
La platea del Feronia
di Monia Orazi (Foto di Fabio Falcioni, Alessandro Panichelli)
Un’ora e ventotto minuti. Dalle 11,22, quando l’auto blu del Presidente Sergio Mattarella è arrivata al monumento ai Caduti, fino in piazza del Popolo alle 12,50, quando le ruote hanno ripreso la strada per la capitale. In quel frammento di tempo San Severino ha fatto la storia, o meglio, si è vista riconoscere la storia che già aveva.

Il presidente Sergio Mattarella accolto dalla folla in piazza
Lo storico Matteo Petracci, chiamato a tracciare la mappa della Resistenza marchigiana davanti a Sergio Mattarella, ha tenuto a lungo l’attenzione del Feronia su un punto: il battaglione Mario, attivo proprio sulle montagne tra San Severino, Gagliole e Matelica fu una formazione anomala nel panorama partigiano italiano. Sotto il comando dell’antifascista triestino Mario Depangher si ritrovarono a combattere insieme soldati italiani sbandati dopo l’8 settembre, ex prigionieri di guerra britannici evasi dai campi, sovietici, jugoslavi, un disertore austriaco, ebrei scampati alla deportazione e perfino alcuni soldati somali ed etiopi rimasti in Italia dopo l’Esposizione di Napoli: uomini che il fascismo aveva portato qui come trofei coloniali e che si ritrovarono, per scelta o per necessità, dalla parte di chi quel fascismo lo combatteva.

Cinque o sei lingue parlate intorno allo stesso fuoco. Religioni, provenienze e destini diversi sotto le stesse stelle. Una formazione plurale, l’ha definita lo storico, amalgamata intorno al lavoro. Una guerra, ha aggiunto richiamando l’episodio di Albacina del febbraio 1944, quando i partigiani liberarono cinquecento renitenti alla leva di Salò caricati su un treno, combattuta perché nessuno fosse più obbligato a farla, la guerra.

È anche questo il sostrato che ha portato la medaglia d’oro al merito civile sul gonfalone della città. Perché il battaglione Mario non fu soltanto una pagina gloriosa della Resistenza locale: fu uno degli elementi che resero evidente, anche grazie alla testimonianza di cronaca di Mosè Di Segni, la statura civile di San Severino.

In quella vicenda c’era tutto: la lotta armata, l’accoglienza dei perseguitati, la protezione degli ebrei, il coraggio delle famiglie, la solidarietà contadina, il rischio quotidiano di una comunità intera. Non un atto di cortesia istituzionale, dunque, ma il riconoscimento di un territorio che non ebbe solo i suoi partigiani: ebbe le case che li nascosero, i mezzadri che divisero il pane, i sacerdoti che tacquero al posto giusto, le donne che fecero le staffette sapendo cosa rischiavano.

Il sindaco Rosa Piermattei
Il sindaco Rosa Piermattei lo ha ricordato davanti al presidente con un nome che a San Severino non si dimentica, Bruno Taborro, presidente storico dell’Anpi, e con la famiglia di Mosè Di Segni, medico ebreo partigiano accolto insieme ad altri perseguitati: «Il silenzio complice, l’accoglienza rischiosa di allora sono oggi un pilastro della nostra identità di comunità aperta e solidale».

E qui il filo si stringe. Perché Mattarella non sceglie a caso dove andare il 25 aprile. La presenza del Capo dello Stato in una piccola città dell’entroterra maceratese, un territorio che porta ancora addosso le ferite del sisma del 2016, come ha ricordato il presidente della Provincia Alessandro Gentilucci richiamando la terra di chi ha perso tutto, fa sistema con la medaglia d’oro.

Sotto il palco c’erano anche i più giovani, ragazzi che forse non sapevano ancora bene chi fossero don Enrico Pocognoni, il sacerdote fucilato dai fascisti, o Valchiria Terradura, la partigiana di Pesaro che assunse un nome di battaglia perché, ha ricordato Petracci, Valchiria era un nome sufficiente anche per sé. Ma c’erano. E c’erano grazie a un battaglione dove ottant’anni fa un partigiano etiope combatteva accanto a un mezzadro marchigiano e a un soldato dell’Armata Rossa.

Il presidente della Regione Francesco Acquaroli ha parlato delle democrazie chiamate a fare i conti con minacce sempre più insidiose e della guerra tornata nel cuore dell’Europa. Ma la risposta più nitida a quella preoccupazione, l’ha data forse proprio Petracci, raccontando un battaglione di cinque lingue. Perché la lezione che San Severino consegna, e che Mattarella è venuto a riconoscere in nome della Repubblica è questa: la libertà, quando serve davvero, non chiede documenti.

E forse non è un caso che, all’uscita dal Feronia, il presidente non abbia avuto fretta. Si è fermato a salutare la gente affacciata alle finestre dei palazzi intorno alla piazza, ha fatto il giro della fontana sotto lo sguardo di chi lo osservava dall’alto, si è fatto fotografare con i bambini, ha incontrato Andrea Giorgetti, disabile di Gagliole che gli ha regalato un suo libro. Poi gli onori militari, di nuovo, e la via della capitale. Un’ora e ventotto minuti. In una città che, dal 1944, aspettava di sentirsi dire che aveva fatto la cosa giusta.












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