Villa Cozza, tra memorie e futuro:
presentato libro sul parco

MACERATA - L'autrice è Letizia Carducci. C'è anche una operazione per il rilancio dell'area verde che venne creata dal conte Augusto Caccialupi Portaguelfa
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Un momento della presentazione del libro

 

di Maurizio Verdenelli (Foto di Luciano Carletti)

 

La ‘quinta’ costituita da ospedale ed inceneritore da tempo ha compromesso la più bella ‘cartolina’ di Macerata. Da quel poggio incorniciato da un pino adriatico, si poteva ammirare perfettamente lo sky-line di Macerata mentre, seppure a rischio resina (ha confessato Giuliano Centioni) si passeggiava romanticamente con la fidanzatina nel parco tra gli spettacolari cedri del Libano, autentici monumenti d’arborea vita viventi (per dirla con D’Annunzio) ed il rarissimo pino della Guadalupe. Fatto venire espressamente dal proprietario di quel piccolo angolo di paradiso. Nel verde la torretta in stile medievale si interfacciava superbamente, data l’altitudine del luogo, con la Torre di Piazza. Una Grande Bellezza che volle il conte Augusto Caccialupi Portaguelfa di San Severino, dove intitolata alla nobile famiglia ci sono tuttora una via, un palazzo ed una villa. Tuttora, già, perché quella proprietà passò di mano piuttosto rapidamente come la scalata sociale del patrizio settempedano.

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Letizia Carducci

Precisamente ai conti Cozza da Orvieto che la tennero per 6 anni (1900-1906): un minimo periodo bastevole tuttavia per dare ai posteri il nome alla villa. Certo in questa ‘damnatio memoriae’ giocò il crac del Caccialupi condannato ed esiliato (2 anni) per sottrazione di fondi dalle casse provinciali. Uno scandalo finanziario di fine ‘800: un precedente storico, si potrebbe dire, del ‘buco’ di 13 miliardi di lire alla Cassa di risparmio di Macerata nel 1985.

«Il conte Caccialupi proprio non s’era regolato nelle spese» ha detto, presentando in Biblioteca il suo ‘Villa Cozza, parco urbano e bene comune’ (Simple edizioni) l’autrice Letizia Carducci. A pensarci bene si deve in definitiva, seppure in modo molto più trasparente del conte settempedano, la Grande Bellezza di una città sparagnina e poco attenta a contribuire al ‘bene comune’. presentazione-villa-cozza

Qualche esempio di mecenati ormai? I Cento Consorti, Vincenzo Berardi, il conte Tommaso Lauri, e il conte Conti cui si deve il primo glorioso incipit del melodramma allo Sferisterio. Caccialupi non si limitò a fare della collinetta, un luogo incantato. Fece di più, allestendo nelle sale della villa, una prestigiosa pinacoteca con al centro un’opera del Crivelli. “La Pietà”. «E’ da molto tempo ormai negli Usa – dice Carducci -. Al Fogg Art Museum nel Massachusetts, molto compromessa da cattivi restauri, forse parte della pala d’altare da cui proviene la Madonna con il bambino che abbiamo a Palazzo Buonaccorsi, forse più facilmente immagine realizzata per la chiesa di S.Maria della Pietà in via dei Felini. Tutto scritto e documentato nel libro».

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Il sindaco Romano Carancini

Che è molto di più di un’opera letteraria in cui per la prima volta si fa la storia di Villa Cozza. «Ho lavorato per portare attenzione su uno spazio di comunità che troppi ancora ignorano e spero proprio serva a qualcosa. L’impegno tuttavia si protrarrà ancora al fine di ricucire l’appartenenza e la memoria dei luoghi oltre alle inaspettate infinite connessioni salvifiche con la specie vegetale». Ancora: «Al termine della presentazione del libro ho incontrato una dottoranda di Padova la quale si è detta a disposizione per lavorare su un possibile patto di collaborazione. Intanto desidero ringraziare i tantissimi che hanno contribuito a fare memoria su una parte importante del capoluogo». Citazioni in particolare per il maestro Gianfranco Pasquali cui si devono nell’ambito della propria ricerca su ‘Macerata scomparsa’ i disegni del monumentale ingresso e del prospetto della villa stessa; Loretta Montironi; Gabriella Saretto; Gabriele Censi per la produzione di uno splendido, poetico video sul Parco e il nutrito, agguerrito gruppo Fb dei maceratesi che amano la storia patria, ‘consulenti’  nella ricerca delle ‘fonti’ e delle molte scoperte registrate.

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L’assessore Iesari

Sulla rinascita e riappropriazione del parco di Villa Cozza, è in corso una bella operazione che promossa dalla Carducci ha visto protagonisti la proprietà Ircer, Comune, gruppo informale di cittadinanza attiva Spiazzati, Italia Nostra con la condivisione di Legambiente. Due vistosi cartelli sono intanto spuntati a segnalare finalmente la strada per il Parco Urbano Villa Cozza.

All’affollata cerimonia alla Sala Castiglioni hanno partecipato, insieme con Centioni, il sindaco Romano Carancini, la vice Stefania Monteverde – con Letizia nel parco ha piantato un olmo – l’assessore Mario Iesari, Antonio Pagnanelli (Italia Nostra), Alberto Cicarè (Spiazzati), Marco Ciarulli (Legambiente), Marina Moretti (Ircer), Francesco Prioglio (direttore amministrativo Ircer). «L’Ircer produce 4 milioni di euro di lavoro, Villa Cozza tre milioni e mezzo. Ogni giorno è il luogo di 500 persone: ospiti, visitatori, sanitari e studenti» ha detto il dirigente dell’istituzione. E’ un luogo dell’anima e della ricerca del tempo perduto, quel parco e quel palazzo ottocentesco, ora presidio sanitario, la cui originaria nobiltà con difficoltà si riscontra. In quell’edificio dove dopo i Caccialupi, vissero i Cozza e divenne il più bel salotto liberty del tempo (ne scrisse lo storico Evio Hermas Ercoli e pure di una delicata storia d’amore). Ci visse pure il primario di chirurgia Gallerani alle cui cure i bulli del tempo… minacciavano di affidare i propri antagonisti: ‘ti mando da Gallerani!’ era la fatidica frase. In quel palazzo, trasformato, in casa di riposo, morì nell’81 il grande Ivo Pannaggi che aveva girato il mondo ma che aveva desiderato chiudere a Macerata i propri giorni.

presentazione-villa-cozza-3-650x431«Il parco era allora molto più grande. Le piante arrivavano ben oltre la strada e l’isolato dei palazzi popolari prospicienti» mi rivelò un giorno Vittorio Patrassi, mio zio. Il popolare Vitto’ conosceva bene il posto: ci aveva vissuto l’adolescenza. Era uno dei sette fratelli maschi di Umberto Patrassi che aveva pure una figlia, mia madre. Il patriarca era all’inizio del 900 un commerciante di grano quando ebbe, non pagato da insospettabili prestigiosi clienti, un dissesto di 14 milioni di lire. Ne subì un secondo, pari a 700mila lire, e fu default. Diplomato all’istituto Agrario, venne assunto come fattore all’Ircer. Ebbe alloggio di servizio nell’attuale palazzina riservata alla cure delle malattie infettive nel perimetro di Villa Cozza. Per tutto il giorno, i ragazzi Patrassi sciamavano così liberi nel Parco. Non l’avrebbero mai dimenticata quella fetta di vita bella! Fino ad alcuni anni fa, i loro nomi erano incisi sui gradini della scalinata della torretta/bar dove il conte Caccialupi aveva lasciato qualche arredo. E da dove un giorno (lo ricordava con un sorriso) il piccolo Vitto’ stufo delle angherie della sorella maggiore, vistala passare, impugnato un martello, la colpì con rabbia. Per fortuna (e mia) la ragazza, di tempra robusta si salvò. Ma c’era da capirla: per aiutare la madre nella cura dei sette figli, era stata costretta a lasciare la scuola e non era mai in vena di tenerezza con i fratellini. Lei, a scuola, veramente tentava di tornarci ogni mattina ma le liti che era costretta ad ingaggiare con le compagne (a conoscenza della sua mancata iscrizione) costringevano la giovanissima maestra ad accompagnare, pur con amarezza, quella scolara.. renitente fuori dall’aula. Un’umiliazione che la bambina non avrebbe dimenticato per l’intera esistenza. La maestra la conobbi quando venni a lavorare da giornalista a Macerata: aveva fondato ‘La Voce di Villa Cozza’. In copertina, disegnati c’erano la villa e il Pino della Guadalupe. All’hospice (mi disse Floriana Patrassi) non lasciava mai la sua stanza come Emily Dickinson, ma il ‘suo redattore capo mi veniva a far visita in redazione’. Naturalmente collaborai. La maestra e mia madre s’incontrarono: s’abbracciarono piangendo. I fratelli Patrassi non dimenticarono mai il parco della loro giovinezza. Alcuni vollero morire a Villa Cozza. Così mia madre venuta da Perugia intorno ad un capodanno di 12 anni fa. Quando la lasciai per tornare in Umbria e festeggiare l’anno nuovo, non sapevo che non l’avrei più rivista. Lei sì. Ricordo il suo  sguardo, lunghissimo. Ne compresi più tardi il senso. Fu come una lesione. Non rimarginabile. Anche Vitto’ mori, ultimo tra i fratelli, a Villa Cozza dove praticamente era vissuto gli ultimi anni accanto alla moglie che l’aveva preceduto. La nipote venuta da Trento disse d’aver sognato la notte prima i nonni mentre insieme s’allontanavano nell’alba luminosa del parco.

 



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