ma chi ci andrebbe? Nessuno. I consumi ripartiranno quando avremo la meglio sul virus. Ovviamente ci sono attività primarie, di filiera, che devono rimanere aperte per garantire i servizi essenziali e indispensabili».

Quali misure di sostegno ritiene necessarie?

«Oltre a sospendere ogni tipo di adempimento, lo Stato e l’Europa devono intervenire in maniera pesantissima sulla liquidità, farsi carico delle attività economiche e dell’emergenza sociale che sta colpendo anche tante famiglie e lavoratori. Le Regioni dovrebbero chiedere di poter utilizzare le risorse rimanenti dei fondi europei non spese e che dovrebbero invece essere restituite. Con questi fondi dovrebbero anche loro sostenere imprese e famiglie. Quello che contesto dei decreti Conte è il fatto che non si è ricorsi a procedure straordinarie. La crisi è oggi, chi non ha i soldi non li ha oggi per fare la spesa, non può aspettare 10-15 giorni, se tutto va bene, per avere i buoni. I servizi sociali dei Comuni conoscono una platea di utenti tradizionale ma questa platea è destinata a crescere con questa emergenza. Facendo un esempio , se prima il Comune seguiva 100 famiglie ora ne dovrà seguire molte di più e utilizzando le procedure standard, con tutti i rischi connessi, i tempi rischiano di dilatarsi molto. La burocrazia non può avere la meglio anche in situazioni come questa. Avrei pensato invece ad una autocertificazione: il Comune ti avrebbe potuto dare subito i buoni spesa sulla parola, salvo poi verificare la fondatezza di quello che dichiari. A chi è oggi senza soldi per la spesa e ha fame, non puoi dirgli di ripassare tra 10, 15 o 20 giorni».

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