Giampaolo Proietti, l’ultimo cavaliere

L'uomo che fece la storia dello Sferisterio insieme con Carlo Perucci sarà ricordato venerdì 13 (ore 18.45, al 'Venanzetti') a Macerata a dieci anni dalla sua scomparsa. Un messaggio della moglie, Patrizia Carosi: “Il nome di Micio è scolpito nell'Arena”
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Micio-Proietti (1)di Maurizio Verdenelli

(Foto Archivio Andrea Francalancia e Patrizia Carosi) 

In quell’estate (di grazia) del 1983, lo Sferisterio aveva chiuso con un attivo di 80 milioni di lire. Non sarebbe più accaduto, come arcinoto, nella storia del glorioso teatro all’aperto maceratese. Chiamato in extremis a dirigere il celebre ”Petruzzelli’ di Bari, Carlo Perucci, il peso e la responsabilità di quella stagione lirica (messa repentinamente a rischio per tanta assenza) era finita sulle capaci spalle di Giampaolo Proietti. Che, anni prima, era stato inviato da Mario del Monaco a Macerata per un ‘sopralluogo’, dopo l’invito che gli era stato rivolto dallo stesso Perucci ad inaugurare una delle primissime ‘stagioni’ con il suo cavallo di battaglia: Otello. Da allora l’umbro Giampaolo, detto Micio per il fascino irresistibile dei suoi occhi, non avrebbe più lasciato Macerata, la città del suo eterno ritorno. Il leggendario seduttore sarebbe stato sedotto dall’incerto fascino di un capoluogo che gli ricordava da vicino, la sua amatissima Spoleto così come Sarnano, il bellissimo ‘borgo’ dei suoi ultimi anni, gli ricordava per radici storiche la sua casa (“Eravamo sotto la stessa Abbazia, quella di Chiaravalle di Fiastra”). Per le comuni radici umbre, mi aveva eletto confidente ed amico personalissimo. Grazie a lui avevo realizzato uno scoop mondiale rivelando in anticipo come nella ‘Boheme’ di Ken Russell (strettissimo il legame che li univa) Mimì sarebbe morta per overdose. Micio poi mi teneva al corrente di tutti i segreti della scena internazionale che l’aveva visto ‘principe’ amato, ammirato e, qualche tempo prima, pure temuto.

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Tosca, 1973, Carlo Perucci e Giampaolo Proietti

In quell’ottobre dell’82 ero dunque con lui nell’appartamento istoriatissimo al piano nobile di palazzo Costa che lui ‘sovranamente’ occupava quando scendendo lungo la scalinata si soffermò ad aprire la sua cassetta postale, strapiena di posta. Fra tante buste, una dello Sferisterio. Conteneva il compenso per la sua opera di direttore artistico. Importo: 7 milioni di lire, 3.500 euro di oggi. Micio osservò l’assegno con sereno distacco, senza cessare per un attimo di aspirare dalla sigaretta ‘assisa’ nel bellissimo bocchino di corno che contraddistingueva ormai il suo stesso profilo. Senza dir motto, infilò il ‘misero’ assegno nel taschino. ‘Ma come? Così poco?’ provai a protestare per lui “Hai salvato una stagione che non doveva partire e per di più con un attivo di cassa?”. Mi guardò, senza rispondere. Noblesse obblige. Io mi sentii di reclamare per lui con Davide Calise che facendo segni in aria dribblò sostanzialmente l’interrogativo…Altri tempi!
Domani sera, ore 19, al gran Caffè Venanzetti (che lui sommamente prediligeva) gli amici ricorderanno, a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, questo inimitabile ‘principe della scena’. Amici di una vita come Vince Tempera, Renato Bruson, Josè Carreras, Lorenzo Bavaj e il direttore degli allestimenti scenici della Scala di Milano, il maceratese Franco Malgrande hanno inviato messaggi, cantanti come Ettore Nova, Ambra Vespasiani, il poeta Danilo Tomassetti che domenica 15 a Cupra Marittima inaugura l’annuale manifestazione ‘I Ludi del bambino creativo’ nel nome di Giampaolo Proietti. E’ stato invitato il direttore artistico dello Sferisterio Francesco Micheli che ai ‘patres’ dell’Arena dedicherà un museo online.
Non potrà essere presente la famiglia, la moglie Patrizia Carosi (vicequestore a Lecco) e l’adorato figlio Gian Francesco. Patrizia, dieci anni fa, mi inviò un personale ricordo del marito. Bellissimo e mai pubblicato. Pensiamo che sia giunto il momento perché questa testimonianza è ancora prepotentemente attuale.

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“Micio” Proietti con Raina Kabaiwaska (Boheme 1977)

Patrizia Carosi, la moglie: “Rinunciò alla direzione di una prestigiosa casa discografica per assistere il  padre malato”. 

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XII Concorso Beniamino Gigli 1974, premiazione allo Sferisterio,1974, David Calise e Giampaolo Proietti

“In tutto quel parlare di lirica e di storia dello Sferisterio, in tutti questi anni non è mai stato fatto, neppure per citazione fugace, il nome di quel Micio che pure sembra scolpito in quell’Arena. Dal buon Carlo Perucci all’ultimo macchinista e musicista tutti ricorrevano a lui per qualsiasi problema sorgesse: dal più piccolo problema tecnico alle bizze dei grandi artisti che anche per lui venivano a Macerata. Sapeva come prendere ognuno di loro, con i suoi modi solo apparentemente burberi, ma capace di slanci di generosità fuori dal comune e poco comprensibili in un mondo, quello dello spettacolo, così tanto interessato e superficiale. Ha tenuto a bottega quelli di cui oggi si legge sui giornali che, ricordo, lo seguivano come cagnolini per l’arena, dove non stava mai fermo, con l’eterna sigaretta in bocca. Ha sistemato e presentato generazioni di musicisti, consigliato un numero infinito di artisti lirici, per il solo piacere di farlo. Nessuno di questi gli ha reso omaggio. Non si è arricchito Micio con il teatro. Ricordo che lo stipendio che percepiva negli anni dei fasti dello Sferisterio (ridicole le cifre rispetto a quelle di oggi) non gli copriva neppure le cene che offriva di tasca sua ad artisti, giornalisti, pr. Lavorava nei teatri di tutto il mondo, ma d’estate tornava a Macerata. Salvò letteralmente una stagione che avrebbe dovuto essere annullata e ne fece un trionfo.
Capacità professionali ne aveva da vendere: amava la tradizione ma era pronto a rischiare con l’innovazione, e lo dimostrò con La Boheme di Ken Russell. Troppo spesso lo si ricorda perché era braccio destro dell’uno o dell’altro; in realtà è stato un vero protagonista dello spettacolo che poteva brillare di luce propria. Tuttavia per lui non chiedeva nulla, aspettava che altri glielo riconoscessero. Certo non aveva un carattere docile o facile, questo lo so bene. Non era affatto docile con politici ed amministratori perché, diceva, teatro e politica non vanno d’accordo. Eppure nei tempi d’oro, lo cercavano tutti. Tutti passavano per casa sua e nessuno ne usciva a mani vuote perché la sua generosità era leggendaria e aveva sempre qualche pergamena, qualche stampa, qualche libro antico per ciascuno. Pochi sanno che, apprezzatissimo direttore commerciale di una Casa discografica, si licenziò per assistere il papà malato. Così come rinunciò a vivere all’estero per non staccarsi dall’amatissimo figlio. Uomo di cultura cosmopolita e poliedrica, emanava un fascino d’altri tempi quando intratteneva su arte e storia, e si trovava a suo agio come un consumato ricercatore in biblioteca in mezzo ma volumi polverosi e scritte indecifrabili. Dopo i fasti e gli onori, si era tirato un po’ in disparte, vivendo con dignità e stile le amarezze che gli aveva procurato quel mondo che era tutta la sua vita. Le sue capacità professionali forse potrebbero confondersi con quelle di chissà quanti altri ma non il suo inimitabile stile e la sua infinita passione per il teatro, che, da parte sua ha davvero e al solito la memoria corta”.



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