di Giancarlo Liuti
Il Natale, e non solo per motivi religiosi, è la festa più importante dell’anno, ma la Pasqua, e per le stesse ragioni, non gli è di meno. A Natale si celebra la nascita di Gesù, l’Uomo-Dio o il Dio-Uomo la cui vita terrena ha cambiato il mondo portandovi la presenza quasi fisica di suo Padre. A Pasqua, invece, si celebra la Risurrezione di Gesù nell’alto dei cieli, il suo ritorno, dopo la morte, a una sacra eternità. E anche questa vicenda – mi scuso di definirla banalmente così, ma non trovo parole capaci di esprimerne l’alto valore spirituale – lascia da secoli la sua impronta nella coscienza dei credenti e non soltanto nella loro. Se il Natale, infatti, ha il valore di un immenso annuncio, la Pasqua è la luminosa consacrazione di una natura divina.
Ma ora scendo di qualche gradino e parlo delle nostre cose terrene, fra le quali, a proposito della Pasqua, ve ne sono di vario segno. Il clima meteorologico della Pasqua, anzitutto, che inaugura la primavera e si annuncia con alberi fioriti, giornate più lunghe, liete passeggiate in campagna. Anche Leopardi amava la Pasqua , specialmente quella di Recanati, e nel 1826 scrisse da Roma alla sorella Paolina una lettera piena di malinconia: “Salutami il curato e don Vincenzo e dà loro a mio nome la Buona Pasqua, che io passerò senza uovi tosti , senza crescia e senza un segno di solennità”. Due anni più tardi, sempre da Roma e sempre a Paolina: “Vi raccomando quelle povere uova toste, che non le strapazziate, quest’anno. Mangiatevele senza farle patire, e non siano troppe”. Che a Leopardi piacesse la buona cucina e in particolare le “uova toste”, cioè passate nell’acqua bollente, lo sapevamo da sempre. Ma di quale “crescia” parlava, il nostro immortale poeta? Per l’appunto di quella pasquale: “Se ne fanno di due specie – spiegava in una lettera a un nobiluomo romano– una dolce e una infarcita di cacio pecorino e pepe, ma per mandarla giù bisogna innaffiarla con qualche boccale di vino”. E non è curioso, questo Leopardi gastronomo?
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Sì, è curioso. Come curioso è il fatto che, ad appena 12 anni, fra i primi suoi versi compose una poesia dedicata alla minestra che detestava, ma che gli toccava mangiare ogni santo giorno.
A MORTE LE MINESTRA
Metti, o canora musa, in moto l’Elicona
e la tua cetra cinga d’alloro una corona.
Non già d’Eroi tu devi, o degli Dei cantare
ma solo la Minestra d’ingiurie caricare.
Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l’oggetto,
e dirti abominevole mi porta gran diletto.
O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!
Cibo negletto e vile, degno d’umil villano!
Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti;
ma il diletto è degno d’uomini invero poco accorti!
Or dunque esser bisogna morti per goder poi
di questi benefici, che sol si dicon tuoi?
Non v’è niente pei vivi? Si! Mi risponde ognuno;
or via su me lo mostri, se puote qualcheduno;
ma zitti! Che incomincia furioso un tale a dire;
ma presto restiamo attenti, e cheti per sentire:
“Chi potrà dire vile un cibo delicato,
che spesso è il sol ristoro di un povero malato?”
È ver, ma chi desideri, grazie al cielo, esser sano
deve lasciar tal cibo a un povero malsano!
Piccola seccatura vi sembra ogni mattina
dover trangugiare la “cara minestrina”?
Grande è la confusione nel Nuovo Testamento:
Secondo il racconto biblico (vangeli e Atti degli Apostoli ) Gesù salì al cielo con il suo corpo, alla presenza dei suoi apostoli, per unirsi fisicamente al Padre, per non comparire più sulla Terra fino alla sua Seconda venuta (parusìa).
Il resoconto dell’ascensione di Gesù, pur essendo uno degli eventi centrali del cristianesimo, è riportato solo dal Vangelo secondo Luca e dagli Atti degli Apostoli. I due testi, però, si contraddicono sul tempo dell’evento stesso: il medesimo giorno della Risurrezione per il Vangelo secondo Luca o dopo 40 giorni dalla stessa secondo gli Atti degli Apostoli. Il Vangelo secondo Giovanni e il Vangelo secondo Matteo, così come tutte le lettere canoniche, non danno invece alcun tipo di resoconto dell’ascensione di Gesù, mentre il Vangelo secondo Marco ne fa un breve e vago accenno in uno dei versetti finali aggiunti a posteriori e non presenti nella versione originale, la cosiddetta “Finale lunga di Marco”.
I vangeli non si dilungano molto su tale episodio. Marco scrive:
« Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di D.io. » (Marco 16,19)
Questo passo del Vangelo secondo Marco – come comunemente accettato tra gli studiosi, anche cristiani – è, però, un’aggiunta successiva dei copisti, insieme ai versetti dal 9 al 20 del capitolo 16, in quanto nei manoscritti più antichi non sono presenti ma il vangelo finisce invece con il versetto 8: “Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.” (Mc16,8). Il Vangelo di Marco, quindi, termina senza citare alcuna apparizione di Gesù risorto e con le donne che non parlano a nessuno del sepolcro vuoto; in seguito, qualche copista aggiunse questo finale, in linea con gli altri vangeli e di questa aggiunta, diversa nello stile dal resto del vangelo, esistono almeno nove versioni.
Luca, un po’ meno stringatamente:
« Poi [Gesù] li condusse fuori [i discepoli] verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando D.io. » (Luca 24,50-53)
Giovanni conclude il suo Vangelo con un’apparizione di Gesù in Galilea, ma parla precedentemente dell’ascensione in maniera indiretta, riportando una testimonianza di Maria Maddalena per cui non era necessario che lei lo trattenesse perché il momento della sua Ascensione, quaranta giorni dopo, non era ancora venuto ed avrebbero avuto ancora tempo:
« Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al D.io mio e D.io vostro”»
Dopo i commenti di due ‘mostri sacri’ di CM corre anche a me l’obbligo di intervenire.
Anzitutto mi preme dire che curiosamente il produttore della famosa porchetta di Ariccia si chiama Leopardi (srl).
In secondo luogo faccio presente al dr. Liuti che individuando 2 soli giorni sacri (diciamo anche 4, includendo S. Stefano, 26 dicembre e il lunedì di Pasquetta), autorizza implicitamente e surrettiziamente i politici tutti a fare il comodo loro nei restanti 361 giorni (362 negli anni bisestili). E non va bene.
Buona Pasqua e Pasquetta.
poi i nipotini di Amleto minimizzano un po’ troppo…
https://www.cornaccemaceratesi.it/macerata-selfie-con-gesu-alla-processione-denunciato-turista-danese-ubriaco/