Il cuore impenetrabile di Macerata

Dopo aver passato tanti anni nel capoluogo, dove si è trasferita da Roma, Maria Laura Platania racconta la sua esperienza di "romana" in provincia
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Maria Laura Platania con il dirigente dell'Itas Settembri

Quanto è difficile essere maceratesi, ma ancor più complicato è diventare maceratesi. Lo testimonia Maria Laura Platania, docente dell’ITAS “Padre Matteo Ricci” che ha affidato i suoi pensieri  a Facebook.
«Mi sono iscritta a un gruppo per la Rinascita di Macerata – scrive – non so nemmeno se davvero sia opportuno che io partecipi a un gruppo così. Vivo nei dintorni di questa città ormai da quasi trent’anni, ma non sono mai riuscita a penetrarne il cuore. Per un lungo tempo è stata la città a trattarmi come un corpo estraneo, poi sono stata io a adattarmi, lasciando che la protezione del bozzolo che avvolge una pinza, lasciata per errore nell’addome, mi difendesse. So che non sono parole belle da adoperare per il luogo intorno al quale hai coltivato affetti, sentimenti, speranze, sogni. Ma è quello che sento. Non è stato facile essere romana a Macerata. C’è da dire che è difficile essere altro da Macerata a Macerata. Naturalmente ho trovato amici (pochissimi), conoscenti (moltissimi), indifferenti (tanti). E’ bastato per andare avanti, è bastato per costruire una rete di possibilità, amare e far crescere i miei figli. E’ una favola che stamattina mi va di raccontarvi. Non aspettatevi letteratura, né significativa “morale della favola”. Racconto un tempo e una stagione che – vuoi per la mia giovane età di allora vuoi per il clima che si respirava – io ricordo come un’alba dove tutto sembrava possibile. Straordinario per una città che io vivevo asfittica rispetto alla mia di provenienza, intimamente idiomatica e dialettale.

maria_laura_plataniaIo lavoravo per un piccolo quotidiano, ma, soprattutto, vivevo la possibilità di un osservatorio privilegiato su una realtà che mi era completamente estranea. Farla mia è stato complesso. Non mi sono sentita mai davvero giornalista là. Il giornalismo è altro, ne sono convinta. Ho vissuto tutto come la possibilità di conoscere e di farmi conoscere. O i miei occhi erano a un tratto più nitidi e la mia voglia di vivere quella città, facendola mia, più forte o veramente ho vissuto quella che nella mia memoria è rimasta ancorata come la “Primavera di Macerata”. Intorno a un teatrino e a un’arena che fino a pochi anni prima mi dicevano destinata a diventare un parcheggio pubblico, si era creata quella straordinaria convergenza di idee che ha portato a uno sviluppo di energie. Il lievito giusto per quella massa.Chi ha vissuto la fine di quegli anni ’80 e gli anni ’90 sa che non mento. E’ inutile che io stia qui a dire di quel clima: chi lo ha respirato sa di che parlo. E non può nemmeno per meschina convenienza negarlo. L’idea che la provincia potesse riprodurre non il mondo, ma uno speciale universo a dimensione collettiva, che la cultura potesse essere il valore aggiunto e che anche la politica potesse sposare questa logica. Evadere dalle soffocanti chiacchiere di caffè asfittici frequentanti da un pubblico eguale persino a se stesso nella riproduzione coatta di atteggiamenti surrogati da una idea di provincia morta e sepolta. Una costante di piccola fastidiosa malignità che si ergeva a giudice in quel tutti contro tutti che ho, purtroppo, ritrovato intatto dopo il sogno.

La retorica – è il mio sport preferito, mi viene naturale come rimpiangere il passato e piangere con i film in bianco e nero – pretende che io concluda con uno sconsolato “i sogni muoiono all’alba”. Io voglio sperare – e in un momento come quello che stiamo vivendo la speranza deve di necessità camminare di pari passo con l’azione – che non sia così, che ci sia ancora in questo piccolo angolo di mondo una coazione a ripetere le esperienze positive del passato, la voglia di scavalcare le antiche mura e ricomprendere un universo utile a noi e alle nuove generazioni. Questa non è retorica, è politica. Quella buona, capace di riporre nel cassetto delle fotografie sporcate dall’olio di affari – magari utili ma non fondanti – il mozzicone di matita del pizzicagnolo di buona memoria e i conti abbia deciso di farli con il cuore legittimo consorte del cervello e non con gli elettori di oggi. Semmai con le generazioni a venire. Io mi rifiuto di credere che tutto debba concludersi nel teatrino della politica di quartiere a metà tra il Grande Fratello – il buon George c’entra poco – e gli amici di Maria De Filippi. Lo so: l’educazione al bello fa paura, mostra troppe brutture. E non solo qui, adesso. Stamattina dalla mia finestra, a 6000 metri di distanza dalla città sulla collina, ho visto un vecchio con un rotolo di carta paglia. Aveva rubato il mozzicone di matita al pizzicagnolo e con le mani sporche di fatica e gli occhi lucidi di idee disegnava uno specchio. Grande, tanto grande che ci ho visto me stessa e i miei figli e i figli dei miei figli. Rideva il grande vecchio e sembrava dirmi “Non andartene”».

Nei pensieri di Maria Laura si sono riconosciuti in tanti, soprattutto quei maceratesi che hanno scelto di “incrociare le braccia” come Claudio Orazi che ha scritto:«La tua penna è una lama sottile ma incisiva,ne giovai tanto tempo fa per vanità personale e ne traggo condivisione adesso che il mio sconforto non trova riposo neanche nelle braccia conserte.Grazie Laura,per quel filo di amarezza che ancora ci lega alle “cose”vive». Ci sono poi i maceratesi che non vedono più nessun futuro in questa città come Francesca Baleani che scrive «per quanto mi riguarda non coltivo più nessuna speranza, qui» e quelli invece che guardano al futuro con ottimismo come Alessandro Seri «Ci possono essere tante primavere e la primavera non può essere mai di un’unica generazione. Spesso accade che si focalizza un unico obiettivo, quello che ci tocca maggiormente, ma poi intorno ci sono molteplici sfumature, spesso poco conosciute, spesso straordinarie. Mettersi insieme, lavorare, detronizzare chi vuole essere adulato, contrastare le gerarchie di ogni tipo, anche quelle economiche ed ecclesiastiche, anche a Macerata». Ha provato a difendere Macerata Mario Cavallaro, deputato del Pd : «Non solo mi piace quello che dici, ma avendo partecipato a quel sentimento e a quelle speranze con alcuni di noi/voi (vero Claudio?) penso che innanzi tutto scrivere un pò di storia recente esatta non sarebbe male e sopratutto non sarebbe male parlare della “rinascita” di Macerata parlandone con congnizione di causa e con una consapevolezza di quello che è attualmente la città, assai migliore di quanto non sembri certo per merito di quel popolo ora troppo silenzioso che ne segue gli eventi culturali e la vita sociale e non di quella ristretta minoranza che blatera sulla stampa faziosa o di quei capetti che ambiscono a conquistarla senza neppure conoscerla». Ci sono poi i non maceratesi che con forza non possono che confermare le sensazioni di Maria Laura, tra questi Francesco Faccioli: «26 anni fa con Maria Laura ci siamo incontrati, annusati e riconosciuti. Forse perché avevamo la stessa puzza. Puzza di estranei. E si che ci siamo incontrati in un baluardo dell’immobilità che era la nostra scuola. Lei da professoressa stile “Attimo fuggente” io da “alieno” catapultato in una realtà parallela. E da alieno ho vissuto tutti questi anni. “Gli esami non finiscono mai” e dopo la scuola, l’accademia e dopo l’accademia il lavoro, poi il teatro e via, via senza sosta. Alieno, “napoletano all’estero”» e GiannaVolpi: «Cent’anni di solitudine di Marquez. Questo mi viene in mente pensando alle mie frequentazioni maceratesi anche se i miei non sono stati cento ma un po’ più di una decina. Una profonda solitudine professionale ed anche personale, un bussare porte dell’amicizia che non si sono mai aperte, pochi scambi avvenuti in occasione di un successo o del suo contrario, un’ incomprensione anche valutativa ( o vogliamo chiamarla indifferenza?) che all’epoca mi sorprese. Cent’anni di solitudine con i suoi personaggi che si rincorrono e si riproducono: ognuno dei quali rappresenta qualcun altro, di già visto, già conosciuto. Non so se Macerata subisce il congelamento del tempo dei Buendía e se il tema di Marquez le si addice (spero di no per le generazioni future), ma posso dirti per esperienza che tutto il mondo è Macondo, cara Maria Laura, tranne quello che è dentro di noi e quello che qualcuno come te ha avuto la fortuna di crearsi con i propri affetti».
Un messaggio quello di Maria Laura Platania che merita di giungere a tutti i  maceratesi che spesso fanno così tanta fatica ad aprire  il cuore agli altri.



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