L’antipolitica
e la democrazia

Molte cose vanno cambiate, ma attenti al demonio dell’abbasso tutto e tutti. Cittadella o Fortezza?
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

  Due cifre: 20.000 e 5.000 euro. Esse si riferiscono allo stipendio mensile dei nostri parlamentari. Qual è la vera? Non si riesce a saperlo perché le fonti sono diverse e ognuna tira fuori i calcoli suoi. Eppure si tratta di un dato che dovrebbe essere ufficiale, pubblico, univoco. Altre due cifre: 1.800.000 e 900.000 euro. Esse riguardano il valore dell’area di Fontescodella che il Comune di Macerata avrebbe dovuto acquistare per farvi sorgere la Cittadella dello Sport. Qual è la valutazione più aderente alla realtà economica di quella zona? Mistero anche qui. Il mercato, certo, ha le sue variabili, ma la differenza è così enorme da suscitare perplessità sui tempi, sui modi, sugli uffici, sulle persone. E, nonostante il pur civile confronto dell’altra sera fra il Pd e Cm, il tema resta nel vago, nell’opinabile, nel discrezionale. Alle precise domande di Cm, infatti, il Pd ha preferito glissare. Il che era prevedibile, specie se si pensa ai vacillanti equilibri fra Carancini e la sua maggioranza. Pietra sopra? Forse è meglio così. Ma la città, che giustamente vorrebbe una parola di chiarezza, rimane sconcertata e disorientata. In entrambi i casi, insomma, la politica tende a sovvertire quel principio logico che da millenni regge il rapporto numerico fra tutte le cose, il principio secondo il quale l’aritmetica non è un’opinione.

Ha dunque ragione l’antipolitica alla Beppe Grillo? Dico subito che non la penso affatto così. Vero è che questo fenomeno sta ottenendo adesioni sempre più vaste fra la gente e la causa sta nel giudizio negativo – non infondato – che l’opinione pubblica si è fatta della politica come essa è praticata ad ogni livello dai suoi esponenti, accusati di essersi barricati in una sorta di casta dove prevalgono l’interesse personale e il privilegio. Ma se questa è la causa dell’antipolitica, occorre anche chiedersi qual è la causa del degrado della politica. Indagare, cioè, sulla causa della causa.

  Se lo scopo dell’antipolitica è di mettere in luce i gravi difetti della politica, denunciarli, condannarli e tentare di correggerli, i fatti purtroppo dimostrano che più l’antipolitica cresce più la qualità della politica diminuisce. Ma allora, se il malato si aggrava, la colpa può anche essere del medico che sbaglia la cura. Perciò bisogna cominciare a pensare che la causa del degrado della politica stia pure nell’antipolitica, ossia in quel suo confuso e rabbioso sentimento per cui tutti i partiti dovrebbero scomparire, tutti i politici dovrebbero andarsene a casa e le redini dell’Italia o non dovrebbe tenerle nessuno o bisognerebbe lasciarle nelle mani della società civile, imprenditori, commercianti, avvocati, professori, architetti, ingegneri, giornalisti, cantanti, top model, commissari prefettizi e appartenenti ad associazioni di categoria, corporazioni e logge. Ma neanche questo basterebbe, perché appena uno di loro sale, per così dire, al potere, l’antipolitica aggredisce pure lui, come dimostrano le quotidiane sparate contro il premier Mario Monti, i suoi ministri e i suoi sottosegretari.

 Abbasso tutti, insomma, anche se non sono tutti uguali e anche se fra i partiti – e all’interno di essi – vi sono non trascurabili differenze di idee e di comportamenti. A una domanda del Censis sul dovere di rispettare le leggi, il 91 per cento degli italiani ha risposto che ciascuno deve regolarsi secondo la propria coscienza, con tanti saluti a quel pilastro della coesione sociale che è il principio di legalità. Ecco uno degli effetti dell’antipolitica, che di questo passo si avvia a cambiare natura e rischia di diventare l’antidemocrazia o addirittura l’antisocietà. La conferma, del resto, ci viene anche da una buona parte dei commenti (ne difendo, sia chiaro, la pubblicazione) che appaiono in calce agli articoli di Cm, dai quali traspare che le cose andrebbero molto meglio se i politici – maggioranza e opposizione, non fa differenza – si dimettessero in blocco. Sostituiti da chi? L’antipolitica non lo dice, lasciando credere che il suo scopo sia di abolire la politica tout court. Ma è possibile che una comunità nazionale, regionale o cittadina si regga senza una qualsiasi politica e senza un qualsiasi gruppo di persone che la gestisca? No, non è possibile. E allora?

  Come ha detto il presidente Napolitano, anche l’antipolitica sta assumendo il ruolo di forza politica. Cieca, rabbiosa, istintiva. E, intendiamoci, non priva di buone ragioni. Ma qual è la politica dell’antipolitica? Giusta, se si batte per il cambiamento. Molto, infatti, va cambiato, soprattutto per restituire vigore al semispento concetto di bene comune, al latitante senso di civile responsabilità delle classi dirigenti, all’urgenza di un po’ di decoro nei loro comportamenti e nei loro appetiti. Ma cambiare in che modo, con che cosa, con chi, con quali scelte, secondo quali progetti? L’antipolitica non lo dice. Non lo sa o non si preoccupa di saperlo. L’antipolitica, in definitiva, non ha una politica. Ma abbaiare alla luna, far d’ogni erba un fascio e non avere una prospettiva, una direzione e un programma non favorisce la crescita della democrazia. Al contrario, ne favorisce il declino.

  Vediamo ora cosa fa la politica per difendersi da un così insidioso tsunami. Beh, peggio che andar di notte. Per un verso, nel furbastro tentativo di conservare quel tanto di consenso che le permetta di sopravvivere, gioca la carta della demagogia, annuncia falsi miracoli, corre dietro agli umori più viscerali, blandisce, illude, elargisce favori, condona, lascia, come si dice da noi, che la pecora cammini. E per l’altro verso si chiude in se stessa, bada ai fatti propri, traffica, manovra, si sottrae a quel suo unico scopo di esistere che sta nel guidare e orientare il popolo cosiddetto sovrano verso la realizzazione dell’altrettanto cosiddetto bene comune. E’ questo, in sintesi, il populismo, una filosofia del potere che negli ultimi decenni ha finito per contagiare pure coloro che affermano di volerla combattere: “Lasciatemi fare i comodi miei ed io vi lascerò fare i comodi vostri”.

  Chissà, forse c’entra la crisi di valori nella quale si dibatte l’intero Occidente. Forse la società tutta intera – quella politica e quella civile, che, non dimentichiamolo mai, sono la stessa cosa – è in balìa di un esasperato individualismo il cui istinto nega il concetto stesso di consorzio civile. E forse è il prezzo da pagare al tramonto delle ideologie. Un fatto, comunque, mi sembra indiscutibile. Ed è che l’antipolitica, nella misura in cui il furore della sua pur comprensibile “indignazione” le impedisce di mettere a frutto la ragione (“Le incontrollate reazioni emotive sono assai più nefaste – ho scritto Claudio Magris – dei dogmi ideologici”) sta diventando non già una soluzione ma, purtroppo, un problema. E allora si verifica il paradosso di questa involontaria alleanza o complicità, per cui, come ho detto, più l’antipolitica cresce più la politica peggiora.

Ma per opporsi a questa sciagurata deriva, la democrazia – se ci crediamo – indica una sola via: partecipare, organizzarsi, battersi nei partiti, iniettarvi la linfa di nuove e fresche energie, indurre la politica al confronto fuori e dentro di sé, aiutarla a non isolarsi, chiudersi, barricarsi. Altrimenti, ripeto, il medico che s’illude di curarla finisce per aggravarne la malattia. E attenzione: la storia del secolo scorso insegna dove conduce il demonio dell’abbasso tutto e tutti che oggi l’antipolitica dipinge come un angelo salvatore.



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