Cinghiali, da problema a risorsa:
accordo Coldiretti-cacciatori
per una filiera della selvaggina
MACERATA - L'intesa prevede per ogni squadra di caccia l’obiettivo di conferire al Centro di lavorazione di Caccamo, in ciascuna stagione venatoria, almeno cinque capi con peso eviscerato non inferiore a 50 chili, pe circa 300 animali l’anno che finirebbero poi a venditori e ristoranti in maniera sicura e tracciata. Il direttore David Donninelli: «Così meno danni all'agricoltura, riscontri economici per la caccia e una carne locale e controllata per i consumatori»

Cinghiali a passeggio a Macerata in via Pancalducci (foto d’archivio)
Trasformare una criticità del territorio in una risorsa economica, ambientale e alimentare. È questa la filosofia alla base dell’accordo sottoscritto nella provincia di Macerata tra Coldiretti, le altre associazioni agricole, gli Ambiti territoriali di caccia Macerata 1 e Macerata 2 e Urca Marche, l’associazione ambientale che gestisce il Centro di lavorazione della selvaggina di Caccamo. Un’intesa, la prima di questo genere nelle Marche, che segna un cambio di visione nella gestione del cinghiale: non più soltanto una presenza da contenere per limitare i danni alle coltivazioni, ma una risorsa del territorio da inserire in una filiera controllata, tracciata e capace di creare valore.

David Donninelli, direttore di Coldiretti Macerata
L’obiettivo condiviso è aumentare la disponibilità di carne di selvaggina locale destinata agli agriturismi e alla ristorazione, garantendo al tempo stesso sicurezza sanitaria e corretto controllo della popolazione selvatica. «Per costruire una convivenza equilibrata tra fauna selvatica e agricoltura occorre cambiare prospettiva – sottolinea il direttore di Coldiretti Macerata, David Donninelli – il cinghiale può diventare un’opportunità: per gli agricoltori, attraverso una migliore gestione della popolazione e la riduzione dei danni; per i cacciatori, ai quali viene riconosciuto il valore economico dei capi conferiti; per gli agriturismi e i consumatori, che possono disporre di una carne locale, sicura e tracciata».
L’accordo rappresenta infatti un ulteriore tassello di un percorso avviato già nel 2023 nelle Marche, con l’apertura del Cls di Caccamo gestito da Urca, attiva anche nel centro sosta del Parco del Conero, in provincia di Ancona. Si passa dunque dalla logica del semplice risarcimento dei danni alla prevenzione, attraverso maggiori catture e la costruzione di una filiera controllata.
L’intesa del 2026 si traduce in un meccanismo operativo nel territorio maceratese. Per ogni squadra di caccia al cinghiale di Atc Mc1 e Mc2 è fissato l’obiettivo di conferire, in ciascuna stagione venatoria, almeno cinque capi con peso eviscerato non inferiore a 50 chili al centro di Caccamo. Complessivamente la nuova filiera potrebbe così interessare circa 300 animali l’anno. Il cacciatore diviene protagonista insostituibile sul territorio, della legalità e salubrità delle carni. Agricoltori, Atc, ambientalisti, cacciatori e ristorazione, vengono così inseriti in un unico progetto territoriale. Le associazioni agricole promuoveranno l’utilizzo delle carni locali presso agriturismi e imprese, mentre Urca sosterrà l’adesione dei cacciatori, la formazione e la valorizzazione della filiera. «Un ringraziamento va ai presidenti degli Atc Leonardo Romiti e Pio Chiaramoni e ai rispettivi comitati – conclude Donninelli – per aver sostenuto in maniera condivisa e partecipata, il progetto. Questo accordo pone le fondamenta di una nuova visione della caccia e della gestione faunistico-venatoria: il cinghiale da problema può diventare una risorsa del territorio, creando valore, contribuendo alla tutela delle coltivazioni e offrendo ai consumatori una carne locale, controllata e tracciata».
Nelle Marche le stime più citate (fonti ufficiali e Coldiretti) parlano di circa 40.000 cinghiali (a volte indicate come “oltre 40.000” e considerate da alcuni una sottostima).
La provincia di Macerata ha una superficie di circa 2.780 km². È una delle province più “vocate” della regione per il cinghiale (grandi aree collinari e appenniniche, Parco Nazionale dei Monti Sibillini in parte incluso, zona interna più che costiera).
Nel solo Parco Nazionale dei Monti Sibillini (che interessa anche la provincia di Macerata) le stime più recenti indicano circa 1.180 esemplari nella primavera 2025 (in calo rispetto ai 1.687 del 2024), con obiettivo di densità 2-2,5 capi/km² nelle aree più adatte.
Indicatori indiretti dalla gestione Nei piani di gestione e abbattimento 2025-2026 approvati dalla Regione Marche, i minimi di prelievo in sola caccia di selezione per gli ATC della provincia sono:ATC MC1 → 3.474 capi
ATC MC2 → 4.144 capi
Totale già oltre 7.600 solo per la selezione. A questi si aggiungono i prelievi in forma collettiva (braccata/girata), i controlli numerici (art. 19) e quelli nelle aree protette. I piani mirano esplicitamente al depopolamento (soprattutto per contenere la peste suina africana e i danni).Una popolazione che regge prelievi così elevati (e che continua a creare danni e avvistamenti in zone urbane/periferiche di Tolentino, Matelica, Macerata, ecc.) è difficilmente inferiore a 10.000 capi a livello provinciale. Con densità medie anche solo di 4-6 esemplari/km² sulle aree idonee (valori comuni in molte zone italiane con problemi di sovrappopolazione), si superano facilmente i 10.000.