«Paghiamo affitti e tasse,
non create barriere invisibili»
DA CIVITANOVA le voci dei titolari di kebab, ristoranti e negozi alimentari dopo la delibera regionale. «Il problema non è la nazionalità, ma il rispetto delle regole e la qualità»

Nella foto i titolari di alcune attività commerciali etniche e orientali a Civitanova
di Laura Boccanera
Wakas, Shahid, Alì, Zhou. Sono solo alcuni dei nomi dell’ “imprenditoria etnica” che popola Civitanova. La posizione sullo stop a nuove aperture dell’assessore Roberto Pantella che commenta la delibera di giunta regionale per la valorizzazione commerciale dei borghi, ribattezzata anche “anti kebab”, a Civitanova ha fatto discutere. Siamo andati a sentire cosa ne pensano i titolari e dipendenti dei principali e centrali locali del centro, su corso Umberto I e vie limitrofe.

Negli ultimi dieci anni il commercio civitanovese ha vissuto un profondo cambiamento, iniziato quando su Corso Umberto I hanno iniziato ad affacciarsi le prime attività del food e della ristorazione, un processo che ha avuto un’accelerazione dopo il Covid. Ad oggi nel perimetro del borgo marinaro si contano una decina di attività di kebab, 3 ristoranti asiatici e numerose botteghe alimentari orientali.

Shahid M. Ajmal
A difenderle strenuamente è un imprenditore di Porto Recanati, Shahid M. Ajmal che si fa portavoce di tutti gli stranieri che gestiscono attività commerciali nei centri città: «Guardo con profonda preoccupazione e ferma contrarietà alla proposta di legge della Regione Marche che vorrebbe vietare l’apertura di kebab e negozi etnici nei centri storici. Al di là degli slogan politici, c’è una realtà economica che spesso si finge di non vedere. Quando si parla di “vietare il kebab”, si pensa erroneamente di colpire solo il piccolo commerciante straniero. La verità è che si sta colpendo una filiera produttiva largamente italiana. La carne utilizzata in queste attività proviene in grandissima parte da allevamenti italiani di polli, tacchini e bovini. Sono aziende italiane, con lavoratori italiani, che gestiscono la macellazione, la logistica e la distribuzione – spiega Shahid M. Ajmal indiano che vive a Porto Recanati e ha un’attività – C’è poi una questione fondamentale di legalità: se un cittadino italiano o straniero decide di investire i propri risparmi, rispetta i severi requisiti igienico-sanitari e paga le tasse, per quale motivo lo Stato dovrebbe vietargli di lavorare? La legge deve essere uguale per tutti: chi non è in regola deve essere chiuso, ma chi rispetta le regole ha il diritto sacrosanto di fare impresa. Ma la questione economica, per quanto grave, passa in secondo piano rispetto a quella umana e sociale. Che senso ha lanciare un segnale di intolleranza e di ostilità verso famiglie che vivono qui da decenni, facendole sentire indesiderate? Se vogliamo rispetto dagli altri, dobbiamo essere i primi a rispettare gli altri. I centri storici marchigiani si salvano combattendo il vero degrado, lo spopolamento e gli affitti stellari, non dichiarando una guerra ideologica alle saracinesche che rimangono faticosamente aperte. Non si creino barriere invisibili vietando un cibo che ormai fa parte della quotidianità di milioni di persone. Il futuro si costruisce insieme, valorizzando il lavoro, la legalità e la dignità di chiunque contribuisca a tenere vivi i nostri territori».

Waqas Mirza
C‘è anche chi, come Waqas, pensa che prima della nazionalità o del prodotto che si vende si debba guardare al rispetto delle regole e alla pulizia: «Ho aperto da due anni – racconta Waqas Mirza – titolare di Kebabbissimo – vivo in Italia da 20 anni, prima ero in Veneto e in Lombardia, arrivo dal Pakistan. Sono un ingegnere dei materiali e della ceramica, ma ho studiato e poi iniziato a fare questo lavoro, ho fatto la gavetta e poi aperto la mia attività. E secondo me due sono le cose importanti: va guardata anzitutto la pulizia del locale, e poi la qualità. Se il cibo che faccio è buono, è fresco, sono in regola, pago le tasse non vedo il motivo per l’ostilità. Il 90% dei miei clienti sono italiani. Qui pago 1100 euro di affitto e non faccio nulla senza scontrino. Ho aperto da 2 anni e ho tutte recensioni positive».

Alì Badarul
C’è chi come il titolare di Khan 804 invece è solo 4 mesi e mezzo che ha aperto. Prima lavorava a Rimini dove oltre che col kebab ha preso dimestichezza anche con uno street food autoctono della Romagna: «noi qui facciamo anche la piadina- racconta – mi sono trasferito qui perché Rimini era troppo caotica. Qui si sta bene, abbiamo buoni rapporti con tutti, anche con i vicini di negozio. Spesso vado a cambiare banconote in monete per dare il resto o vengono qui a mangiare. Pago 1700 euro di affitto, ma è molto perché non si lavora tanto, solo nel week end».

Molto più longeva l’attività di Alì Badarul: lui è bengalese e gestisce il piccolo negozio di alimentari su via Della Nave: vende sia prodotti italiani di larga distribuzione che prodotti tipicamente orientali, dal riso basmati al cous cous fino alla salsa di soia: «La maggior parte dei miei clienti è straniera, ci sono anche degli italiani, ma per lo più filippini, indiani, cinesi. Di questa legge nuova non ho letto nulla, ma non sono preoccupato».
«Non sapevamo di questa proposta – dicono anche i gestori del ristorante cinese Fuji, la famiglia Zhou – però credo che sappiamo cucinare la nostra cucina cinese e non potremmo pensare di fare cucina italiana – ci scherza su Lidia – abbiamo voluto fare un locale bello anche esteticamente e la maggior parte dei nostri clienti apprezza la nostra cucina e i nostri ravioli e piatti tipici cinesi».

Il titolare del ristorante Fuji, gestito dalla famiglia Zhou
La proposta tuttavia, come sollevato da alcuni esponenti dell’opposizione – in primis la capogruppo regionale dle Pd Valeria Mancinelli – rischia di essere più fumo che arrosto (o kebab). Infatti nella stesura il testo, per non andare incontro a profili di incostituzionalità non cita misure da adottare, categorie, modalità e rimane sulla vaga “valorizzazione delle aree commerciali” e “delle produzioni agroalimentari e artigianali del territorio”, senza spingersi nella zona grigia dei divieti. Ma pure la parte degli incentivi a favore, per tutelare e promuovere le attività “tipiche” rimane astratta dal momento che la delibera ha “invarianza finanziaria” ovvero non vengono stanziati finanziamenti per le operazioni di valorizzazione.
Via kebab e negozi etnici dai centri storici: la giunta Acquaroli dà il via libera
Almeno il centro di Civitanova diventa un deserto grazie alle idee bislacche di questi nullafacenti. Siamo arrivati al punto che che la lezione di legalità ci arriva dagli immigrati.
A tutelare la nostra identità barzellettiera siamo bravi.
Io consiglierei di riflettere sul fatto che un Paese come l’Italia non sappia che farsene di un ingegnere dei materiali e della ceramica costringendolo ad aprirsi un kebab. Secondo voi in Germania potrebbe succedere?
…dopo ci sono anche le barriere visibili…basta osservare bene… gv