“Il crogiuolo” di Arthur Miller, un dramma al Lauro Rossi
LA RECENSIONE - Il tema delle "streghe", sempre attuale, messo in scena con un'ottima performance dell'intero cast della Compagnia folignante. Elegante e severa la scenografia di Goffredo Strappini
di Walter Cortella
La fase competitiva del 45° Festival Macerata Teatro ha preso l’avvio con l’esibizione della Compagnia Al Castello di Foligno che ha messo in scena Il crogiuolo di Arthur Miller, con la regia di Claudio Pesaresi. L’opera, considerata ormai un classico moderno, debuttò a Broadway agli inizi del 1953 e da allora è presente nei cartelloni di molte stagioni teatrali. La vicenda è ambientata sul finire del XVII secolo a Salem, piccolo villaggio del Massachusetts, e prende spunto da un episodio realmente accaduto e ampiamente documentato negli archivi storici, la cosiddetta caccia alle streghe. Un episodio che mette in evidenza la straordinaria forza negativa della suggestione di massa, capace di far apparire come vera un’affermazione falsa. La menzogna ha la capacità di diffondersi con grande rapidità e forza prodigiosa e a nulla vale il buon senso: essa esalta le folle e le conduce sulla strada dell’irrazionalità. Gli individui, perduto completamente il lume della ragione, finiscono per compiere atti di assurda e inaudita violenza. È sufficiente propalare la notizia che una persona è in rapporto col Maligno per caricare la molla della suggestione collettiva. A quel punto tutti «vedono» il Male dappertutto e la dilazione si propaga in un baleno. Non si ha più riguardo per nessuno e ognuno è pronto a denunciare anche il proprio fratello. È una piaga di portata universale. In ogni epoca l’essere umano ne è stato vittima, attiva o passiva. Basti pensare, per parlare solo del nostro tempo, alle tragiche conseguenze dello stalking. 
La vittima, perseguitata e molestata da estranei ma ancor più spesso da amici o parenti, cade in un pericoloso stato di ansia e di paura, che pregiudica il normale svolgimento della sua vita quotidiana e che non di rado la porta al suicidio. Così si spiega il successo teatrale di questa pièce la cui tematica è sempre di grande attualità. Ne Il crogiuolo di Miller tutto nasce da un’accusa infondata di stregoneria: Mary Warren (Daria Virginia Massi) è la serva di John Proctor (Maurizio Torti), col quale ha una relazione ma, una volta ripudiata dall’uomo, lancia per vendetta la tremenda accusa nei confronti della moglie Elisabeth (Marika Sacripanti). La menzogna, sostenuta da un gruppetto di ragazze esaltate, tra cui la figlia e la nipote del reverendo Parris, si diffonde immediatamente fino ad assumere la dimensione di fenomeno di massa. Ogni abitante del villaggio è vittima della suggestione e molte persone sono colpite dall’accusa di stregoneria. Intervengono le autorità religiose, si istituisce un tribunale speciale per debellare il pericoloso fenomeno. Ma i processi sono condotti con una logica ribaltata: l’innocente deve dimostrare la propria innocenza, altrimenti è colpevole e destinato alla forca. Nihil sub sole novum dicevano i latini, ma purtroppo il detto è valido ancora oggi. Molti degli accusati in quel famoso processo del 1692 sottoscrissero il falso asserendo di aver visto realmente il Maligno. Così facendo conferivano valore legale alle esecuzioni delle «streghe» e nel contempo salvavano la propria pelle. John Proctor, anch’egli accusato di contatti diabolici, tentenna: firmando la dichiarazione eviterebbe la forca per sé ma non per la moglie, condannata a morte dal tribunale.
A tutela dei propri figli, che la collettività bollerebbe come figli di uno spergiuro, sceglie con coraggio la via del patibolo, riabilitandosi così agli occhi della moglie. L’opera di Miller ha tutti gli ingredienti per appassionare lo spettatore: dalle urla disumane di Tituba, la schiava invasata, al dolore di Elisabeth; dai processi sommari, alla paura della forca, al pregiudizio che uccide. Il drammaturgo la scrisse in pieno maccartismo, fenomeno politico americano degli anni ’50, quando le autorità governative, spinte dal senatore repubblicano Joseph McCarthy, si misero sulle tracce di simpatizzanti del comunismo sovietico, come segugi assetati di sangue. Vittime illustri di quella «caccia» senza quartiere furono i coniugi Julius e Ethel Rosenberg, condannati alla sedia elettrica per attività filocomunista. Lo spettacolo messo in scena da Claudio Pesaresi risveglia forti emozioni e stimola profonde riflessioni nello spettatore ed è di altissimo livello artistico, sotto tutti i profili.
Ottima la performance dell’intero cast, caratterizzato da una recitazione sempre misurata e «pulita». Una particolare segnalazione meritano i tre interpreti sopra citati per aver saputo conferire credibilità ai loro personaggi. Ad essi vorrei aggiungere Giuseppe Rafoni (il rev.Parris), Luana Brozzetti (Abigail Williams, sua nipote) e Nazareno Martinelli (il giudice Hathorne). Sempre ben coordinato il movimento corporeo delle «streghe bambine». Elegante e severa la scenografia di Goffredo Strappini, non legata ad una precisa collocazione spazio-temporale. Appropriati i costumi di Rossana Franceschini che ci riportano al tempo del processo e le musiche di Ennio Morricone e Jean Sibelius, capaci di evocare la giusta atmosfera. Con questo pregevole allestimento, la Compagnia folignate, guidata da un regista di grande valore e apprezzato dal pubblico maceratese, conferma di essere una delle più preparate formazioni nel ricco panorama del teatro amatoriale italiano.
(Foto di Renzo Re)
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Una sola precisazione: John Proctor la relazione l’aveva con Abigail e non con Mary Warren. E’ Abigail stessa a far scaturire tutto il meccanismo che avrebbe dovuto portare all’eliminazione di Elizabeth, allo scopo di aver poi strada libera con il suo amante pentito.