Ritratti oltre il volto:
in mostra il “post-umano”
di Fabrizio Carotti

MONTEFANO - La mostra nel museo Ghergo, terzo appuntamento della rassegna "Dialoghi visivi del presente", riflette sul ritratto nell'età digitale. Visitabile fino al 23 agosto

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È l’uomo che fa la realtà o è la realtà a farsi uomo? È stata presentata ieri, al Museo Arturo Ghergo di Montefano, la mostra Ritratti post-umani di Fabrizio Carotti, terzo appuntamento della rassegna Dialoghi visivi del presente. L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 23 agosto, propone una riflessione sul ritratto nell’età digitale: il volto non è più l’unico centro della raffigurazione, e l’identità si manifesta anche nello spazio abitato, nella luce, nella memoria, nella relazione fra corpo, architettura e tecnologia. Il ritratto diventa così espressione di una condizione umana in trasformazione, sospesa fra presenza fisica e metamorfosi digitale.

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Alla presentazione sono intervenuti Nicola Caporaletti, assessore alle Politiche giovanili del Comune di Montefano, Claudia Scipioni, presidente dell’Associazione Effetto Ghergo, e Andrea Carnevali, critico d’arte, giornalista e curatore dell’esposizione. Nelle opere di Carotti la città assume la forma di un organismo mentale. Architetture brutaliste, torri, corridoi, scale, ponti e superfici di cemento costruiscono spazi sospesi, insieme reali e immaginari: il cemento perde la propria apparente freddezza e si trasforma in materia sensibile, capace di custodire ombre, attese, ferite e possibilità di vita. L’intelligenza artificiale non viene celebrata come forza autonoma, ma impiegata come strumento espressivo, sottoposto allo sguardo, alle scelte e alla responsabilità dell’autore.

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Secondo il curatore Andrea Carnevali, Carotti ripensa il ritratto oltre i confini del volto, estendendo la figura umana agli ambienti, alle architetture e ai dispositivi tecnologici. Lo spazio assume una funzione costitutiva dell’identità, mentre le opere non si limitano a prefigurare un futuro possibile, ma interrogano una trasformazione già in atto. Un nucleo significativo dell’esposizione è dedicato alla maternità. Le immagini del rapporto fra madre e bambino introducono una dimensione intima e universale, nella quale corpo, luce e architettura diventano elementi di una meditazione sulla nascita, sulla custodia e sulla trasmissione della vita. Il tema materno, posto in dialogo con la metamorfosi digitale, restituisce alla ricerca dell’artista una profondità umana che attraversa la tecnologia senza esserne assorbita.

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Il percorso espositivo è stato accompagnato da una performance sonora di Andrea Accoroni, fondatore del progetto Riciclato Circo Musicale, e di Simone Medori. L’ensemble ha trasformato il principio del recupero dei materiali in una vera e propria filosofia artistica ed esistenziale, facendo del riuso creativo il fondamento della propria ricerca musicale. Accoroni ha ideato e costruito, con materiali di recupero, uno speciale strumento a fiato capace di produrre un suono simile al respiro umano: soffi, vibrazioni, rumori e risonanze sono entrati in relazione con le immagini, gli spazi e le atmosfere della mostra, dando vita a un intervento musicale itinerante sviluppato sia nelle sale del museo sia negli ambienti esterni.

La performance ha inoltre introdotto un contrasto concettuale tra le pratiche dell’economia sostenibile, fondate sul recupero e sulla trasformazione della materia, e la produzione potenzialmente illimitata di immagini generata dall’intelligenza artificiale. A queste ultime, nel percorso espositivo, sono state accostate due fotografie realizzate secondo procedimenti tradizionali, tecnicamente rigorose e di particolare eleganza formale.

Più che un semplice accompagnamento sonoro, la performance si propone come una vera e propria estensione percettiva delle opere di Carotti: il respiro prodotto dallo strumento riciclato evoca una presenza organica e corporea che si insinua fra le architetture post-umane delle fotografie, mentre il suono interagisce con il carattere emotivo dell’esposizione, modificandosi in rapporto agli ambienti, alle immagini e alla presenza del pubblico. Ne nasce un dialogo fra materia industriale e fragilità biologica, fra tecnologia, riuso, memoria e trasformazione.

Claudia Scipioni, presidente dell’Associazione Effetto Ghergo, sottolinea come il Museo Ghergo custodisca la memoria e, al tempo stesso, dialoghi con il presente: la mostra di Carotti conferma la volontà del museo di confrontarsi con le sperimentazioni contemporanee, mettendo in relazione la tradizione fotografica con i nuovi linguaggi visivi, tecnologici e sonori.


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