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Annita e Gino, la ricetta dell’amore eterno:
«70 anni di lavoro, sacrifici e cuore»

SERRAVALLE - A Corgneto «Un'azienda agricola da far crescere, faticando giorno per giorno sui campi e in stalla: ma sempre col cuore»: i coniugi Fedeli, 93.anni lui, 92 lei, hanno festeggiato nei giorni scorsi il loro matrimonio che dura dal settembre 1949. «Fidanzati sin da ragazzi» ricorda Annita. L'avo veneziano gran costruttore di organi nel 700, il sisma del '97, il papa santo, nella vita di lui, camerlengo di 'don Terremoto' ed amministratore parrocchiale inflessibile. «Cosa mi manca? La patente: ho guidato fino allo scorso anno!»
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Gino Fedeli e Annita Carradoni il giorno della festa

di Maurizio Verdenelli

All’epoca dei social che pare aver sbriciolato la soglia dei 7 anni in fatto di crisi matrimoniale, dall’altopiano di Colfiorito (che in questa statistica fa la parte dei Carpazi o degli Urali sul piano della longevità) giunge la notizia del nuovo record mondiale, o quasi, di durata del matrimonio in genere. Di mezzo resta il numero 7, ma stavolta accompagnato da uno squillante 0. Insomma 70, come gli anni trascorsi insieme da Gino Fedeli, 93enne ed Annita Carradori, 92enne.

Gino e Annita il giorno del loro matrimonio

Sposi dal settembre 1949 ininterrottamente in quel di Corgneto, frazione di Serravalle di Chienti. Primatisti in tutto, Gino ed Annita hanno deciso nei giorni scorsi d’anticipare il glorioso anniversario nella chiesa di san Michele Arcangelo dove si unirono in matrimonio il 29 settembre, il giorno del santo, laicamente celebrato dalla musica italiana nel titolo stesso di una celebre canzone scritta nel ’66 da Lucio Battisti. Nel 1949 la musica fu chiaramente diversa: non chitarre ma l’organo settecentesco costruito da Giovanni Fedeli, di radici veneziane nato a Corgneto, avo di Gino. Ancora gli accordi dell’antico organo, domenica scorsa, hanno costituito la cornice musicale della cerimonia affollatissima nella quale i due inossidabili coniugi hanno rinnovato la promessa d’amore. E mai come in questo caso l’aggettivo ‘eterno’ è apparso non troppo esagerato.

Sette decenni sotto lo stesso tetto, senza un litigio, signor Gino?
«Mai, praticamente. Abbiamo condiviso tutto, sacrifici e lavoro portando avanti la nostra azienda agricola, 15 ettari, dall’ampia produzione mista, dotata di una stalla che nel corso del tempo ha ospitato dagli ovini ai bovini».
Davvero mai?
«Qualche parola ci può essere stata, ma come tra due soci che si sono sempre fidati l’uno dell’altro. Mia moglie ha curato spesso la stalla, io il terreno e sopratutto l’orto, un vero giardino ora per forza di cose un po’ abbandonato. Io ed Annita siamo andati d’amore e d’accordo sin da bambini: le famiglie Fedeli e Carradori erano vicine ed amiche scambiandosi mutue prestazioni d’opera. La nostra ricetta? Volerci bene e condividere con la ‘fatica’ di ogni giorno, un sogno. Realizzato».
Dice Annita: «Fidanzati praticamente lo siamo stati sin da quando siamo nati, uno a distanza dell’altro di un solo anno. Predestinati. Mai avuto tempo per annoiarci. Gino a casa non ci stava mai..».
Gino: «Il più grosso cruccio, adesso? Quello di aver attaccato la patente di guida…al chiodo. Con la mia Panda, fino ad un anno fa, arrivavo dappertutto. Ma che tristezza, Camerino! A noi di Serravalle stavolta il terremoto per fortuna non ha fatto danni, non come nel ’97».
E’ un fiume in piena il 93enne Fedeli, ospite con la moglie da qualche tempo, dell’albergo-ristorante ‘Lieta sosta’ a Colfiorito, di proprietà del genero Dante Santoni, marito della figlia Rita, 66 anni: un altro esempio, questo, di vita felice e di lavoro comune coronato da successo. Con Dante e Rita, i figli Federica, 44 anni, appassionata fotografa naturalista (su Colfiorito anche un suo recente libro) Gionata, 37 e Gabriele, 31, sposato con Luisa a Spello. Gino ed Annita hanno avuto anche Giovanni, 63 anni: da lui, Dimitri che vive a Trevi con la moglie Giulia, e Greta. Da Dimitri (« la notte del terremoto, il 27 settembre 1997 per la paura si chiuse nell’armadio» ricorda sorridendo il nonno) ecco due anni fa Leonardo cui è stato imposto anche il nome di Gino.
Dice Fedeli, commosso: «A proposito di nomi. Mia figlia si chiama Rita per la mia devozione alla santa. Nell’agosto del 97 mi davano per spacciato all’ospedale di Ancona. Operato una prima volta, non volevo sostenere un secondo intervento di lì a breve. Preferivo morire. Poi mi apparve la Santa, acquistai fiducia e mi sottoposi ai ferri. Salvandomi. Andai a Cascia in pellegrinaggio». Quasi piange al ricordo, ugualmente turbata la figlia Rita. Che ogni pomeriggio da Colfiorito torna a Corgneto per prelevare i genitori che dormono in albergo per tornare la mattina dopo a casa. Un viaggio di ritorno quotidiano, ineluttabile. «A Corgneto abbiamo la casa e soprattutto cinque galline che ogni giorno ci fanno le uova» sottolineano i coniugi. Gino ogni tanto guida pure il trattore per qualche lavoretto nel suo prediletto ruolo da ortolano. Dice Federica: «Le uova sono naturalmente buonissime, ottime per i dolcetti…». Dante, il padre: «Ed anche per la pasta all’uovo!».

Gino e Annita al Lieta Sosta con la figlia Rita e il giornalista Maurizio Verdenelli

Un altro segreto della vostra vita felice?
«Il mangiare genuino: tutti prodotti della nostra terra».
Interviene Federica: «Ho ancora davanti agli occhi il monumentale frigorifero con la carne degli animali della stalla e del cortile. Vitelloni dalla carne squisita e pure tacchini che pesavano fino a 25 kg!».
L’amore per la zootecnica ha tuttavia giocato uno ‘scherzo’ a marito e moglie facendogli forse perdere l’appuntamento’ con la Storia. Cui si fecero trovarono pronti Celestino e Maria Albani, con i quali san Giovanni Paolo Il in una giornata indimenticabile del gennaio 98 bevve una tazza di té nel container. «Gli Albani abitavano proprio a fianco nostro, nella Casa detta ‘dell’Organaro'(dov’er appunto nato nel 1711 Giovanni Fedeli ndr) e dopo il terremoto avevano accettato di trasferirsi a Cesi. Anche noi eravamo destinati allo stesso percorso. Ma potevo lasciare i miei animali? Così mi diedero una casetta di legno vicino la stalla…e niente Cesi. Ma il Papa in ogni caso non ce lo siamo persi. Perché sull’altopiano quel giorno c’eravamo anche noi. Poi dai ripetuti racconti di Celestino e Maria, ci sembrò esserci stato con loro nel container con Giovanni Paolo II. In ogni caso, la sedia che ha ospitato il santo pontefice è da allora a Corgneto, reliquia preziosa custodita nella chiesa parrocchiale».
Cosa è cambiato dopo il sisma del 97?
Gino: «E’ accaduto quello che continua ad accadere tuttora. Lo spopolamento. A Corgneto c’erano 30 famiglie, ora sono rimaste due, compresa la nostra. Sono emigrati a Milano e Roma. Quando in estate tornano, i figli vogliano stare al mare e non in campagna».
Com’era la vita a Corgneto?
«Spesso arrivava gente da Colfiorito, a lungo anche dopo la guerra, poverissima con canne lunghe in cima ai quali c’erano recipienti fatti alla bell’e meglio con vincastri.. Ci chiedevano la cariità di riempirli con qualche pezzo di carne. Io, che avevo pure i maiali, non mi sottraevo».
Rita: «Mio padre, per tutta la sua vita a Corgneto è stato camerlengo, l’amministratore dei beni della parrocchia e della confraternita. Il sodalizio con don Cesare Grasselli (universalmente famoso nell’Italia del post sisma del 97 come ‘don Terremoto’) è stato lunghissimo e fraterno. Io stessa sono stata battezzata da don Cesare che ha poi benedetto le mie nozze. Mio padre era molto stimato dal parroco per correttezza e il rigore nei conti. Ancora oggi li provvede ad ogni scadenza fiscale: irpef, tributi comunali, assicurazioni e via elencando …».
Gino: «Don Mario Minnicucci, il successore di don Cesare, domenica scorsa in chiesa, mi ha elogiato. Da parte mia l’ho… perdonato per la distrazione dei fondi».
Cioè?
«Una volta voleva utilizzare per Cesi i soldi della nostra parrocchia. C’era un’opera urgente da fare, a Cesi. Giusto: ma perché con i soldi della nostra parrocchia? Mi sono opposto: i soldi di Corgneto devono servire per Corgneto».
Tentazioni sovraniste…(scherzo)?
«Per carità. A me piace la chiarezza. Così una volta ebbi la soddisfazione di ricevere le scuse dai contraenti riguardo ad un terreno della chiesa, che il notaio di Castelraimondo aveva rimandato a me. Mancava infatti il mio nulla osta come amministratore».
Ricorda Venanzo Ronchetti, il “sindaco del terremoto” (nella sua biografia, un libro andato a ruba, le foto sono di Federica Santoni): «Fedeli è proprio una brava persona! L’onestà fatta uomo. Quand’ero sindaco, lui rappresentava al meglio gli interessi della sua parrocchia e naturalmente del suo essere cittadino. Mai una lagnanza, mai una critica inappropriata. Sapeva quello che gli era legittimamente dovuto. Ha sempre chiesto il giusto mai di più, anche durante i terribili giorni del terremoto quando magari la tentazione di sovradichiarare poteva essere psicologicamente forte. Lui e la moglie sono stati un esempio per tutti».
A 93 anni, che bilancio fa, signor Fedeli?
«Abbiamo tribolato, ma ci abbiamo messo il cuore! Questo ci ha salvato l’anima e reso felici, me e la mia cara Annita».
Poi lancia sguardo pieno d’affetto alla donna che siede al suo fianco nella saletta della “Lieta Sosta”. Annita, per l’emozione, ha gli occhi rossi.



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