Allarme tarlo all’Abbadia di Fiastra:
«Temiamo per il parco secolare»
TOLENTINO - Si tratta di quello asiatico. Per ora venti le piante da abbattere. Domani il sopralluogo dei tecnici dell'Amap per definire la procedura. La Fondazione Giustiniani Bandini, che gestisce centinaia di ettari dell'area verde: «La soluzione è una barriera tagliafuoco. Il dramma è che possano essersi diffusi, il bosco potrebbe essere a rischio»
di Luca Patrassi
Allarme rosso all’Abbadia di Fiastra, in pericolo il plurisecolare patrimonio boschivo. E non per gli incendi, quanto invece per l’attacco dal tarlo asiatico, nome scientifico Anoplophora glabripennis motschulslky. Risale a giovedì scorso la prima segnalazione alla Fondazione Giustiniani Bandini (quella guidata dal presidente Giuseppe Sposetti e che vede Renzo Borroni nel direttivo) che gestisce gli immobili e le diverse centinaia di ettari dell’area verde: un esperto botanico, che era andato all’Abbadia per immergersi nel verde in assoluto relax, ha notato il coleottero in una delle roverelle messe a dimora una ventina di anni fa nell’area dei parcheggi e si è poi fatto un giro perlustrativo sempre nell’area parking. Risultato parziale, in attesa del sopralluogo che vedrà impegnati domani pomeriggio i tecnici dell’Amap (l’agenzia regionale che si occupa di agricoltura e foreste) e quelli della Fondazione Giustiniani Bandini, una ventina di piante “segnate” e la chiusura dei parcheggi per evitare che le auto dei visitatori possano ospitare i micidiali insetti che potrebbero infettare altre zone.
Una ventina di piante “segnate”, da abbattere visto che non c’è rimedio scientifico per debellare le larve del tarlo che si insediano nel tronco e ne fuoriescono dopo aver compromesso la pianta. Gli interventi fitosanitari finora tentati – il tarlo è sbarcato in Italia nel 2013 facendo dei gran danni inizialmente nei parchi della Lombardia e da qualche anno nelle Marche, in particolare nelle province di Ancona e di Fermo – sono risultati inefficaci perchè non si riesce ad uccidere le larve, un po’ quello che è accaduto in Puglia con gli ulivi. Come si interviene? «Una barriera tagliafuoco – spiegano alla Fondazione Giustiniani Bandini – attorno alle piante infette: bisogna tagliare via tutte le piante, il dramma è che i tarli possono essersi diffusi, il bosco potrebbe essere a rischio, la selva in particolare che è un patrimonio che si tramanda intatto da 500 anni». Per ora il bollettino parla di una ventina di piante da abbattere, ma appunto il bilancio è provvisorio in attesa di verifiche e di controlli capillari in altre zone dell’Abbadia. Ogni anno investiamo 40/50mila euro per sostenere la mobilità dolce e formare nuovi sentieri coperti dalle piante, ma se il fenomeno del tarlo asiatico dovesse espandersi saremmo costretti a bloccare tutto».
Un problema potenzialmente enorme, non solo ambientale ma anche economico. «C’è un risvolto economico importante – osservano in Fondazione – se si tratta di buttare giù una pianta o dieci va ancora tutto bene, ma se dovessero essere centinaia il problema diventa complesso. La procedura prevede che di notte venga spruzzato un insetticida per uccidere i coleotteri, per le larve al mattino bisogna abbattere la pianta alla radice con un macchinario particolare che la deve triturare, poi bisogna caricare il tutto su un camion chiuso e smaltire in una discarica specializzata». Le cifre in ballo sono importanti: «L’Abbadia è una Fondazione di diritto privato ma è sempre a disposizione di tutti, aperta a tutti. Se non ci fosse un contributo pubblico a sostenere una tale spesa, andremmo in difficoltà». Le specie di piante attaccatte dal tarlo asiatico sono una cinquantina: tra gli altri olmi, tigli, platani, ippocastani, anche diverse piante da frutto. Il tarlo asiatico è attivo da una decina di anni in Italia e si hnnoa notizie di danni enormi nei parchi pubblici: non perchè il tarlo asiatico ce l’abbia con in il verde pubblico ma, forse, più semplicemente per il fatto che con i costi descritti e la terapia d’urto i privati non segnalano la sua presenza e smaltiscono senza ricorrere ad abbattimenti precauzionali delle piante vicine.
Anoplophora glabripennis: https://www.youtube.com/watch?v=WHG764BYC6k&t=2s