M5S, il festival degli errori
E se il Pd puntasse su Longhi?
IL COMMENTO - Un tutti contro tutti pieno di contraddizioni tra i grillini che chiudono le porte all'accordo giallorosso nelle Marche. Ora i dem dovrebbero insistere proprio sulla candidatura dell'ex rettore che tanto piace ai pentastellati
di Fabrizio Cambriani
Man mano che il confronto politico si radicalizza sempre di più tra destra e sinistra la posizione del Movimento 5 stelle, numeri alla mano, sta diventando sempre più marginale. Ma ieri i pentastellati sono stati protagonisti di un formidabile colpo di scena nel quadro politico regionale. Con un’inaspettata nota stampa firmata dal duo Toninelli-Di Maio si chiude ogni prospettiva di accordo con qualsiasi partito – segnatamente con quelli del centrosinistra – perché, secondo loro “non ci sono le condizioni politiche”. Una decisione verticistica che, a quanto pare, esclude perfino qualsiasi forma di consultazione degli iscritti nella piattaforma Rousseau. Un passaggio che recide con un netto colpo di forbice la tela pazientemente tessuta dal capogruppo in regione Gianni Maggi e che lo avrebbe portato al tavolo del negoziato, con l’intera alleanza di centrosinistra, munito di una ben fornita santabarbara di armi e munizioni a suo favore. La tempistica e le modalità di questa decisione sono tutte da decifrare. In questo momento non se ne ravvedeva nessuna necessità, se non quella di mostrare la determinazione di voler correre da soli. Quindi in funzione della sola campagna elettorale in Emilia-Romagna.
Tanto più che la situazione interna alla galassia pentastellata, è a dir poco deflagrante. Non si contano più le fuoriuscite e le adesioni al gruppo misto di numerosi deputati, come la produzione di documenti per tentare di dare una sterzata alla deriva intrapresa. Un bordello di Caracas, a confronto dei 5 Stelle, è un luogo di mistica contemplazione. Se volessimo usare un’immagine efficace di quello che oggi è il movimento fondato da Beppe Grillo, essa la si potrebbe rappresentare come un vespaio all’interno di una campana di vetro dove gli insetti impazziti vanno continuamente a picchiare contro le pareti, prima di morire per i colpi auto inferti e la mancanza d’aria. È un tutti contro tutti privo di qualsiasi rudimentale e ancorché minimo abbozzo di analisi. Neppure quello dei sistemi elettorali. Che, per esempio, nelle regioni – a differenza del parlamento che è proporzionale – prevede il sistema maggioritario.
La fotografia da incollare a questo album degli orrori e degli errori è quella senatrice Donatella Agostinelli che pretenderebbe le dimissioni del capogruppo Maggi, reo di aver tentato la via di un accordo con il Partito Democratico. In punto di logica non si capisce perché lei in Parlamento avrebbe facoltà di governarci un’intera nazione, mentre nella regione Marche questa opportunità dovrebbe essere, ai grillini locali, preclusa. Ma quello che più colpisce è la totale assenza di ogni tentativo di discussione, confronto ed eventuale sintesi. “Se lo faccio io ho ragione, se lo fai tu hai torto, quindi ti devi dimettere”. Fine della discussione. Un breve, ma efficace monologo da recitare preferibilmente con lo scolapasta in testa. Il tutto evidentemente per tentare di preservare un’immagine di coerente purezza vieppiù ingiallita dal tempo e dalle circostanze. Che, nell’arco di un mese, li ha visti passare da una maggioranza di governo all’altra in men che non si dica. L’unica cosa certa, anche qualora si dovessero riaprire spazi di manovra, è che la nota dei massimi vertici del M5S ha spuntato irreparabilmente le armi che Maggi aveva saggiamente predisposto per ogni tipo di trattativa.
Quanto al centrosinistra l’indicazione della strada da perseguire l’ha bene individuata Antonio Mastrovincenzo, il presidente dell’assemblea legislativa, quando afferma che l’ex rettore della Politecnica resta comunque una risorsa importante per tutto quel campo lì. E che, sia detto per inciso, venne identificato come figura di riferimento, in tempi non sospetti, proprio dagli stessi pentastellati. Ora che si è definitivamente scoperto il loro gioco – che fa perno più su formule levantine che non sulla consistenza reale dei programmi – l’alleanza riformista dovrebbe trasformare questa circostanza in opportunità e insistere proprio sulla figura di Longhi. Uomo della società civile, estraneo al mondo arrugginito dei partiti e rappresentativo di un civismo che si mette al servizio di una buona e rinnovata capacità amministrativa. E che soprattutto, si rivolge direttamente agli elettori, senza dover passare sotto le forche caudine della classe dirigente dei 5 Stelle, ormai solo a caccia di scalpi da aggiungere ai loro sempre più infraciditi e vacillanti totem. E, per quanto paradossale possa sembrare, il regista di questa operazione dovrebbe essere proprio il presidente Luca Ceriscioli. Anche a livello di immagine, un passaggio di consegne guidato e indolore che sancirebbe la chiara volontà di cambiamento e di svolta in una complessa e delicata fase politica.
























In termini di spietata e disincantata analisi politica la decisione dei 5/S è un obiettivo assist alla destra,legittimo,ci mancherebbe,ma in forte contrasto con le reiterate dichiarazioni di attaccamento agli ideali ed ai valori di sinistra.Mossa sbagliata anche facendo riferimento all’andamento dei colloquii avviati con le forze di centrosinistra,che non sembravano negativi.Oggi in primo piano,più che mai,dovrebbero esser posti progetti seri e concreti sui quali costruire ,dopo, alleanze.
Tanti anni fa ad un noto politico italiano venne posta la questione di avere troppi ministri inadeguati al Governo…
Rispose che, purtroppo, la casa si faceva con i mattoni che si avevano e che se di meglio nin c’era bisognava usare anche mattoni rotti e scheggiati.
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Salvo rarissimi casi da Aosta a Palermo con questi mattoncini (inadeguati) si devono fare i conti.
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Parlamentari e Consiglieri vari, senza arte ne parte, eletti solo grazie alle lettere iniziali del loro cognome, che li hanno posti in cima alle liste bloccate.
Ministri per caso.
Votazioni su una piattaforma che funzia male e spesso violata e senza certificazione esterna alcuna.
Parole d’ordine che cambiano a seconda delle convenienze.
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Più che un vepsaio, sotto una campana di vetro, sembra lo scarico fognaio di un caravanserrai.
La grande vittoria elettorale italiana, per incapacità e cialtroneria, regalata alla Lega.
Stanno dimostrando di essere come gli altri, peggio degli altri
D’accordo con Fabrizio Cambriani per quanto concerne l’analisi sull’ormai irrefrenabile impulso autodistruttivo del M5S. Nulla da aggiungere alle sue considerazioni.
Meno d’accordo invece sulla parte di articolo che riguarda il PD, dove si parla di un’operazione di rinnovamento – rappresentato da Longhi – che dovrebbe addirittura vedere Ceriscioli come nobile e generosa levatrice.
A mio avviso ciò è del tutto irrealistico, perchè Ceriscioli non ha ancora rinunziato ad una sua ricandidatura e comunque non gli si può chiedere di suicidarsi con il sorriso sulle labbra. Penso che a questo punto il PD, complice la disponibilità fornita da Ceriscioli – obtorto collo, certo – a partecipare alle primarie, approfitterà al volo di questa opportunità, grazie alle quali riuscirà in maniera elegante a liberarsi del governatore uscente e a far spuntar fuori un nuovo candidato (Valeria Mancinelli probabilmente, salvo clamorose sorprese provenienti dalla società civile rappresentate dagli ex rettori Longhi e Corradini).
Non posso che condividere l’argomentazione dell’amico Cambriani. Tuttavia desidero esporre una mia ipotesi “corsara”. A me sembra che ognuno, nessuno escluso, tiri il Movimento Cinque Stelle dalla sua parte. Vediamo in che senso. Il clinamen dei Cinque Stelle inizia da quando era al Governo con Salvini ( dico numeri e sondaggi), prosegue, sulla stessa linea con il PD. Indubbiamente i Cinque Stelle, quando si presentano in periferia ( Regione o amministrative) prendono, fisiologicamente, di meno di quanto ottengono o potrebbero ottenere con il voto parlamentare. Ma questo è normale, anzi oggettivo. Non hanno un radicamento, un “filo a terra”, come alcuni partiti storici. Questo il fatto incontrovertibile. Quanto alla politica delle alleanze, qualsiasi esse siano, la cosa è diversa. Molto diversa.Essi sono, per così dire, “costretti” ( o “stretti”) all’alleanza. Ma ogni alleanza li depaupera. Ora, ma è mia ipotesi, quel 33% che ebbero, è figlio di altra stagione e tempo politico, più fragoroso e attoriale. Il sottoscritto, ad esempio, apprezza\va la polemica “forte” delle Cinque Stelle contro le Banche e alcuni centri, anche europei, di potere ( economico, non liturgico), il sottoscritto ha apprezzato, pur nei limiti, il reddito di cittadinanza. Ora, e proseguo ad “ipotizzare”, quel 33% non scivolerebbe a quote così basse, come in periferia, se, e solo se, i Cinque Stelle tornassero alle radici ( radicali, dico) di alcuni loro valori e pensieri. Quel 33% si fermerebbe ad un dignitoso 20\22%. E’ vero che non governerebbero, ma non subirebbero quel processo di anemizzazione che mai più li riporterà al Parlamento e con quelle cifre. Un tempo si parlava di “compagni di viaggio”, ma attenzione vi erano anche gli “utili idioti”. I romani, nelle antiche cartografie dell’africa, prudentemente, quando ci si inoltrava a Sud, troppo nel deserto, scrivevano con una “linea”, Hic sunt leones.
http://www.trnews.it/2015/05/14/ironia-elettorale-ce-chi-invita-ad-un-voto-alternativo-mammata/114683