Caso Moretti, l’Ordine dei medici:
“I colleghi agirono per il suo bene”
MONTE SAN GIUSTO - Il presidente Americo Sbriccoli interviene sul caso del sangiustese curato per metastasi che, in realtà, erano angiomi: "Per le sofferenze patite ci sono i risarcimenti, ma è ingiusto il clamore e la pubblicità per colleghi che hanno agito ottenendo la sopravvivenza del paziente"
Sulla vicenda di Emilio Moretti (leggi l’articolo), il 56enne di Monte San Giusto che ha protestato – esponendo anche dei cartelli all’interno dell’ospedale di Macerata – per essere stato curato per cinque anni con cicli di chemioterapia per metastati che in realtà non c’erano, interviente Americo Sbriccoli, presidente dell’Ordine dei medici. “Il signor Moretti accusa i medici dell’ospedale di Macerata per averlo curato troppo – dice Sbriccoli -, facendogli le Curette inutili: che batoste! Le metastasi epatiche non c’erano! Evidentemente egli è convinto di avere avuto due malattie. La prima: un brutto male a carico di un rene guarito chirurgicamente. La seconda: le cosiddette metastasi epatiche trattate con 5 anni di chemioterapia.
Pertanto, quando poi è venuto fuori che nel fegato non c’erano metastasi ma solo innocenti angiomi, ha ritenuto che le sofferenze patite per la “chemio” gli erano state inflitte inutilmente, e quindi denuncia i medici colpevoli. Se e quanto i medici siano colpevoli lo diranno i giudici, ma oggi invito tutti alla seguente considerazione: il signor Moretti ha avuto una sola malattia: la neoplasia di un rene, trattata con l’asportazione chirurgica dell’organo colpito. Ma c’è sempre il rischio che, col tempo, possano capitare due cose: che la malattia si ripresenti in situ (la recidiva) e che essa si diffonda in altre sedi (le metastasi). La prima cosa da fare, se possibile, è l’asportazione chirurgica radicale, ma il bravo medico considera sempre la possibilità di consolidare la guarigione con successivi interventi, in loco (la radio-terapia), o in via generale, con i farmaci antiblastici (la chemioterapia), sempre tenendo conto del fatto che in questi casi non si parla mai di guarigione ma di sopravvivenza, che si auspica illimitata. Nel nostro caso, il risultato, in termini di sopravvivenza dovrebbe indurre più alla soddisfazione che all’indignazione. Per il problema delle sofferenze inutilmente patite,ci sono i risarcimenti ed è giustissimo pretenderli, ma sono questioni private, da mantenere nel giusto e dignitoso riserbo.
Trovo molto triste ed assolutamente ingiusto il clamore e la pubblicità dati ad una presunzione di colpa grave per colleghi che invece, in buona fede, hanno agito solo e sempre per il bene del paziente, oltretutto ottenendo il risultato di una sopravvivenza che sta passando dalla categoria dell’ottimo a quella dell’eccezionale”.

