I pusher hanno aperto il “call center”
Colpire lo spaccio con tecniche nuove
A Civitanova allarme tra i giovanissimi

L'INTERVENTO - Rinnovate modalità investigative nell'ultima operazione della Squadra mobile. E' la strada da seguire per arrivare a condanne e ottenere misure cautelari in carcere. Attacco hacker durante un incontro online di prevenzione alla scuola media di Treia
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La conferenza stampa in seguito agli arresti di 13 nigeriani. Da sinistra: il questore Vincenzo Trombadore, il procuratore Giovanni Giorgio, il capo della Squadra mobile, Matteo Luconi

 

di Giuseppe Bommarito*

La recentissima operazione antidroga della Squadra Mobile di Macerata, impostata dal precedente questore Antonio Pignataro e conclusa dal nuovo questore Vincenzo Trombadore, ha portato all’arresto contestuale di tredici spacciatori nigeriani e soprattutto ha reso possibile aprire uno spaccato notevole sulle nuove modalità dello spaccio al minuto a Macerata.

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Giuseppe Bommarito

Molte cessioni – va tuttavia subito detto –, secondo una prassi preesistente ma decollata fortemente durante il lockdown della scorsa primavera, scavalcano la consegna “brevi manu” della droga, viaggiano per posta o tramite corrieri e arrivano direttamente al domicilio del richiedente, ovviamente inserite in plichi apparentemente contenenti tutt’altro, rifornendo in questo modo non solo i consumatori finali desiderosi di avere qualche dose di riserva, ma anche, con quantitativi più sostanziosi, taluni anelli intermedi della catena del traffico e dello spaccio.

L’operazione della Squadra Mobile di Macerata ha invece riguardato le consegne dirette, soprattutto per quanto concerne l’eroina le cui vittime predilette sono sempre più ragazzi di età molto giovane.

operazione-polizia-arresto-nigeriani-spaccio-eroina-10-650x388Sono emerse diverse novità, maturate evidentemente dopo l’omicidio di Pamela Mastropietro e la successiva forte pressione delle forze dell’ordine sul territorio: è venuto meno lo spaccio dapprima effettuato arrogantemente a tutte le ore e sostanzialmente alla luce del sole; sono sparite le “piazze” tradizionali di smercio; le consegne avvengono in luoghi sempre diversi, concordati telefonicamente o via Whatsapp; lo spacciatore – munito solitamente di un paio di cellulari e di una quindicina di dosi in “pallina” da cedere (al prezzo medio di trenta euro ciascuna) – non è stanziale, ma viene da fuori, si sposta anche con mezzi pubblici e viene avvicendato con grande frequenza; esiste una sorta di call center che non solo riceve e centralizza le telefonate dei tossicodipendenti in fase di ricerca ansiosa della loro dose di morte quotidiana e invia per la consegna il pusher più vicino, ma addirittura sempre più spesso provvede a chiamare direttamente i consumatori già conosciuti come tali per sollecitare acquisti, anche con sconti e offerte particolari; a volte, al fine di spezzare la simultaneità tra pagamento e cessione e rendere più difficile l’incriminazione, c’è distinzione tra chi effettua la consegna e chi riceve il prezzo della cessione (oppure, nella stessa logica elusiva, il tossicodipendente prima paga e poi da solo, in un secondo momento, va a prendersi la dose nel posto indicato).

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Il procuratore Giovanni Giorgio con i poliziotti della Squadra mobile

L’importanza, anche a livello nazionale, dell’ultima operazione della questura di Macerata coordinata dal procuratore Giovanni Giorgio sta proprio nell’aver cercato, con nuove modalità investigative particolarmente efficaci e mirate, di metter insieme i pezzi di questo puzzle criminale e di aver così dimostrato l’esistenza di una o più reti di spaccio altamente professionali ed organizzate, che muovono contemporaneamente più pedine con una logica paraimprenditoriale molto al di sopra della piccola quantità e della tenuità del reato. La Squadra Mobile è così riuscita a documentare e comprovare, tramite intercettazioni telefoniche e riscontri testimoniali forniti dai tossicodipendenti individuati, la sicura riferibilità ad ogni singolo spacciatore coinvolto nell’inchiesta di decine e decine, a volte anche centinaia, di cessioni, aprendo così la strada ad una reale carcerazione preventiva e a pene finali più adeguate alla notevole gravità del reato commesso ai danni di ragazzi e ragazze sempre più alla mercè dei mercanti di morte.

Certo, un lavoro di investigazione così strutturato richiede tempo e impegno, ma consente di realizzare una seria attività repressiva antidroga, a volte anche con la contestazione a più soggetti del concorso materiale nel reato, uscendo finalmente dalla stucchevole e continua reiterazione delle “porte girevoli” delle caserme dove lo spacciatore, fermato con grande dispendio di energie per una singola cessione, entra per poi subito uscirne e ricominciare immediatamente la sua attività mortifera.

In questa ultima operazione della Polizia, quindi, nel mirino degli inquirenti, qualcosa di sostanzioso, e non il singolo episodio di spaccio che comporta poco più di una pacca sulle spalle grazie a normative repressive ridicole e all’attuale clima di indifferenza e silenzio che regna a proposito di dipendenze, abusi, comportamenti a rischio e disagio giovanile (disagio sempre più canalizzato in questa fase di covid in risse molto affollate e autolesionismo). Un impegno forte e meritevole, perché – non bisogna mai stancarsi di ripeterlo – chi spaccia è un potenziale assassino, perché nemmeno lui conosce il contenuto e la quantità esatta della sostanza spacciata e delle sostanze di taglio, che possono rivelarsi mortali in particolari condizioni per il consumatore finale.

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L’operazione dei carabinieri che ha portato a 24 arresti

Tuttavia, se a Macerata la situazione di spaccio è seguita e monitorata con una certa efficacia e se l’Hotel House non cessa di rimanere sotto l’assidua vigilanza da parte delle forze dell’ordine (a qualche settimana fa risale una brillante operazione dei carabinieri di Macerata che ha portato a misure cautelari nei confronti di 24 spacciatori afgani e pakistani operanti tra Porto Recanati e Porto Potenza Picena), a Civitanova le cose sembrano andare diversamente, almeno in base a quanto evidenziato da diversi cittadini preoccupati da quanto sta accadendo. Vengono segnalate infatti incessanti e capillari attività di spaccio ad opera principalmente di spacciatori tunisini o comunque magrebini, operanti quasi indisturbati nella zona dietro la stazione, nel borgo marinaro, nei parcheggi di Fontespina e dell’antistadio, anche nel piccolo giardino situato dinanzi la pescheria in viale Vittorio Veneto. Anche qui ragazzi giovanissimi pronti a distruggersi la vita e ragazze altrettanto giovani che non esitano a prostituirsi per le loro dosi quotidiane.

Insomma, il contrasto alla droga deve intensificarsi e continuare utilizzando nuove tecniche investigative come quelle messe a frutto dalla Squadra Mobile di Macerata (anche utilizzando, per individuare e riprendere i pusher in attività, quei droni che la scorsa primavera venivano usati in maniera insensata per individuare i podisti che isolatamente correvano, in tempo di lockdown “duro”, lungo gli argini dei fiumi) e non smettendo mai di spingere per una revisione delle norme che puniscono il traffico e lo spaccio, che oggi purtroppo sono nella maggior parte dei casi una barzelletta.

articolo-77-481x650D’altra parte, il problema viene da lontano (siamo in grado di pubblicare un articolo della pagina marchigiana dell’Unità, datato 28 maggio 1977, all’epoca scritto da Giovanni Di Geronimo, significativamente titolato “Poco a poco anche Macerata nella ragnatela della droga”) e si è continuamente aggravato – nel 2020 le Marche sono state la seconda regione italiana quanto al tasso di mortalità per overdose – anche e soprattutto per la continua sottovalutazione da parte delle istituzioni. Un disinteresse che talvolta ha sfiorato la collusione, nell’ultimo periodo manifestatasi palesemente nel via libera concesso dal parlamento italiano alla vendita della cannabis light, così consentendo una enorme operazione di marketing finalizzata alla legalizzazione della cannabis “tout court” e tale da consentire enormi guadagni alla rete dei negozi con la fogliolina verde, spesso e volentieri finanziati e realizzati sotto mentite spoglie dalla criminalità organizzata.

Tutto ciò mentre la prevenzione nelle scuole langue anche a causa del covid e delle limitazioni per gli incontri in presenza. Bloccata anche l’attività del Comitato “Uniti contro la droga” messo in piedi con tanta fatica negli anni passati presso la Prefettura di Macerata. Da citare in ogni caso, per l’impegno messo in atto al fine di realizzare comunque incontri da remoto su una piattaforma online, l’esempio dell’Istituto Comprensivo “E. Paladini” di Treia, che un paio di settimane fa ha predisposto incontri con i ragazzi delle terze medie e un successivo incontro con i genitori, quest’ultimo purtroppo a metà interrotto da alcuni hacker che si sono introdotti con parolacce, bestemmie, insulti e immagini pornografiche. Una situazione scioccante, di una inaudita violenza psicologica ed emotiva, che tecnicamente viene definita “zoombombing” e che integra la dimostrazione plastica del fatto che la mamma dei deficienti è sempre incinta. Anche in tal caso la procura indaga per scoprire i responsabili.

*Avvocato Giuseppe Bommarito, presidente Ass.ne “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

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