Terremoto occasione di riscatto?
Esempio clamoroso nel sisma 1693
TRA ATTUALITA' E STORIA - Ma quel clima che si era creato tre secoli fa di rinnovamento culturale e architettonico con criteri antisismici non lo vediamo nelle Marche di oggi. C’è solo tanta fretta di avviare la ricostruzione leggera senza pensare alla microzonazione sismica. Perché una volta tanto non “volare alti” con una ricostruzione sicura come in Giappone? Ci è stato sempre detto che “i soldi ci sono” e allora spendiamoli per una finalità alta
di Ugo Bellesi
Fin da quando sono cominciate ad arrivare nei territori del sisma le maggiori autorità istituzionali si è sentito sempre più frequentemente ripetere la frase: “Bisogna tramutare il terremoto in occasione di sviluppo”. Frase che viene ripetuta ancora oggi nei convegni, negli incontri di esperti, nelle riunioni in cui si discute di ricostruzione. Perché questa volontà di riscatto non rimanga una pura velleità siamo andati alla ricerca di un qualche terremoto del passato in cui questa rinascita è avvenuta realmente. La fortuna ha voluto che abbiamo incontrato su “Metropolis” una interessante relazione della prof.ssa Lucia Trigilia, laureata in architettura all’università di Firenze, la quale, descrive con queste frasi la ricostruzione di un territorio avvenuta dopo un terribile sisma: “Si sperimenta una cultura progettuale avanzata che pone il territorio all’avanguardia rispetto ad altre aree…Per effetto del sisma si è determinata una diversificazione di situazioni che si presentano ciascuna per la propria specificità, pur afferendo ad un comune contesto geo-culturale, politico e sociale…Si è prodotto un interessante meccanismo di rinnovamento architettonico e urbanistico su grande scala altrimenti impensabile…La ricostruzione del sisma si è configurata pertanto come programma di rinnovamento “partecipato”, cui hanno contribuito architetti, maestranze, committenze e cittadini delle diverse classi sociali…L’occasione che si presenta in seguito al sisma consente di realizzare audaci riconfigurazioni, addirittura la rifondazione di alcune città in un sito diverso dall’originario…Numerosi sono i protagonisti del volto nuovo delle tante città ricostruite o rifondate: architetti, ingegneri, capimastri, artigiani, in gran parte poco noti o addirittura anonimi, ma che partecipano con le loro diversificate specializzazioni al rinnovamento edilizio in misura non minore dei più noti architetti”.
Dopo aver accennato alla “grande azione di Stato e forte capacità organizzativa” la prof.ssa Trigilia sottolinea che in quella occasione si è sviluppata una “nuova cultura antisismica” per cui la modernizzazione vaniva intesa in senso “antisismico” abbassando l‘altezza degli edifici e puntando ad allargare le strade, con ampie piazze, sviluppando anche l’utilizzo di volte finte (“incannucciate”) per gli edifici storici, il ricorso ad un più ampio spessore murario nelle costruzioni con l’impiego di poderosi pilastri. Anche nelle chiese si ricorre “all’orditura in legno delle volte e delle capriate per la copertura”. Si calcola che siano stati attivati circa mille cantieri. Purtroppo noi oggi nelle zone terremotate questo fermento non lo troviamo. Questa voglia di rinnovamento non c’è. Questa cultura di fare meglio del passato e di creare edifici antisismici non la vediamo. Ma troviamo soltanto i solleciti a far partire la ricostruzione leggera. “E’ necessario accelerare la ricostruzione leggera – invoca il commissario Paola De Micheli – i cittadini che hanno immobili con danni lievi e quindi classificati come B, devono presentare le domande perché siamo nelle condizioni di far partire la ricostruzione!”. “Come faccio a presentare domanda – ci dice un terremotato – se tutto intorno al mio fabbricato ci sono le macerie di altri edifici? Come posso azzardarmi a far sistemare le piccole lesioni se apprendo che in un sondaggio fatto a cento metri dalla mia casa hanno raggiunto il terreno solido dopo 25/30 metri? Facendo la microzonazione sismica sotto il mio fabbricato potrebbe succedere che mi dicano che è meglio abbattere l’edificio perché non sicuro. E’ possibile chiudere le fessure senza sapere se le fondamenta sono solide? Posso far sistemare la casa pensando di lasciare ai miei figli un’abitazione col timore che al prossimo terremoto crollerà al suolo?”
Si dirà che i criteri di massima per ricostruire ci sono. Sono come quelli del sisma del ’97? L’ing. Paolo Brutti, in una nota di commento ad un nostro precedente intervento, ricorda che “Il Genio civile di Macerata, per mera interpretazione della legge antisismica, ha per anni imposto nei lavori di ristrutturazione la copertura in calcestruzzo armato anche di case di vecchia edificazione, impostazione che ha provocato risultati deleteri”. E infatti in occasione dell’ultimo terremoto molte case sono rimaste schiacciate sotto il peso del tetto. Quanto è lontano il “nostro” rinnovamento da quello descritto dalla prof.ssa Trigilia? Quanto erano più avvedute le autorità di quel tempo rispetto alle attuali? E’ possibile che la nostra società anziché progredire sia andata tanto indietro? Eppure ci vantiamo delle tante scoperte scientifiche, dei mezzi tecnici sofisticati a nostra disposizione, di strumenti di calcolo estremamente precisi. Tutto questo non conta nulla?
Queste domande diventano ancora più angoscianti se ci rendiamo conto che il terremoto e la ricostruzione di cui parla la Trigilia risalgono al lontanissimo 1693. E non riguardano un’area metropolitana ma una zona che allora poteva definirsi marginale. Era infatti la Val di Noto in Sicilia che allora faceva parte dell’impero spagnolo (e la Spagna abbandonò l’isola nel 1713). Quindi è stato un vicerè spagnolo a dare il via al rinnovamento con “grande azione di stato e forte capacità organizzativa” come scrive la Trigilia. Ma il vicerè da solo non avrebbe fatto nulla se non ci fosse stato un “programma di rinnovamento partecipato cui hanno contribuito architetti, maestranze, committenze e cittadini delle diverse classi sociali”. Quel terremoto provocò, secondo alcune fonti, 93mila morti e la distruzione di 60 città alcune delle quali quasi completamente rase al suolo. Noi nelle Marche non abbiamo il vicerè ma abbiamo uno Stato che si è impegnato alla ricostruzione, ma pensando forse solo ad una operazione di facciata, e non “come occasione di sviluppo” come era stato promesso. Ora nessuno pretende che la Valnerina, Camerino e tutte le altre località delle Marche (come quelle delle altre regioni terremotate del centro Italia) diventino come la Val di Noto “Patrimonio dell’umanità Unesco”, ma che almeno diventino un esempio di ricostruzione antisismica questo è il minimo che si possa chiedere. Se facciamo il confronto tra il 1693 (quando non c’era neppure il telefono) e il 2017 (con tutti gli strumenti e la tecnologia possibile e immaginabile) perché non pretendere che gli edifici, vecchi e nuovi, siano a prova di terremoto come in Giappone?
E’ stato sempre detto che i soldi ci sono? E allora è giunto il momento di dimostrarlo, altrimenti era una balla per illudere i terremotati e i loro sindaci. Costruire edifici antisismici significa anche attirare investimenti, far ripartire l’economia, incentivare il turismo. Se invece si rinuncia a fare la microzonazione (il finanziamento iniziale di tre milioni non è aumento di un euro quando occorrerebbero 30/40 milioni), e se si dà il via alla ricostruzione leggera, quella con danni lievi riparabili chiudendo soltanto le fessurazioni senza guardare le fondamenta, allora significa che questo territorio è stato condannato alla desertificazione. Infatti chi ritornerà in case ricostruite alla meglio, cioè senza garanzie antisismiche? Se lo farà sarà a suo rischio e pericolo. Tra le promesse dei politici si era parlato anche di banda larga ed invece sta partendo l’operazione di Poste italiane che prevede la chiusura, in provincia di Macerata, entro il 2019, di 52 uffici postali dei quali moltissimi nei Comuni terremotati mentre il sindaco di Cingoli, Filippo Saltamartini sottolinea che nel Cingolano “abbiamo ancora zone scoperte per la telefonia e per internet”. E aggiunge: “Siamo all’anno zero, per interventi su edifici pubblici e i servizi più elementari. Anzi la Regione ha pensato di chiudere nel nostro ospedale il punto di primo intervento e il punto prelievi”. Ancora più polemico il commento del sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci: “La desertificazione è in atto ed è inutile nasconderlo. La si potrà fermare solo portando la gente e soprattutto il lavoro. Servirebbero anche dei vantaggi fiscali che agevolino le persone a rimanere nelle nostre terre e che darebbero una spinta per far vivere le zone montane. I vantaggi fiscali però non possono essere estesi a 140 Comuni, che raggruppano 580mila abitanti, quando i Comuni catastroficamente colpiti sono solo qualche decina che al più comprendono 20mila abitanti circa. Dobbiamo trattare le nostre attività produttive alla pari di quelle che vogliono venire ad aprire nei nostri territori, altrimenti faremo un ulteriore danno, causando discriminazioni. Le regole per chi vuole dare lavoro devono essere uguali per tutti. Solo così rinascerà la montagna”.





«I sogni son desideri di felicità. Nel sogno non hai pensieri, ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà. Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente, e il sogno realtà diverrà.»
(Cinderella Disney)
mettere a confronto gli Asburgo e i piddicoli? non si pole, non si pole, non si pole…
D’altra parte gli Asburgo di Spagna sono estinti, però c’è il fidanzato della Santanchè che passa per essere un Asburgo-Lorena, un domani lo si potrebbe fare commissario alla ricostruzione.
Qui a Piacenza corre voce che a Paola De Micheli la Lorena Asburgo stia parecchio sui maroni…
Patrimonio dell’Umanita dell’Unesco no, ma patrimonio dell’umanità che vuole ritornare sui luoghi terremotati si Perdio!!!!