Andrea Biondi, il prof “zampognaro”:
«Difendo l’arte popolare.
E’ un patrimonio immenso»
PERSONAGGIO - Originario di Rimini, vive a Treia dove ha sposato Chiara. Da giovane l'incontro con l'insolito strumento diventato poi una passione e la voglia di promuoverlo

Lo zampognaro Andrea Biondi
di Fabrizio Cortella
Statuetta immancabile del presepe e, tra i personaggi comprimari, anni fa lo zampognaro, quello in carne e ossa, era una figura relativamente facile da incontrare per le strade quando, durante le festività, rafforzava lo spirito natalizio dei passanti – e raggranellava qualche soldo nel ruvido cappellaccio da pastore che completava la sua inconfondibile, e un tantino spaventosa, “divisa”. Quei tempi sembrano ormai passati per sempre e gli zampognari hanno abbandonato la scena per raggiunti limiti d’età. Eppure ce n’è uno ancora “in servizio” e perfino giovane. Si chiama Andrea Biondi e vive a Treia. «Sono nato a Rimini nel 1986 – racconta – e ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza nella sua provincia, a Montefiore Conca, un paese citato anche nell’Orlando Furioso, dominato dalla splendida rocca malatestiana. Seguendo la mia indole artistica, ho frequentato l’Istituto d’Arte di Urbino e il Conservatorio di Pesaro, seppure senza ultimarlo, prima di laurearmi in Antropologia all’Alma Mater bolognese. Nel 2014 mi sono trasferito a Treia per amore, avendo sposato Chiara, bellissima ragazza treiese. Ora, insegno nelle scuole superiori maceratesi».
Come è nata la passione per la zampogna?
«Al Conservatorio di Pesaro studiai dapprima il fagotto e, successivamente, il sassofono ma, essendo troppo impegnativi, abbandonai gli studi dopo quattro anni. Casualmente, durante dei festival musicali in Romagna, mi capitò di assistere ad alcuni concerti di musica popolare a cui mi appassionai subito per l’immediata spontaneità del suo linguaggio e per la capacità di creare contesti gioiosi. Mi iscrissi alla Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli dove studiai l’organetto e, con il maestro Marco Tadolini, la zampogna. Negli anni, mi sono interessato sia ad altre forme di arte popolare, quali il teatro dei burattini che ho appreso da mio padre e che, insieme a mia moglie, stiamo cercando di fare conoscere nelle Marche; sia alle forme della pietà religiosa popolare, tra cui le processioni devozionali che ho spesso accompagnato suonando in varie bande musicali, da Bologna fino a Treia».
Come è fatta è una zampogna?
«La zampogna è uno strumento molto antico che i romani chiamavano “tibia utricularis” e la cui forma attuale risale al Medioevo. È uno strumento a fiato, anzi è più strumenti a fiato, muniti di doppia ancia, che però non vengono azionati direttamente dalla bocca del suonatore, ma dall’aria contenuta in un otre o sacca, originariamente di pelle di capra o di pecora, che il musicista riempie a fiato, sia prima di suonare sia durante l’esecuzione del brano. Tale serbatoio d’aria fa suonare contemporaneamente i tre “chanter” – le canne – azione altrimenti impossibile da eseguire con la sola bocca. Dei tre chanter, uno esegue la melodia, uno l’accompagnamento ed il più piccolo suona il “bordone”, cioè la nota fissa che non cambia mai durante l’esecuzione. Per le nostre orecchie moderne è un espediente musicale piuttosto inusuale, e io aggiungerei ipnotico, che la zampogna condivide con altri strumenti antichi, ad esempio la ghironda».
Sembra difficile da suonare…
«Sebbene la zampogna si suoni “a mani separate” – a differenza della cornamusa scozzese o della piva emiliana in cui il musicista suona un solo chanter, mentre tutti gli altri eseguono i bordoni – è uno strumento piuttosto semplice: può eseguire solo sei note. La vera difficoltà consiste nell’intonazione simultanea di tutte le canne, altrimenti l’effetto finale è raccapricciante: tradizionalmente, per otturare i fori responsabili dell’intonazione, lo zampognaro conserva un grumo di cera d’api appiccicato all’interno di un chanter. Benché io suoni spesso da solista, la zampogna è uno strumento di accompagnamento alla melodia che, in realtà, viene eseguita dalla “ciaramella”, dotata di un’estensione tonale maggiore».
Perché è così strettamente associata alla ritualità cristiana?
« Sinceramente, non so rispondere a questa domanda. Posso solo dire che siamo soliti abbinare la zampogna alla Natività, probabilmente per la citazione evangelica dei pastori come primi adoratori del Bambino ma, in effetti, esiste un repertorio profano eseguibile tutto l’anno, formato da numerosi brani ballabili, tra cui spiccano le tarantelle».
Quale passione la spinge a suonare la zampogna?
«Mi anima il desiderio profondo di conservare e di trasmettere ogni forma d’arte popolare. La nostra epoca, iperconnessa e supertecnologica, sta disperdendo un patrimonio immenso, fondato sulla manualità, fatto di musica, ma anche di mestieri che sempre in meno sanno praticare. Per questo cerco di promuoverlo e di farlo conoscere, per evitare che si perda senza rimedio. La zampogna ha trovato un posto stabile, seppure stereotipato, nel Natale cristiano, ma altre forme musicali non sono state così fortunate. Penso, ad esempio, alle bande cittadine la cui stessa sopravvivenza è spesso a fortissimo rischio: quale sarà il loro futuro? La mia ambizione sarebbe contribuire alla creazione di un museo etnografico a Treia, o dovunque ce ne sia la possibilità, per non disperdere l’enorme memoria materiale ed immateriale presente nel territorio».
Secondo una tradizione, i zampognari portano la neve.