La guerra in una tragedia al femminile:
pubblico “incatenato” alle sedie
per Troade all’anfiteatro romano

URBISAGLIA - Sono stati i “padroni di casa” della Scuola di teatro classico antico a dare il via alla stagione estiva delle rappresentazioni, giunta ormai all’edizione numero 34

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Un momento della rappresentazione

di Fabrizio Cortella (foto David Nabissi)

“Una storia di guerra, di distruzione, di affetti calpestati e corpi dilaniati. Una storia di vinti e vincitori e farete fatica a distinguere gli uni dagli altri”, così esordisce il messaggero dei Greci, Taltibio, nel prologo di “Troades”, in realtà preso in prestito dall’Amleto shakespeariano, meglio nota come “Le troiane”, la tragedia liberamente tratta da Euripide e da Seneca, andata in scena ieri sera all’anfiteatro romano di Urbisaglia.
Come consuetudine negli ultimi tempi, sono stati i “padroni di casa” della Scuola di Teatro Classico Antico di Urbisaglia a dare il via alla stagione estiva delle rappresentazioni classiche, giunta ormai all’edizione numero 34 sotto il patrocino del Comune, per il tramite dell’assessore alla Cultura Cristina Arrà. tau_urbisaglia-7-325x217Sfidando una serata infrasettimanale e un po’ freddina, circa trecento spettatori hanno calcato l’arena antica di duemila anni per goderne l’atmosfera magica, amplificata dal respiro delle querce secolari che le fanno corona, e il tempo è sembrato davvero risalire all’indietro fino ai drammatici giorni seguiti alla caduta della potente Troia. Invasa la città e persi i mariti, le donne diventano le vittime della volontà predatoria dei vincitori, ridotti a stilizzati aguzzini avidi di ricchezze e di vendetta, e vengono spartite tra loro come fossero i premi di una riffa. Una tragedia al femminile, dunque dal punto di vista delle perdenti, le cui protagoniste sono le vedove dei migliori guerrieri troiani, vestite con lunghe tuniche nere e macchiate di sangue, dal volto bianco di cerone, gli occhi imbrattati di nero e la bocca di rosso.
tau_urbisaglia-1-325x217Ma ognuna di esse affronta il proprio destino con un’eroica dignità affatto sconosciuta ai rozzi comandanti achei (solidamente interpretati da Fabio Macedoni, Giorgio Gentili e Paolo Pignataro). Ecuba sorretta dall’innata regalità della sovrana, Cassandra ispirata dalla sua perturbante chiaroveggenza, Andromaca (Roberta Fioretti, commovente e appassionata la sua recitazione) disperatamente forte nella cruenta sorte del figlioletto, Elena (Alessandra d’Oria, delicata e leggera ma senza perdere in drammaticità) consapevole di essere una straniera in ogni luogo: tutte primeggiano sui loro nuovi padroni, ridicolizzandoli con le proprie azioni, annichilendoli col proprio contegno.
Ma, a ben vedere, è soprattutto una tragedia sulla guerra, anzi è la tragedia della guerra, stupida, insensata e inutile.

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Pur con alcuni innesti dall’opera omonima di Seneca, quelli più orientati allo psicologismo dei personaggi e ad un compiaciuto indulgere sui particolari sanguinari ed efferati, è il plot euripideo a farla da padrone: innervato di un profondo spirito “anti-militarista”, su di esso Facciolli ha intelligentemente inserito alcuni brani di autori novecenteschi che bene avevano conosciuto gli orrori della Grande Guerra. Emblematico in tal senso è il flashback iniziale, con gli attori ridotti a “ombre cinesi” dietro ad un telo bianco, allorché Cassandra (interpretata con lucida e ieratica “follia” da Rose Marie Quarato) predice inutilmente ad Andromaca il futuro conflitto; irrompono categoriche le parole di Jean Giraudoux, tratte da “La guerra di Troia non si farà”, a raccontare l’inevitabile: “La guerra di Troia si farà e se ne faranno altre e altre ancora. L’uomo non sa fare che quello” e quelle pungenti di Bertolt Brecht, da “La guerra che verrà”, a fare emergere la cruda verità dietro ogni retorica bellicista: “Fra i vinti, la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori, faceva la fame la povera gente ugualmente”.

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Ma Facciolli sa bene come conquistare il pubblico ed è abilissimo nella contaminazione artistica: così, il lento e solitario ingresso in scena di Ecuba (Rosanna Renzi, intensa e magnetica, una prova molto fisica la sua), è pretesto per il gesto performativo di quattro “comparse” che, ispirate e possedute dal “Dies irae” mozartiano risonante sullo sfondo, alla maniera di Emilio Vedova imbrattano furiosamente i teli bianchi delle quinte. Più avanti, il serrato dialogo tra Ecuba e il coro delle donne (anche con Betty Principi, Eliana Leoni e Simonetta Pettinari, tutte nella parte), una presenza costante e fondamentale nell’intreccio, si dipana sulla “proiezione” del famigerato cavallo e della conquista della città: apprendere il destino che spetta loro, le piega e le schianta a terra fino ad assumere la postura delle vittime di “Guernica”, il celeberrimo dipinto di Picasso, in un impressionante tableau vivant sottolineato dalle note di “Echoes” dei Pink Floyd. E, ancora, il dialogo amaro tra i vincitori greci, infine consapevoli della nefandezza della guerra (“L’orrore voglio ricordarmelo, non voglio dimenticarlo mai”), è reso attraverso l’altrettanto famoso monologo di Marlon Brando in “Apocalypse now”.

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La pièce, un atto unico della durata di quasi novanta minuti, ha tenuto incatenati alle sedie gli spettatori che si sono appassionati ai drammi dei personaggi seguendone le peripezie in religioso silenzio. «È la magia del teatro, capace di irretire il pubblico fino a sospenderne l’incredulità – ha chiosato Facciolli al termine, visibilmente soddisfatto – la tragedia funziona solo se gli attori riescono a costruire un’atmosfera fatta di concentrazione e di partecipazione emotiva, attraverso la precisione dei gesti, il nitore delle parole e la perfezione dei movimenti d’insieme, senza cui l’effetto è nullo, se non ridicolo. E il silenzio attento del pubblico è la migliore conferma che il risultato è stato raggiunto”.

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Pubblico che si è sciolto in un lungo, caloroso e liberatorio applauso al termine della rappresentazione, conclusa nuovamente da Taltibio (interpretato da Nicoletta Ripamonti, ottima nel difficile ruolo maschile), il cui “éxodos”, ancora sulla musica dei Pink Floyd (“Nile song”), è un delicatissimo brano tratto dal “Diario di Anna Frank”, un inno alla speranza e alla fiducia nell’umanità anche nel mezzo della peggiore guerra, che è risuonato terribilmente d’attualità alle orecchie dei presenti: “Odo sempre più forte il rombo che ucciderà noi pure, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene».

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