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Farabollini e gli incarichi agli amici treiesi,
questione di opportunità e trasparenza

IL COMMENTO - Il caso delle nomine per consulenze lautamente retribuite a Sampaolo e Bartoloni, il contratto mai rescisso con Cesca e le ordinanze che gli ritornano indietro. Intanto anche la gestione commissariale latita sulla ricostruzione
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di Fabrizio Cambriani

La notizia non è confermata, ma sembrerebbe che tra qualche giorno Fabiola Giannotti, la riconfermata direttrice del Cern di Ginevra, sarà per una settimana a Treia in cerca di talenti. Treia – ormai il dato è scientificamente provato – è il luogo che produce i maggiori esperti planetari nelle ricostruzioni post- sisma. In questa materia, un vero e proprio vivaio di cervelli. Una riserva di pensatori. Una piantagione di geni. Una fucina di scienziati. Non è un caso che il cuore pulsante della struttura commissariale, architettata dal governo M5S-Lega, pompi e diffonda all’intero globo terracqueo tutto il suo sapere da questo piccolo borgo, assiso sulle colline maceratesi.

Il commissario Piero Farabollini

La punta di lancia di questo eccellente think-tank è ovviamente il commissario straordinario alla ricostruzione, Piero Farabollini, noto alle cronache per aver disertato l’incontro con papa Francesco perché non invitato dal Vaticano in persona. Poi, a seguire, due suoi cinquantennali conoscenti: Lorella Sampaolo e Paolo Bartoloni. Anche loro, manco a dirlo, treiesi. Per qualche giorno il commissario aveva pensato pure di affidare un altro incarico all’avvocato Massimo Cesca. Fu redatto regolare contratto che venne da entrambi sottoscritto, ma poi non se ne fece più nulla. Forse perché – ma questa è solo una mia opinione – Cesca non proveniva da Treia, ma delle remotissime terre di Corridonia. In punta di diritto – asserisce il commissario – è tutto regolarissimo. E ci mancherebbe altro che un uomo del suo rango si metta a fare pure il fuorilegge. Sull’opportunità ci sarebbe da discutere. Perché l’uomo di governo Farabollini – quanto a nomine – si è comportato come un Ceriscioli qualsiasi. Ferma restando la consueta supercazzola dei parametri di comprovata competenza ed esperienza, le sue belle nomine se l’è fatte tutte in paese. Se non addirittura nello stesso quartiere. Nomine, peraltro, lautamente retribuite e che – ma questa è solo una spiacevolissima coincidenza – incrociano vicende legate ai partiti politici. Segnatamente quello della Lega.

Massimo Cesca

Che, sempre in via del tutto incidentale, all’epoca degli incarichi era al governo della nazione. Tuttavia, resta che tra 60.483.973 cittadini italiani (dato aggiornato al 31 dicembre 2017 dall’Istat) la scelta di Farabollini – che ne aveva facoltà – sia caduta su due fortunati treiesi. Francamente, da lui, mi sarei aspettato molto di più. Uno che, dall’alto del suo ruolo, ha definito la visita del papa ai terremotati “evento che più mediatico non si può” manco fosse un concerto di Jovanotti, avrebbe dovuto, come minimo, non prestare il fianco a nessuna polemica pretestuosa. Invece, purtroppo, ne stiamo qui a discutere. E non per colpa di Cronache Maceratesi che ha dato la notizia. Come quella del contratto con l’avvocato Cesca che risulta da lui sottoscritto, ma ahimè, non rescisso. Chi lo doveva annullare dottor Farabollini, se non lei medesimo visto che la firma di istituzione in basso a sinistra è la sua? Forse il Santo Padre? Chieda pure conto, con tutto comodo, ai suoi uffici e ci faccia sapere. Ma ricordi pure che è a lei che fanno capo tutte le responsabilità della struttura. Anche perché – sia detto senza polemica – i risultati sin qui conseguiti sono meno che mediocri. «La figura del commissario ha deluso le aspettative. La vogliamo dire così? Non è stato – per dirla con un linguaggio caro al M5S – un facilitatore. Si poteva fare meglio». Queste le parole di Simone Baldelli (Fi) in Parlamento, il 25 novembre scorso, in sede di discussione generale del decreto sulla ricostruzione. Parole di chi sul terremoto è stato sempre sul pezzo sia in commissione che in aula. Tant’è vero che l’ultimo decreto è stato finanziato con 100 degli oltre 300 milioni di euro che lui stesso ebbe l’intuizione di destinare con i risparmi delle spese di gestione della Camera dei deputati. E, a questo punto devo fare una cosa che detesto. Chiedergli pubblicamente scusa: quando lui già nutriva dubbi sulle capacità di Farabollini, io mi ostinavo a difenderlo.

Il deputato leghista Tullio Patassini e Piero Farabollini

I numeri sono spietati e raccontano che le ordinanze dell’attuale gestione commissariale, rispetto a quelle precedenti, si sono rarefatte. Eppure, Farabollini, tramite il suo ufficio stampa illustrava a me personalmente come «combattesse personalmente per adeguare le ordinanze alle esigenze del territorio. Perché lamentare che, rispetto ai miei predecessori, ho prodotto poche ordinanze visto che un’ordinanza è una norma e le norme vanno fatte quando servono, non giusto per sentirsi Mosé». Giusto dunque privilegiare la qualità, non già la quantità. Scriveva solo le ordinanze necessarie, Farabollini. Ma che dico scriveva? Addirittura, distillava preziosi infusi di ordinanze. Le redigeva talmente bene che ultimamente la Corte dei conti gliene ha rispedite indietro ben quattro. Con tanti saluti a lui e al suo staff di compagni di prebende. Parole profetiche le sue. Certo che non era Mosè: le sue di ordinanze, facevano acqua da tutte le parti. Egregio dottor Farabollini, visti, a consuntivo questi magri risultati, l’invito che le faccio è il seguente: prenda carta e penna e rassegni le sue dimissioni. Ma prima di spedirle le rilegga con estrema attenzione. Sennò, come per gli atti che sin qui ha prodotto, gliele rimandano indietro perché qualcosa, anche lì, non è scritta come si deve. La ricostruzione, mi creda, ne trarrà notevole giovamento.

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