Molto piacere,
ma dopo i convenevoli
scoppia il finimondo
MACERATA TEATRO - La commedia del Teatro Impiria conquista il pubblico del 49° Festival
di Walter Cortella
La divertente pièce proposta dal Teatro Impiria di Verona, per la regia di Andrea Castelletti, ha come protagoniste due giovani coppie, i cui figli si sono picchiati mentre giocavano nel parco cittadino. Uno dei due, colpito al volto da un bastone, ha riportato la rottura di un incisivo e danni seri alla bocca. Cose che succedono! Da persone civili, i quattro genitori si incontrano in casa di Franco e Margherita per definire i termini della questione dal momento che il piccolo incidente comporterà spese mediche, disagi e magari un indennizzo. Le responsabilità sembrano chiare, ma…. L’incontro si apre con un banale «molto piacere» che i protagonisti si scambiano cordialmente durante le presentazioni, una formula che poi sarà ripetuta più volte in maniera ossessiva. Il saluto, ormai diffuso nei nostri quotidiani incontri sociali, finisce così per diventare un tormentone che dà il titolo all’opera. Si tratta, in effetti, del libero adattamento teatrale firmato da Andrea Castelletti in collaborazione con Laura Murari, ispirato ad un recente film del regista Roman Polanski, tratto a sua volta da Il dio del massacro, commedia scritta qualche anno fa dalla drammaturga francese Yasmina Reza.
Dunque, fin dalle prime batture lo spettatore ha la sensazione che la vicenda si svilupperà sui binari della massima correttezza, che i protagonisti forniranno un ammirevole esempio di viver civile e che tutto si concluderà nel migliore dei modi. Mai dire mai! Basta l’espressione «armato di bastone» per scatenare la veemente reazione di Alberto e Clara, genitori del bambino autore del violento gesto. Si comincia subito a disquisire sull’adeguatezza di quella espressione che viene di comune accordo sostituita da «munito di bastone». Non è molto, ma per cominciare va bene comunque. Alberto è abituato a cavillare essendo un avvocato di professione. Da quel momento la conversazione è una escalation continua di puntualizzazioni, di eccezioni, di puntini sulle «i», di aggressività a stento repressa che coinvolge un po’ tutti. Inizialmente il «conflitto» riguarda le due coppie, schierate l’una contro l’altra, in posizione scontata, chiara. Ma nel corso di una conversazione che non ha più nulla di civile, i ruoli si scambiano repentinamente fino ad invertirsi, sicché ad un certo punto i due uomini sono solidali tra di loro e inveiscono contro le mogli. Ricordano con nostalgia ed enfasi i loro giochi maschi, ispirati alle avventure di mitici eroi come Ivanohe e John Wayne. Ma in seguito la linea del combattimento cambia ancora e vede coinvolte le singole coppie: adesso moglie e marito si scambiano colpi micidiali, senza riguardi. Insomma, le buone premesse di quell’abusato, ma gradevole «molto piacere» si dissolvono miseramente e lasciano il campo ad una spietata carneficina dialettica che vede impegnati tutti contro tutti. Non si salva nessuno. È l’occasione buona perché ciascuno mostri il peggio di sé, facendo emergere i propri difetti, le meschinità, le piccinerie che caratterizzano le singole personalità.
Chi sono in effetti i personaggi? Sono delle maschere. Franco è un agiato agente di commercio e tratta articoli casalinghi, la moglie Margherita è una scrittrice appassionata d’arte, Alberto è un legale superimpegnato nel settore delle multinazionali farmaceutiche, in costante simbiosi con il cellulare e, infine, Clara è un’operatrice finanziaria in grande evidenza. Ognuno nel suo campo si sente un colosso e crede di essere al centro dell’universo. Tutti soffrono di egocentrismo acuto. Per questo non riescono a relazionarsi con il prossimo e l’incidente del parco, finito miseramente in secondo piano, è la molla che fa scattare l’aggressività repressa in ognuno. Lo smisurato egocentrismo viene esaltato dagli elementi scenografici incredibilmente piccoli, miniaturizzati proprio per evidenziare lo sbilanciamento tra gli uomini e le cose che li circondano. Sedie, tavolini, soprammobili, tutto è minuscolo, in netto contrasto con gli oggetti personali, i sigari king-size e i libri d’arte giganteschi della coppia di casa, il mega portacipria e l’enorme cellulare degli ospiti, totem eloquenti del loro status symbol. Unica eccezione, l’arco ogivale dalle dimensioni normali che sostituisce la porta d’ingresso. In verità, è piuttosto un varco attraverso il quale la coppia Alberto-Clara entra ed esce più volte in una sorta di out-in, richiamati sulla scena da «quell’ultima parola» che riaccende inopinatamente la discussione.
Con questo lavoro, giunto all’ottantesima replica, traguardo davvero invidiabile, il Teatro Impiria, una delle formazioni più qualificate del panorama amatoriale italiano, ha partecipato alle principali manifestazioni teatrali, riscuotendo sempre lusinghieri consensi di pubblico e critica. Ben diretti da un esperto regista del calibro di Andrea Castelletti, i quattro interpreti, Michele Matrella (Franco), Simonetta Marini (Margherita), Michele Vigilante (Alberto) e Laura Murari (Clara), hanno fornito una prestazione di alto valore artistico, apprezzata dal pubblico. Perfetta la caratterizzazione dei rispettivi personaggi, per la quale hanno dovuto cambiare più volte, e in maniera decisa, il registro della recitazione, in particolare nelle fasi più isteriche e concitate dei dialoghi. La scenografia, di cui abbiamo accennato gli aspetti salienti, è opera della stessa Laura Murari. Il Festival tornerà al «L. Rossi» il 19 p.v. con La governante di Vitaliano Brancati, messo in scena dalla prestigiosa Compagnia dell’Eclissi di Salerno, diretta da Marcello D’Andria.
(Foto di scena di Ettore Lambertucci)


