Trovatore tra desiderio e distruzione:
in viaggio con la filosofa Gaspari
MACERATA - Agli Antichi Forni la scrittrice è stata ospite di Cinzia Maroni per analizzare l'opera in scena questa sera attraverso cinema, poesia e letteratura

Gli Aperitivi culturali
di Marco Ribechi
Dal Trovatore al cinema di Visconti passando per Leopardi, la filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari ospite degli Aperitivi Culturali. Non si è parlato esclusivamente di lirica nel consueto appuntamento mattutino che precede gli spettacoli del Macerata opera festival, questa sera in scena il Trovatore di Negrin (leggi l’articolo), ma di vendetta e desiderio a tutto tondo. Insieme a Cinzia Maroni torna agli Antichi Forni di Macerata la filosofa Ilaria Gaspari per approfondire alcuni aspetti che caratterizzano il lavoro di Giuseppe Verdi.

Gabriela Lampa
Punto di partenza una delle lettere scritte da Giuseppe Verdi alla celebre contessa Clara Maffei in cui lo stesso autore, interrogandosi sulla natura tragica della sua opera, si chiede: “Nella vita tutto è morte, cosa esiste?”. L’affermazione che delinea un senso tragico dell’esistenza dà il là al viaggio filosofico dentro il concetto stesso di desiderio che ha nella sua realizzazione una sorta di principio di morte poiché, nell’attimo stesso in cui si raggiunge è già sfiorito.
Tragico è il film “Senso” di Luchino Visconti, in cui è presente proprio una scena girata all’opera durante il Trovatore, dove le tematiche di amore e morte si intrecciano all’ambientazione risorgimentale. «Come nel Trovatore troviamo quella che Freud definirà pulsione di morte – dice Gaspari – ovvero una tendenza alla distruzione o all’autodistruzione che spinge ogni organismo vivente a ritornare allo stato inorganico precedente alla vita».

Ilaria Gaspari
Ciò è particolarmente evidente nel rapporto tra Azucena, Leonora e Manrico e nei tratti psicologici che li caratterizzano. Manrico in particolare è definito anche come nuovo Edipo la cui vita è caratterizzata da una profezia che, sul finale, si avvera. Le stesse tematiche sono stato ritrovate nel primo libro de “Alla Ricerca del Tempo Perduto”, ovvero “Dalla parte di Swann”, e nella pellicola di Woody Allen “Match Point”, anch’essa con una scena in cui la colonna sonora è quella del Trovatore cantato da Beniamino Gigli. A concludere il viaggio metatestuale arriva anche Giacomo Leopardi con la poesia “Amore e Morte” letta da Gabriela Lampa in cui il poeta recanatese mostra lo stretto legame tra l’esperienza amorosa e il desiderio di morire in quanto l’innamorato si rende conto che la realtà è arida e che la felicità infinita vagheggiata dall’amore non potrà mai essere pienamente raggiunta o conservata.

L’aperitivo è in seguito stato offerto dal Dumpling Bar di Corso della Repubblica con il gestore Fabio Salvi che ha illustrato, in una trattazione molto dettagliata, le caratteristiche dei suoi ravioli e della sua cucina in generale, completamente fatta di materie fresche e locali. Pietanze apprezzatissime dagli ospiti degli Antichi Forni.
Domani sarà la volta di uno degli appuntamenti più attesi, quello che vede protagonisti Alberto Batisti e il Nabucco.

Fabio Salvi del Dumpling Bar di Corso della Repubblica






































Ode al Velame del Mondo
O Essere che ti pieghi nel profondo,
non ti frantumiamo mai fino al vuoto.
Quanto più scendiamo nell’infimo grumo di materia,
tanto più esso si ritrae, intatto,
e ci mostra il suo volto di quasi-niente
che pure tutto sostiene e genera.
Nulla non è.
È soltanto l’apparenza estrema del nostro sguardo
che si arresta sulla soglia.
Per noi è assenza, per l’abisso è pienezza inesauribile.
È il quasi-niente che Agostino intravvide,
la materia pura fatta di ciò che non è,
eppure di cui ogni cosa è intessuta.
Non esiste il carbonio.
Esistono soltanto pieghe dell’Essere
che si raccolgono in questa figura,
assumono peso, durezza, affinità,
e danzano per un istante la maschera del carbonio.
Così ogni elemento: illusione ordinata,
piega che si tiene nel gioco.
Siamo immersi, sempre.
Come creature sommerse in un fluido denso
che ci avvolge e ci nasconde a noi stessi.
Solo una voce modulata con esattezza
oltrepassa la soglia dell’udibile
senza spezzarla: né troppo debole, né troppo forte.
Così la luce, così il tatto, così ogni senso.
Il mondo si concede solo nella giusta tonalità.
Esso non sta lì, già pronto,
in attesa che qualcuno arrivi.
Esso si dischiude quando lo osserviamo,
e si richiude quando distogliamo lo sguardo.
Presenza e ritrazione sono una sola cosa.
Il velo è il modo in cui l’Essere si dona
e nello stesso istante si custodisce.
O pieghe infinite,
o illusione che non inganna ma rivela,
o quasi-nulla da cui sorge ogni cosa concreta:
in te noi siamo gettati,
e proprio in te, paradossalmente,
troviamo la possibilità di dimorare
nella verità del mondo.
Tu non sei niente.
Tu sei il fondo che non ha fondo,
e tuttavia regge ogni passo del nostro domandare.
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